L’appuntamento

Chissà quale sogno rincorreva Chet Baker quella notte di maggio del 1988, quando spiccò il volo dalla finestra dell’albergo di Amsterdam nel quale risiedeva. Chissà poi  se correva verso qualcosa, o se fuggiva da qualcosa.

Loredana si cambiò per la terza volta: pantaloni neri morbidi, camicia bianca, giacca leggera nera e  décolleté in vernice con il tacco alto e sottile. Osservò con attenzione la sua immagine nello specchio a figura intera, in camera da letto: vide una bella signora sulla cinquantina, alta e snella, i capelli castano chiaro, folti e ondulati, che incorniciavano un volto dai tratti decisi e dalla carnagione fine e trasparente nel quale spiccavano la bocca generosa e gli occhi del colore dell’uva bianca. Notò un insolito scintillio in fondo al suo sguardo, quando ripensò ad un’altra immagine che aveva visto nel medesimo specchio, soltanto pochi giorni prima, e le scappò un sorriso che la ringiovanì di colpo di vent’anni. Uscì di casa di corsa, salì sul taxi che la aspettava davanti al portone e si fece portare in Piazza della Scala.

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Erano quasi le sei di una domenica milanese di primavera, il pomeriggio si stava tingendo di rosa e di arancio e la luce dorata faceva risplendere la maestosa facciata del Teatro. Loredana attraversò la piazza, entrò in Galleria del Corso ed ascoltò il battere ritmico dei suoi tacchi sul marmo consumato da milioni e milioni di passi. L’appuntamento era per le sei e un quarto al Camparino; era in anticipo ma entrò comunque nella bella sala in stile liberty, discretamente affollata, e si sedette ad un tavolino. Mentre aspettava il caffè che aveva ordinato (non proprio una scelta assennata, dato che era già sufficientemente in agitazione), cercò di rilassarsi e ripensò agli avvenimenti di una settimana prima…

Loredana era uscita da casa dei suoi, che stavano a Roserio, e si era diretta al capolinea del 19. In poche fermate sarebbe arrivata in piazzale Accursio dove abitava ma quando fu sul tram pensò che non era ancora mezzanotte, era sabato e non aveva proprio voglia di andare a dormire: così rimase sul tram fino al capolinea opposto. Scese in piazzale Negrelli, prese per via Ludovico il Moro e puntò decisa verso il Capolinea, respirando gli effluvi di una notte primaverile lungo il Naviglio, una bella notte di inizio maggio, tiepida e rallegrata da un venticello truffaldino e carico di promesse che scompigliava appena i capelli, come una carezza amorevole e leggera, e spargeva tutto intorno scie di odori e profumi che si inseguivano e si intrecciavano in un’armoniosa contaminazione.

Attraversò il cortile ed entrò nel locale, dove l’odore robusto dell’aglio delle bruschette contendeva l’aria al fumo delle sigarette, ma nessuno pareva farci caso. Mentre il Vanni si aggirava sorridente tra i tavoli, soffermandosi volentieri a scambiare due parole con i molti clienti abituali, sul palco i musicisti improvvisavano. Era la peculiarità di quel posto, nel quale erano soliti recarsi gli artisti stranieri di passaggio a Milano, che nella tarda serata si univano ai jazzisti italiani dando luogo ad indimenticabili jam sessions intorno all’albero che forava l’impiantito del palco, perché il Vanni quando aveva aggiunto una nuova sala non aveva voluto sacrificarlo.

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Giorgio Vanni, toscano appassionato di jazz e fondatore del locale che sorse sulle macerie di un vecchio albergo nel ’69, aveva fatto del Capolinea (così chiamato per la vicinanza al capolinea del tram n. 19) un posto unico e magico, dove qualsiasi differenza sociale o ideologica era momentaneamente sospesa  e stemperata nella comune passione per il jazz. In quell’atmosfera conviviale, dove si mangiava così e così (ma nessuno era lì davvero per mangiare) e si beveva (molto) per poche lire, l’imprenditore e l’operaio, il compagno ed il sanbabilino trascorrevano la serata gomito a gomito, avvolti dalla stessa coltre fumosa ed ugualmente rapiti dalla musica.

