L’amore buio

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Il 1° di gennaio del 2007 Romania e Bulgaria diventano Stati membri della Comunità Europea, ed i loro cittadini godranno del diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

In Italia Romano Prodi con l’Ulivo guida il primo governo repubblicano che, con la partecipazione diretta dei partiti Rifondazione Comunista e Radicali italiani, sarà di fatto l’unico governo sostenuto dall’intera sinistra parlamentare. Non accadrà mai più, e non arriverà alla fine della legislatura.

Fabian e Magda si erano diplomati all’Accademia di Danza Classica  di Bucarest, dove si erano conosciuti ed innamorati.

Purtroppo, una volta diplomati, avevano scoperto che nel loro Paese, a meno di adeguate entrature o di un grosso colpo di fortuna che aprissero le porte di qualche importante corpo di ballo o scuola di danza statale, era pressoché impossibile campare della propria arte.

Così, all’indomani dell’ingresso della Romania nella Comunità Europea, avevano contattato certi amici di Fabian che si erano già trasferiti a Milano e dopo avere studiato un po’ di lingua italiana avevano racimolato i pochi risparmi e si erano organizzati per partire.

Alla fine di un estenuante viaggio su un pullman che perlomeno offriva il sollievo di uno zoppicante impianto di aria condizionata, avevano raggiunto Milano in una calda sera di luglio, una di quelle che rendono l’asfalto cedevole e bollente sotto le scarpe.

Si erano stabiliti in una vecchia casa in via Boiardo, una traversa di viale Monza: era un appartamento che in passato aveva visto tempi migliori, e che era stato malamente diviso in due per ricavarne due unità abitative da affittare. C’era un piccolo ingresso in comune dove era collocato il bagno, che serviva entrambi gli alloggi. Quello accanto al loro era occupato da Jan, uno degli amici di Fabian.

Magda aveva spazzato, lavato e disinfettato tutto per due giorni, eppure continuava a sentire odore di vecchio e di sporcizia, ed era infastidita da quella forzata (seppur parziale) promiscuità con Jan. Fabian cercava di consolarla, ma condivideva il suo senso di scoramento e di estraneità ad un ambiente che era ben lontano da ciò che si erano immaginati.

Poiché i loro risparmi si stavano rapidamente dileguando, Magda aveva iniziato a lavorare in un bar in Viale Monza, mentre il ragazzo si arrangiava con incarichi saltuari di facchinaggio ai Mercati Generali.

Nel frattempo, avevano fatto qualche provino e si erano presentati in alcune scuole di ballo private offrendosi come insegnanti, senza concludere nulla.

Il Teatro alla Scala, del quale avevano letto e sentito parlare,  non avendo agganci di nessun tipo rimaneva un tempio irraggiungibile.

Alla fine dell’estate Magda perse il lavoro; insieme ad una ragazza che aveva conosciuto al bar decise di partecipare ad un casting indetto dal night club Porta d’Oro, in Piazza Diaz.

Magda era molto bella: piuttosto alta, aveva lineamenti delicati, la carnagione ambrata, lunghi capelli castani e profondi occhi scuri.

Era una ballerina che si era diplomata ad una buona scuola di danza classica, perciò sapeva muoversi, a differenza di molte altre ragazze che avrebbero ballato con lei, e fu subito scritturata.

Non era quello che aveva sognato: quel lavoro l’avrebbe costretta fuori di casa sei notti su sette, in un ambiente che non le piaceva perché sapeva che della danza non fregava niente a nessuno e perché immaginava che avrebbe dovuto difendersi da attenzioni non gradite, ma avevano bisogno di soldi.

Fabian divenne sempre più cupo e scontroso ed incominciò a trascorrere molto tempo fuori con Jan, soprattutto la sera: a volte rincasava a giorno fatto, ed eludeva le domande di Magda con un tono brusco e scocciato che feriva e preoccupava la ragazza.

