L’attimo fuggente

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“Diversivo, distrazione, fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono (Bruce Chatwin, “Anatomia dell’irrequietezza”)

E’ una mattina di maggio e dalle persiane filtrano lame di luce morbida e dorata che attraversano la stanza illuminando eteree particelle di pulviscolo, pigramente vorticanti nel silenzio di una domenica milanese da poco iniziata e dunque ancora fragrante di desideri, di auspici e di speranze.

La donna piccola e bruna dorme rannicchiata su di un fianco, avviluppata nel lenzuolo: è chiusa in un sonno ostinato e il lento respiro regolare è la sola traccia della sua presenza in questa dimensione. Un grosso gatto bianco e nero sonnecchia, languidamente accoccolato contro la schiena di colei che ha evidentemente eletto al rango di umana di riferimento. E’ un assopimento vigile, quello del gatto, perché sa che l’uomo dai lunghi capelli sbiaditi che occupa (del tutto arbitrariamente, secondo il suo inappellabile punto di vista) l’altra metà del letto è desto. Il gatto, felino mai del tutto ammansito, percepisce la sua immobile, silente veglia e manifesta un crescente disappunto con una lieve vibrazione della punta della coda.

E’ ancora presto e dalla strada sottostante, che costeggia il Naviglio Piccolo, giungono solamente i passi cadenzati della corsa di qualche cocciuto salutista e le fuggevoli chiacchiere frammentate dei ciclisti che si godono la passeggiata sulla pista ciclo-pedonale lungo il corso d’acqua.

E’ una periferia strana, quella della porzione del quartiere di Gorla che si sviluppa a ridosso di un lato di viale Monza: la presenza peculiare della Martesana, per i milanesi familiarmente “il Naviglio Piccolo” in contrapposizione al Naviglio Grande, conferisce al rione un’aura vagamente rurale, di posto molto più fuori mano di quanto non sia in realtà.

Sarà per certe case vecchiotte ridipinte in tenui tinte pastello che si alternano a casamenti di più recente costruzione, cosicché il panorama appare meno tristemente anonimo, o grazie a qualche bella villa patrizia che testimonia il passato carattere di località amena dell’antico borgo originario, o per la presenza del vetusto Ponte Vecchio che scavalca il canale, meraviglioso arco a tutto sesto in mattoni pieni e blocchi di pietra di Ceppo dell’Adda,  o ancora in virtù di qualche orto dalle imperfette geometrie che si dispiega all’improvviso lungo le rive.

Passando per Piazza Piccoli Martiri ci si imbatte nel Monumento eretto alla memoria degli alunni di una scuola elementare, i quali insieme ad altri civili dei rioni di Gorla e di Precotto il 20 ottobre del ’44 furono sterminati dalle bombe sganciate da un bombardiere statunitense. Si parlò successivamente di tragico errore e di problemi tecnici di varia natura ma in realtà, come ricordano le dolenti figure velate che reggono ciascuna un piccolo cadavere, opera dello scultore Remo Brioschi, fu semplicemente una delle numerose conseguenze della brutale follia che è il connotato predominante di una guerra: sempre, comunque e a qualsiasi latitudine.

L’uomo dai lunghi capelli di un biondo diluito abbondantemente nel bianco si leva a sedere sul letto con un movimento circospetto, attento a non fare rumore: vuole rimanere da solo ancora per un poco, a contemplare il tranquillo abbandono della donna, respirando l’odore di una casa che non è la sua. In realtà egli non ha una casa: non ne ha più avuta una da quando, nella primavera del ’75, ha lasciato quella che condivideva con i genitori in viale Corsica…

Era un appartamento modesto ma confortevole nei cui locali aleggiava per gran parte della giornata un aroma di caramella e vaniglia, il medesimo che impregnava l’aria nel tratto del viale collocato nelle vicinanze del grande stabilimento dolciario Motta, che occupava un intero isolato ed aveva l’aspetto severo e squadrato di una caserma.  Il profumo di dolci aveva accompagnato la sua infanzia e la sua adolescenza, così come le grandi insegne “MOTTA” che campeggiavano sullo stabilimento.

All’inizio degli anni ’70 l’antico marchio era scomparso, sostituito dall’impersonale ragione sociale “UNIDAL”, nata dal connubio tra le storiche rivali Motta e Alemagna. La notizia aveva suscitato in molti milanesi una reazione di incredulo stupore e la scoperta che non avrebbero più potuto parteggiare per un panettone piuttosto che per l’altro fu percepita come un assurdo sopruso, un po’ come se il Milan si fosse un bel giorno fuso con l’Inter: una cosa semplicemente contro natura.