Il sabato a quell’ora il locale era sempre pieno e Loredana, che ne era una frequentatrice assidua,  non aveva prenotato. Strinse gli occhi e si guardò attorno alla ricerca di qualche conoscente  con il quale avrebbe potuto dividere il tavolo. Le venne incontro una delle figlie del Vanni, che la accolse con un sorriso e le disse:

“non andare via, forse riesco a sistemarti. Aspetta solo un momento”.

Tornò dopo qualche istante, la prese per un braccio e la guidò verso un tavolo occupato da un uomo solo.

“Credo che sia un americano, non mi pare molto socievole ma ha accettato di ospitarti al suo tavolo. Stasera c’è Chet Baker in sala, tra qualche giorno partirà per Amsterdam: vedrai che tra poco su quel palco succederà qualcosa!”

e girò velocemente sui tacchi, dirigendosi verso la cucina.

Per Loredana, innamorata del jazz ed in particolare del lirismo intimista di Baker, fu quella una notte indimenticabile, e per più di un motivo.

L’uomo si alzò dalla sedia e la invitò ad accomodarsi con un gesto cortese ed elegante, ma l’accenno di sorriso che gli increspò appena le labbra non mutò l’espressione guardinga dei suoi occhi grigi, segnati da una fitta rete di minuscole rughe.

“…prego. Mi chiamo Alan Walker”,

e il suo italiano era perfetto, lo stupore di lei fu evidente ma lui non aggiunse altro. Era alto ed atletico, con i capelli grigio ferro tagliati molto corti ed un viso dai tratti piacevoli, la mascella squadrata ed il naso corto e sottile. Un bell’uomo, nell’insieme, maturo ma dall’aspetto vigoroso.

Loredana si presentò ricambiando la stretta di mano, si sedette con un poco di apprensione ed istintivamente si passò le dita tra i capelli per ravviarli, mentre lui la osservava socchiudendo gli occhi attraverso le spire di fumo che si alzavano dalla Camel che teneva tra le labbra. Lei sentì il bisogno di ingannare l’imbarazzo con le parole, gli spiegò che abitava vicino al capolinea opposto del tram n. 19 ed aggiunse che veniva spesso in quel locale ed era solita prenotare, ma quella sera aveva seguito un impulso improvviso e se non fosse stato per la sua gentilezza si sarebbe rassegnata a tornarsene a casa. Lui spense la sigaretta e si guardò attorno:

“Questo locale è conosciuto anche a New York, se ne parla persino al Village Vanguard, jazz club di punta a Greenwich. Sono arrivato oggi a Milano e mi fermerò qualche giorno per lavoro, ho chiesto a degli amici milanesi di fissarmi un tavolo. Certo, essere qui la stessa sera in cui c’è Chet Baker è un autentico colpo di fortuna”.

Masticava un poco le parole prima di lasciarle andare, modulando le frasi con voce bassa e roca.

“Non sei italiano ma parli la nostra lingua in modo impeccabile”.

Il “tu” le era venuto spontaneo; d’altronde quello non era posto da formalismi.

“Sono nato a New York ma mia madre era italiana ed era insegnante”,

e questa volta il breve sorriso contagiò anche il suo sguardo, che sembrò distratto da un pensiero lontano.

Mentre mangiavano salsiccia e bruschette innaffiate da generose dosi di Pinot parlarono poco ma Loredana, forse anche per effetto del vino, incominciò a sentirsi a suo agio, ebbe la sensazione che la distanza tra lei e lo sconosciuto si stesse accorciando e ne fu lieta.

Era ormai la una quando Chet Baker salì sul palco. Nella sala il brusio si spense velocemente, e fu silenzio. Tutti si aspettavano qualcosa – in fondo è così tutta la vita, ci si aspetta sempre qualcosa ma in alcuni momenti la percezione che sta per succedere davvero è più vivida.