Un giorno di ottobre, all’alba, quando i furgoni che distribuiscono i giornali iniziavano  il giro delle edicole e Magda e Jan si erano appena coricati in silenzio, evitando di farsi domande che comunque non avrebbero ottenuto risposte sincere, l’ispettore Alberto Patané del Commissariato di Polizia di Viale Monza, accompagnato da due agenti, bussò alla porta dell’appartamento in via Boiardo.

Guardando il volto di Fabian, Magda capì subito che qualcosa non andava. Dalla perquisizione che seguì furono rinvenute alcune decine di migliaia di euro e un chilo di cocaina già suddivisa in dosi smerciabili, nascosti nei due appartamenti, i cui tre occupanti furono condotti in Commissariato.

Fu subito chiaro che la ragazza non c’entrava nulla e fu quindi rilasciata dopo l’interrogatorio, mentre Fabian e Jan erano controllati già da qualche tempo in quanto sospettati di traffico di stupefacenti per conto di una ben più vasta organizzazione criminale. I due non rivelarono i nomi dei capi, vennero  quindi tradotti al carcere di Opera; furono poi processati per direttissima e condannati a qualche anno di carcere.

Magda era annichilita. Non aveva il coraggio di contattare le rispettive famiglie e a Milano era completamente sola. Non volle nemmeno sentire le spiegazioni di Fabian, che non andò mai a trovare in carcere.

L’Ispettore Patané, che era rimasto colpito dalla bellezza della ragazza ma ancor più impressionato dalla sua muta disperazione, aveva incominciato a contattarla nel periodo precedente il processo, con la scusa di aggiornarla sulla vicenda.

Era ancora giovane, e le miserie umane con le quali veniva quotidianamente in contatto non lo avevano ancora indurito a sufficienza: perciò, si mise in testa di aiutare la ragazza. O forse se ne innamorò a prima vista, ma per prudenza e per pudore ingannò se stesso inventandosi altre giustificazioni.

Magda aveva bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, per non essere sopraffatta dal dolore e dalla vergogna per ciò che era capitato. Poiché aveva paura a rimanere sola nell’appartamento in via Boiardo, l’Ispettore Patané la convinse ad usufruire gratuitamente del monolocale adiacente al suo appartamento, in via Padova, che aveva ereditato dall’anziana nonna.

Nei rari momenti di libertà, la portava in giro per la sua Milano, in Duomo, in Brera, nel redivivo Parco Lambro, risanato negli anni successivi al 1984 dalla Comunità Exodus di Don Antonio Mazzi,  ma soprattutto lungo i Navigli dove aveva trascorso la sua infanzia e nella bella Chiesa di San Cristoforo.

In un certo senso era come se volesse riscattare la città che amava dall’impressione negativa che doveva avere fatto a Magda mostrandole gli angoli più suggestivi e a lui più familiari, poiché facevano parte della sua storia. Soprattutto, voleva convincerla che a Milano si può anche essere felici.

Magda lo guardava e lo ascoltava, trovava conforto nella sua dedizione e nel suo affetto, che per quanto si sforzasse non riusciva a ricambiare: e si sentiva sprofondare in una malinconia vischiosa e senza appigli, come le pareti di un pozzo.

Si rendeva anche conto che si stava abituando ai complimenti pesanti ed alle proposte che riceveva più o meno tutte le sere al locale: in qualche modo, era come se nulla avesse più importanza.

Passò l’inverno, arrivò la primavera e si scivolò rapidamente verso un’altra estate. Quando Alberto abbracciava Magda, lei lo lasciava fare: il suo sorriso sollevava appena gli angoli della bocca, ma non arrivava agli occhi, e lui aveva la sensazione di stringere una bambola di pezza.

Mirko pensò che fare il tassista per la Cooperativa Radiotaxi 8585 non era poi così male: non aveva ancora trent’anni e guadagnava discretamente, gli restava un po’ di tempo libero e passava molte ore in solitudine, il che non gli dispiaceva. A volte, gli capitava anche di fare incontri interessanti o curiosi.

Il turno di notte un sabato di fine  giugno non era proprio entusiasmante, ma pazienza.

“….piazza Diaz 3, serve una macchina in piazza Diaz 3: c’è qualcuno in zona?”