Del resto, il connubio si rivelò ben presto infausto e transitò attraverso fusioni, cessioni e salvataggi sino agli anni ’80, quando della gloriosa industria dolciaria in viale Corsica non rimase altro che quell’immenso sito vuoto, a testimoniare la triste fine di un’amara storia di dolci e mostrando impudicamente per i successivi vent’anni un indecoroso oblio.

Quando Leopoldo aveva lasciato viale Corsica, Milano e la sua famiglia, aveva poco più di diciotto anni, un diploma di perito aziendale e corrispondente in lingue estere conseguito al Verri e un rigurgito di ribellione velleitaria comune a molti diciottenni, che la primavera di quell’anno si erano visti improvvisamente accordare lo status di maggiorenni. Vi era tuttavia in quell’impulsivo abbandono una motivazione assai più intima e complessa, insita nel temperamento irrequieto del ragazzo: una sorta di smania che fin da quando era piccolo lo induceva a ripetere con una nota impaziente nella voce, pochi minuti dopo che avevano raggiunto un posto qualsiasi:

“…mamma, andiamo?”.

Sua madre rammentava bene che durante i primi anni di vita del figlio il solo modo per acquietare quel piccolo che non dormiva mai era caricarlo in auto e fare dei lunghi giri per la città, mentre alle elementari la maestra era talmente sopraffatta dalla sua vorace curiosità e dall’incapacità di stare compostamente seduto al suo posto che di tanto in tanto lo spediva fuori con la scusa di una commissione inventata  lì per lì. Una memoria eccezionale e una spiccata capacità di apprendimento gli avevano consentito di arrivare al diploma sperimentando contemporaneamente le più disparate attività collaterali, che finivano regolarmente per annoiarlo nel giro di poche settimane.

Anche le frequentazioni, di natura estremamente e talvolta pericolosamente eterogenea, erano condizionate dall’incostanza e dalla volubilità che pareva guidare il suo impaziente procedere nella vita. Leopoldo possedeva fisico longilineo e volto di bellezza fine, quasi femminea, acceso da ardenti occhi del colore dell’ardesia e incorniciato da fluenti capelli biondi. Dalla vivacità dei suoi gesti e dall’eloquio efficace ed elegante traspariva un’energia vibrante, a tratti addirittura soverchiante  e senza  requie alcuna, nemmeno nei sonni agitati. Questa sua vitalità furiosa incuriosiva e attraeva facilmente, ma non vi era relazione che riuscisse a scampare al sopraggiungere del tedio, il quale dopo qualche tempo sospingeva altrove la sua attenzione.

Dopo quel figlio tanto distante dalla loro pacata ed esclusiva armonia e dalla tranquillità operosa della loro vita di gente che campava dignitosamente e senza grandi pretese, i genitori avevano tacitamente accantonato l’idea di metterne al mondo un secondo. Non lo avrebbero mai confessato, ma all’annuncio della sua partenza, ben comprendendo che non lo avrebbero probabilmente più rivisto, provarono un certo indicibile sollievo, tanto che non esitarono ad elargirgli una somma assai generosa per le loro modeste finanze e gli raccomandarono di farsi sentire, soprattutto in caso di bisogno.

Era il primo di maggio del 1975 e il giorno prima il Vietnam del Nord, espugnando Saigon, aveva posto fine al conflitto più lungo e sanguinoso del Novecento, percepito nel mondo occidentale come uno dei più ingiusti ed efferati, tanto da originare estese manifestazioni pacifiste e da ispirare buona parte della cultura pop di quegli anni e degli anni successivi. Fu sull’onda delle suggestioni di quella variegata miriade di racconti e di canzoni  che il giovane Leopoldo investì buona parte dell’inaspettata regalia dei genitori nell’acquisto del biglietto del volo per  l‘arcipelago delle Hawaii, destinazione isola di Kauai, e più precisamente Taylor Camp.

Correva l’anno 1969 – l’anno del festival di Woodstock e della passeggiata sulla Luna di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, ed era l’America a suggestionare l’immaginario di una gran parte del mondo giovanile occidentale –  quando il fratello dell’attrice Elizabeth Taylor offrì accoglienza su una spiaggia di sua proprietà a un gruppetto di hippies, fuggiti dalle violenze delle rivolte nei campus universitari americani ed approdati a Kauai per realizzare un’utopia fondata sulla pace, sull’isolamento e sulla rinuncia a qualsiasi forma di materialismo. Essi furono presto raggiunti da altri hippies e da reduci dalla guerra in Vietnam alla ricerca di una serenità probabilmente perduta per sempre e in quel luogo di selvatica bellezza, davanti alla maestosità dell’Oceano, si accordarono per un ordine senza regole, basato sul rispetto e sulla fratellanza. In quel paradiso appartato i membri della comunità trascorrevano le giornate dedicandosi ai necessari lavori manuali, occupandosi dei bambini, discorrendo di qualsiasi cosa, cantando e suonando, e raramente insorgevano conflitti.