Il trombettista salutò il trio (contrabbasso, pianoforte e batteria) che aveva brillantemente intrattenuto il pubblico fino a  quel momento, poi prese la tromba e si volse verso la sala,  il volto grinzoso e sofferente che lo faceva assomigliare ad un pugile suonato. Tra i quattro, nient’altro che sguardi.

Poi arrivarono le note: rotolavano libere, sporche, dissonanti, si incontravano e si amalgamavano in un’unica voce sfaccettata come un diamante, si scardinavano rabbiose e si riabbracciavano poco dopo come vecchi amanti che si ritrovano quando ormai si credevano perduti, e si smarrivano in una misteriosa alchimia. Suonarono fino alle tre del mattino e la gente si rassegnò ad andarsene solo quando vide i musicisti sudati ed esausti riporre gli strumenti.

Uscendo nella notte mite, illuminata dalla luna piena che si specchiava nelle acque scure e placide del Naviglio, Loredana e Alan si incamminarono verso il Ponte di San Cristoforo commentando  lo spettacolo al quale avevano appena assistito.

“Io lavoro in banca e ho acquisito una mentalità schematica e programmatrice, e trovo questa capacità di improvvisare  semplicemente  straordinaria”.

L’uomo rifletté per qualche istante su questa osservazione e poi disse:

“Se ci pensi bene, è necessario conoscere perfettamente tutte le regole e tutti gli schemi possibili, per poter improvvisare senza fare dei disastri”.

Si fermò sotto un lampione per accendersi l’ennesima Camel e Loredana notò che aveva belle mani dalle dita lunghe e affusolate. Lui la guardò di nuovo socchiudendo gli occhi dietro le volute di fumo che salivano sinuose dalla sigaretta, poi allungò una mano verso il suo viso, e lei si rese conto all’improvviso che dormiva sola da troppo tempo. Il vino e la notte di maggio le avevano reso il cuore leggero e le gambe appena un poco molli, e si abbandonò all’abbraccio dell’uomo. Ripercorsero un tratto di via Ludovico il Moro senza dirsi più nulla, la mano nella mano, fermarono un taxi che passava e non vi fu alcuna esitazione nella voce di lei, quando diede ad un conducente ormai stanco di molte cose l’indirizzo di casa. Durante quella notte, o comunque di quel che ne restava, a Loredana venne in mente che in fondo tutto era incominciato da un impulsivo cambio di programma.

Il mattino dopo la luce del sole filtrava dalle tapparelle non completamente abbassate e minuscole particelle di pulviscolo vorticavano nell’aria, leggere ed inconcludenti. Loredana si accorse che Alan si era alzato e sbirciava fuori dalla finestra: ne contemplò le spalle larghe, la schiena dritta e le gambe muscolose che spuntavano dall’asciugamano che si era avvolto intorno ai fianchi. Ad un tratto pensò che lo avrebbe perduto, e si sentì addosso una malinconia rassegnata, fastidiosa come un giorno di pioggia. Trascorsero il resto della domenica fluttuando in una specie di bolla nella quale qualsiasi giudizio era sospeso, dove non c’erano né passato né futuro, ma solo il presente. Era di nuovo notte quando lui si rivestì e lei capì che era finita.

“Oggi era il mio compleanno, ed ho avuto un regalo inaspettato e meraviglioso. Starò via per tutta la settimana, ma ci potremmo rivedere domenica prossima al Camparino per l’aperitivo. Se vuoi, naturalmente”.

Non sapeva nulla di quell’uomo, ma si aggrappò all’appuntamento per sottrarsi alla desolazione di un addio.