Mirko afferrò il microfono:

“Aquila 187, in 5 minuti”

“Ok Aquila 187. Davanti al Porta d’Oro, Magda Petrescu”.

 Erano le tre del mattino, ma l’Ispettore Alberto Patané si stava preparando per tornare in Commissariato. Era impegnato in una delicata indagine che lo aveva trattenuto fuori casa per due giorni, ed era passato da casa per una doccia improcrastinabile e per qualche ora di riposo. Aveva incrociato Magda che stava uscendo per recarsi al Porta d’Oro ed aveva pensato che doveva riuscire a convincerla a lasciare quel lavoro: non sopportava più l’idea di saperla tutte le notti al night.

Fu quando si infilò la giacca che si accorse che la pistola d’ordinanza, una Beretta  92S, non era più al suo posto nella fondina ascellare che aveva posato, come sempre, sul piano del settimanale in camera da letto.

Si precipitò fuori di casa  con le gambe molli, e capì che il timore che da tempo si annidava in qualche recesso della sua mente stava per concretizzarsi.

Quando il taxi arrivò in piazza Diaz erano quasi le tre.

Mirko osservò la ragazza che si diresse rapidamente verso la macchina e pensò che forse non aveva mai visto una donna più bella.

Quando aveva risposto alla chiamata, aveva subito pensato che fosse una che lavorava al night, ma ora che l’aveva vista non ne era più tanto certo: aveva un aspetto troppo fine, e qualcosa nel suo atteggiamento suggeriva una grande timidezza.

“Dove la porto?”

La ragazza ci mise qualche istante a rispondere.

“Chiesa di San Cristoforo, per cortesia”.

Strano orario per andare in chiesa, pensò Mirko. Ma capitava spesso che un cliente desse un’indicazione che non corrispondeva all’esatta destinazione, che era comunque nelle immediate vicinanze: era una classica precauzione utilizzata dalle coppie clandestine.

Comunque, non erano affari suoi. Guardando il viso pallido e tormentato di Magda nello specchietto retrovisore, Mirko capì che non era il caso di cercare di fare conversazione.

“Eccoci arrivati, signorina”.

La ragazza pagò e mormorò un saluto.

Mirko stette un attimo ad osservarla, e la vide dirigersi verso il ponte di San Cristoforo.

La vide fermarsi in mezzo al ponte e appoggiarsi al parapetto con il volto tra le mani. Si allarmò, e aprì piano la portiera dell’auto.

“Ma non vorrà mica buttarsi nel Naviglio? Ma poi, da un ponte così basso?”

Allora la vide estrarre qualcosa dalla borsa: un abito, una bambola, qualcosa di bianco, forse un tutù da ballerina, che la ragazza guardò a lungo e poi gettò dal ponte.

Mirko sospirò di sollievo:

“… solo un gesto simbolico in una notte d’estate. Meno male”.

Fece manovra lentamente per non disturbarla e si allontanò adagio, con i finestrini abbassati, per godersi l’aria fresca della notte.

Fu allora che sentì lo sparo: nitido, definitivo, irrimediabile.

Un cane abbaiò, una persiana si aprì cigolando.

Quando si voltò, in mezzo al piccolo ponte di San Cristoforo la ragazza giaceva a terra  immobile, come una bambola di pezza abbandonata.

Il giovane tassista chiamò il 113 e attese l’arrivo della volante; rispose alle domande a bassa voce, con un assurdo, sproporzionato  magone che gli stringeva la gola.

L’Ispettore Alberto Patané intercettò la notizia della donna suicida sul Ponte di San Cristoforo sulla frequenza radio della polizia, mentre si allontanava dal Porta d’Oro, dove aveva inutilmente cercato Magda. Seppe subito, con assoluta e disperata certezza, che quella donna era lei.

Il candido costume da ballerina continuò a scivolare con grazia lungo il Naviglio Grande, null’altro che un sogno infranto cullato dall’acqua e dalla crudele, incurante dolcezza di una notte milanese profumata d’estate.

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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