Tuttavia, dopo un poco quei tramonti di struggente bellezza e l’assenza di orizzonti di giornate che tendevano a riprodursi sempre uguali, come pure la tranquillità trasognata di quel gruppetto di fuoriusciti, fecero riaffiorare la nota sensazione di febbrile irrequietezza. Avvertì la consueta voragine grigia spalancarsi nel suo animo e si sentì infelice, percepì la fredda estraneità di quella primitiva bellezza e di quel gruppetto di idealisti alienati dal resto del mondo, comprese che non avrebbero potuto fare più nulla per lui e fu pervaso dal desiderio feroce di qualcos’altro che stava diventando la cifra della sua esistenza.

Lasciò l’isola in una mattina strapazzata dal vento, il quale pareva sospingerlo verso qualche ignota direzione e tutti lo salutarono con la lievità di chi si è serenamente disancorato dai legami terreni. Prese un volo per New York insieme a un fotografo indipendente che si era recato a Kauai per conto di una prestigiosa rivista americana che gli aveva commissionato un servizio sulla comunità. Era costui un tipo taciturno e in perenne movimento con il quale aveva subito legato, riconoscendo in lui la medesima smania che distoglie dall’attimo presente e tende irrefrenabilmente verso un altrove futuro.

Giunto a New York si rese conto che aveva bisogno di racimolare un po’ di denaro e chiese al nuovo amico Chris, trentenne originario di Baton Rouge, qualche indicazione per trovare un lavoro qualsiasi. Quello lo sogguardò pensoso per alcuni istanti, e poi gli offrì di assisterlo nella realizzazione dei suoi servizi fotografici in giro per il mondo, occupandosi dell’organizzazione di viaggi e soggiorni. Iniziò così un singolare sodalizio, alimentato più da silenzi che da discorsi.

Durò ininterrotto per trentacinque anni, consolidandosi sul piano umano e su quello professionale  e non fu turbato né disturbato dalle effimere relazioni femminili che i due ebbero modo di allacciare negli anni. I loro sguardi si posarono su paesaggi di incantevole bellezza, videro villaggi desolati e fatiscenti, metropoli scintillanti e sovraffollate e regioni impervie e come sospese in un tempo remoto, osservarono l’orrore di molte guerre e i loro cammini incrociarono quelli di una moltitudine di gente di ogni razza, condizione ed età.

Seguendo un’indole naturalmente nomade, Leopoldo e Chris si allontanarono velocemente dai concetti tradizionali di “casa” e “famiglia”: casa era ovunque si fermassero e solo per quel ristretto periodo temporale, mentre la famiglia rimase per entrambi un tiepido affetto sullo sfondo delle loro turbolente esistenze. Sebbene con il trascorrere impietoso del tempo quella vita randagia divenisse fisicamente faticosa, nessuno dei due era disposto a fermarsi: si baloccavano di tanto in tanto in confronti oziosi su eventuali attività stanziali che avrebbero potuto intraprendere da qualche parte in un futuro non lontano, ma comunque ancora non così prossimo.

Chris si fermò nel distretto nepalese del Mustang, regione a prevalente cultura tibetana nota come “l’ultimo Tibet”, in un antico villaggio fortificato sulla via che una volta congiungeva il Tibet al Nepal per il commercio del sale: un altopiano movimentato dalle gole scavate dal fiume che lo attraversa e circondato dalle vette più maestose dell’Himalaya, villaggi color ocra tra i campi d’orzo, un vento sempre teso e una luce abbacinante. Il fotografo sessantasettenne si spense in una stanza dai muri di fango che fungeva da tempio, tra lumini di burro di yak e incensi profumati. Se ne andò con il viatico dell’amore di un amico con il quale aveva condiviso buona parte della sua vita e con la sussurrante e sincera pietas di un gruppo di uomini che appena conosceva, e per ciò tanto più preziosa, e disse infatti che non avrebbe potuto desiderare morte migliore.

Leopoldo comprese che una fase della sua vita si era conclusa, e realizzò pure che a cinquantacinque anni buona parte di quel viaggio si era compiuto. Fu allora che si accorse che dei luoghi visitati, delle persone incontrate, degli innumerevoli momenti che costituivano la trama della sua storia non aveva che ricordi imprecisi e sbiaditi, privi di spessore, di odore e di suono alcuno. Tanta era stata la smania di proseguire, di andare sempre da un’altra parte, che non aveva mai afferrato l’essenza del momento che stava vivendo.