Non era mai stata molto fortunata, con gli uomini. Si era fidanzata giovanissima con un compagno di scuola, poco dopo il diploma di ragioneria avevano incominciato a lavorare e qualche anno dopo avevano fissato la data delle nozze. Mancava appena una settimana al matrimonio, quando lui le aveva detto di essersi innamorato di un’altra. Loredana e la sua famiglia avevano dovuto disdire le pubblicazioni, annullare gli inviti, restituire i regali. Aveva desiderato con tutte le sue forze di morire, poi aveva sognato la morte di lui, poi quella della nuova fidanzata, poi di tutti e due, ed infine aveva cercato di farsela passare e di guardare avanti ed aveva coraggiosamente deciso di andare a vivere da sola nell’appartamento dove sarebbe dovuta entrare come sposa. La vita aveva pensato di ricompensarla almeno in parte facendole trovare un buon impiego in una filiale della Banca Commerciale Italiana, a poche centinaia di metri da casa.

Dopo qualche anno si era innamorata di un ex giocatore di rugby, che si era rivelato frustrato e violento, al punto che quando lei aveva detto “basta” le aveva preso a martellate la porta di casa e aveva dovuto intervenire la polizia. Era seguito un depresso cronico con manie suicide che si era messa in testa di salvare, rischiando di andare a fondo con lui; poi c’erano state altre storie con personaggi tutti ugualmente e diversamente perdenti: pareva che avesse una specie di talento nell’individuarli.

Alla fine degli anni ’60 aveva trent’anni e aveva vissuto appieno l’emancipazione sessuale, aiutata da un carattere estroverso ed intraprendente.Tuttavia, a mano a mano che il tempo passava, scelte sbagliate e delusioni avevano lasciato ferite profonde che l’avevano indotta ad arretrare e a ripararsi dietro un disincantato cinismo. La lunga storia, tranquilla e senza slanci passionali, con un uomo sposatissimo rivelava già la sua rinuncia. Era finita per logoramento e per noia e a quel punto lei si era resa conto che l’età dei tentativi e delle avventure stava volgendo al termine.

Ma poi, c’era stata quella notte di maggio al Capolinea.

…la luce morente che dai lucernari della Galleria si riversava sui mosaici alla veneziana e sul lucido marmo della pavimentazione allungava le ombre dei numerosi passanti, e il tardo pomeriggio stava ormai scivolando nella sera. Erano le sette passate. Loredana pagò alla cassa ed uscì, mescolandosi alla folla, il passo un po’ meno sicuro, le spalle leggermente curve. Era finita come doveva finire.

“…la polizia di Amsterdam ha accertato che Chet Baker era solo nella sua stanza d’albergo la notte tra giovedì’ 12 e venerdì 13 maggio; è dunque confermata l’ipotesi di suicidio. E torniamo in Italia, Milano: ieri sera intorno alle 23 Tony Gambino, esponente della nota famiglia legata a Cosa Nostra divenuto collaboratore di giustizia, è stato ucciso nella casa protetta in zona Porta Genova dove era stato condotto la settimana scorsa. Le modalità dell’omicidio (un unico colpo alla testa, sparato da un fucile di precisione dall’appartamento di fronte, che risulta essere sfitto) fanno pensare ad un killer professionista”.

Il volo Pan Am diretto a New York via Londra stava rullando sulla pista di Linate. Era una serata limpida e quando l’aereo si staccò da terra e puntò il muso verso il cielo Alan Walker guardò le luci di Milano che si allontanavano velocemente. Pensò al Camparino e alla donna che lo aveva aspettato inutilmente, perché le aveva fatto una promessa che sapeva di non poter mantenere. Qualcosa in lei, quella sera al Capolinea, lo aveva colpito profondamente: non la sua bellezza, perché era davvero bella, ma la sua vitalità ferita eppure forte, i segni delle sconfitte che si annidavano in fondo ai suoi occhi che pure sapevano ancora guardare. O forse era stato solo il bisogno di avere accanto qualcuno, almeno per qualche ora.

Decise in quel momento che quello appena portato a termine sarebbe stato l’ultimo incarico.

I suoi riflessi non erano più quelli di una volta e molte delle sue certezze si stavano incrinando: sessant’anni erano davvero troppi, per un killer professionista. Chissà, forse un giorno non molto lontano sarebbe tornato a Milano.

 

 

 

 

 

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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