Dall’amico Chris aveva imparato il mestiere di fotografo, ma senza di lui quell’andare in giro per il mondo non aveva più senso. Completamente spaesato, aveva fatto ritorno a Milano, dove aveva ritrovato i genitori ormai anziani: gli erano sembrati accartocciati nelle membra e vagamente evanescenti, ma sereni e senz’altro abituati alla sua assenza. Aveva perciò dichiarato di essere solo di passaggio e aveva preso alloggio in un anonimo albergo dalle parti della Stazione Centrale.

Mentre una parte di Milano esultava per la vittoria dell’Inter sulla Roma all’Olimpico, e con la realizzazione dello storico triplete Mourinho si guadagnava la sempiterna riconoscenza degli interisti, da qualche tempo più avvezzi alle dietrologie delle sconfitte che alla genuina gioia del trionfo, Leopoldo vagava lungo il Naviglio Grande, pensando che al tedio che si sarebbe di lì a poco insinuato nel suo animo non vi sarebbe stato scampo, né soluzione alcuna.

Era la fine di maggio e la sera milanese si illanguidiva lungo il Naviglio, una brezza tiepida scompigliava i capelli troppo lunghi per un uomo della sua età, ancora prestante ma spiegazzato da una vite rude e da una disillusione che non aveva mai avuto il beneficio di cullarsi in un’illusione: solo una maledetta, smaniosa fretta che gli aveva fatto attraversare la vita come un colpo di vento, senza serbarne memoria vera.

Era entrato in un bar qualsiasi e l’aveva scorta dopo un poco seduta a un tavolino, da sola. Doveva avere superato la quarantina, il volto appuntito era un poco segnato ma dai contorni ancora definiti, i capelli castani sfioravano le spalle e ricadevano sulla fronte. Era piccolina ed esile e stava compostamente seduta, le gambe accavallate e i gomiti poggiati sul piano del tavolino, e l’uomo fu colpito dall’assorta attenzione con la quale consumava il suo panino: masticava con lentezza, come assaporando ogni boccone, pulendosi di tanto in tanto la bocca con un gesto carezzevole della mano.  Quando gettava lo sguardo attorno sospendeva la masticazione e il suo sguardo scuro e liquido era quieto, come se contenesse una tranquilla rassegnazione e il fermo convincimento che tanto nulla nella sua vita sarebbe potuto cambiare.

L’aveva avvicinata seguendo un impulso che non si era curato di definire e lei lo aveva scrutato con blanda curiosità, priva tanto di pregiudizio quanto di qualsiasi aspettativa. Poco dopo erano usciti nella notte mite e avevano camminato a lungo, ed erano stati più i silenzi che le parole a racchiuderli in una tiepida bolla nella quale i respiri si erano confusi, le mani si erano cercate e qualunque domanda aveva trovato una provvisoria risposta.

Nei giorni successivi, aspettando che Clara uscisse dall’ufficio, Leopoldo aveva trascorso ore ed ore ad osservare sullo schermo del computer le migliaia di istantanee scattate nel corso dei viaggi con Chris, tentando invano di ritrovare le sensazioni di quei momenti. Una sera le aveva mostrate a Clara e aveva incominciato a raccontare e, ascoltando la propria voce, i ricordi a poco a poco avevano preso forma, colore e consistenza. Mentre la donna lo ascoltava con quella concentrazione assoluta che lo aveva impressionato sin dalla prima volta, aveva ravvisato in fondo ai suoi occhi la traccia indelebile di qualche antico dolore non condivisibile e ne aveva provato una partecipe commozione.

…Leopoldo osserva la stanza arredata con mobili vecchiotti e funzionali, come del resto tutto il minuscolo appartamento, che è sempre pulito e ordinato quel tanto che basta, con qualche imprecisione a testimoniare la presenza della donna e del gatto, dichiarando che quella casa è il loro territorio. Ascolta il monotono sgocciolio del rubinetto del lavandino nel bagno in fondo al corridoio e i passetti concitati provenienti dal piano di sopra, che suggeriscono la presenza di un bambino.

E’ il gatto ad accorgersi del ritorno dall’oblio del sonno di Clara: si è spostato dalla sua schiena con un gesto fluido ed elegante ed è planato senza rumore alcuno sul pavimento, mentre la donna apre piano gli occhi e si guarda attorno, come per sincerarsi di essere tornata nel luogo giusto.

I loro sguardi si incrociano e si sorridono, quasi timidamente. Lui pensa che vorrebbe stare lì con lei in una giornata di pioggia per tirarle fuori le lacrime sedimentate in fondo all’animo, prima che cancellino la sua disarmata dolcezza, lei pensa che le piacerebbe risvegliarsi con lui la mattina di Natale.

Certo non è ancora amore né forse lo sarà mai, ma è un momento che resterà nella memoria di entrambi, per sempre.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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