Le caramelle della sconosciuta

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 “Io sono un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente” (dalla lettera di addio di Kurt Cobain, 5 aprile 1994).

La mia mente ha la fastidiosa abitudine di tradurre immediatamente in nitide immagini ciò che leggo o ascolto e il corpo senza vita di Kurt Cobain sul pavimento del garage, accanto ad un fucile a pompa, mi turba più di quanto io sia disposto ad accettare.

In questo caso il turbamento è aggravato dalla mia somiglianza fisica con il cadavere che visualizzo, anche se devo ammettere che questa affinità esteriore per un certo periodo di tempo mi ha lusingato: infatti mi sono fatto crescere i capelli, i baffi e il pizzetto ed ho saputo indossare con disinvoltura una maschera che mi aiutava a proteggere la mia sostanza più vulnerabile. Dopo la notizia della sua scomparsa, volendo prendere le distanze da uno che aveva rinunciato, dunque un perdente,  mi sono rasato il viso ed ho accorciato un po’ i capelli ma la similitudine dei due volti appare ancora molto evidente

(- oh, ma siete uguali, te l’hanno già detto?

– sì, fino alla noia, negli ultimi sette anni).

Sono passati sei mesi esatti dal giorno del suo suicidio e sul malessere di Cobain si continuano a scrivere  torrenti di parole. Non sarebbe più semplice accettare il fatto che lo abbia ucciso la noia conseguente all’assenza di emozioni, complice anche lo stato di alterazione che ha abitato per lungo tempo la sua mente, fino a penetrare l’anima?

Stupido, inerme, disperato bambino, non c’è davvero nulla per cui valga la pena di morire anzitempo –nemmeno il nulla.

Però capita che diventi difficile trovare qualcosa per cui aver voglia di vivere compiutamente, invece di lasciar semplicemente scorrere i giorni e le notti.

In ultima analisi, faccio bene a fuggire la noia covando il mio rancore e alimentando amorevolmente il senso di sconfitta che inevitabilmente accompagna la fine di una storia importante, quando tu sei quello piantato, e per la ragione più banale del mondo: un altro uomo.

(definiamo “importante”: quella storia che ti fa consapevolmente, gioiosamente deragliare, che ti fa uscire dal tuo tracciato per saltare a piedi uniti in un territorio straniero, quella che ti spinge a porre al centro del tuo personale equilibrio la presenza di una donna. Ecco, più o meno così, con qualche trascurabile variante).

…forse avrei dovuto piantarti un coltello tra le scapole, quel giorno in cui mi volgesti le spalle per l’ultima volta. Ma non avevo un coltello a portata di mano e così prevalse la razionalità, insieme alla capacità di mentire a se stessi che mi portò a pensare “ora è davvero finita, perché l’ho deciso io”.

Dopo quel giorno sono andato avanti bene per diversi mesi – sono finalmente andato avanti – e mi sono sentito leggero, liberato dalla sofferenza che mi ha subdolamente e saldamente legato a te per cinque lunghi anni, un poco svuotato, perciò pronto per accogliere altre storie: che però restavano sempre in  superficie, o forse sono io che ho smarrito la mia profondità.

Ora so che fu un errore entrare in quel locale sui Navigli, ma ero guidato dal bisogno di un’inconscia verifica alla quale dovevo sottopormi. La chitarra era sempre lì, posata accanto ad una scomoda sedia di legno, pronta a lasciarsi abbracciare da chiunque ne avesse voglia. Come ero solito fare io qualche anno  fa, in un tempo facile in cui ero così ansioso di prendermi cura di te, quando potevo guardarti sorridendo ed invitarti ad accompagnarmi cantando.  Avevi una bella voce, un po’ di gola (non riuscivo a farti capire che avresti dovuto usare di più il diaframma) ma molto intonata e con una buona estensione. Qualche volta ci hanno persino offerto da bere.

Ma quella sera di settembre in cui ho ingenuamente creduto di essere pronto (peraltro con limitato riferimento al luogo nel quale trascorremmo tante serate) tu eri lì. Ti ho vista subito, il tuo sguardo vagava un poco annoiato per la sala piena di gente e di voci, lui parlava avvicinando le labbra al tuo orecchio ma tu non parevi attenta. I capelli lunghi e biondi come li ricordavo, solo sciolti sulle spalle e non più legati a coda di cavallo, un’aria certamente più borghese ma sempre tu e io non capivo nemmeno se ti stavo guardando con gli occhi di oggi o di allora. Ho percepito distintamente il crepitio secco che facevano tutte le mie difese nel momento in cui hanno incominciato a cedere: cedimento strutturale, è così che crollano interi palazzi.

Ti sei accorta della mia presenza e ti sei improvvisamente vestita  di imbarazzo, indirizzandomi lo stesso sguardo dispiaciuto con il quale mi salutasti quell’ultima volta a casa mia

(ci incontrammo per caso dopo cinque anni da quando te ne eri andata e tu eri già sposata con lui, il che non ti impedì di passare la notte con me)

quando ti dissi che non ci saremmo mai più rivisti.

Ci sono piante difficili da estirpare, come le canne: resistentissime, capaci di piegarsi senza spezzarsi, le tagli al piede ma loro hanno già lasciato sul terreno una robusta discendenza pronta a ricrescere quanto prima, e tu hai di nuovo perso la tua battaglia e forse a furia di  perdere battaglie perderai la guerra.

Sono stato costretto ad uscire nella notte a cercare il respiro che non riuscivo più a trovare dentro il locale. Una notte qualunque di settembre, blandita da una lieve brezza tiepida che non riusciva ad increspare l’acqua scura del Naviglio Grande, che scorreva lento sotto il ponte di San Cristoforo. Una volta risalito in auto ho vagato a lungo per Milano, osservando gli ultimi nottambuli che si rassegnavano infine a ritirarsi ed i semafori che cessavano di cambiar colore per fissarsi sul giallo lampeggiante. I ricordi mi si sono rovesciati addosso senza ritegno e sono tornato al punto di partenza, con un dolore lacerante nel petto.

Era ormai l’alba quando sono tornato al mio appartamento in via Pascarella e il cielo che si tingeva di rosa non poteva comunque ingentilire il paesaggio alieno di Quarto Oggiaro, grigi casermoni di periferia dentro grigi cortili, microcosmo degradato dove la brava gente si chiudeva in casa la sera cercando di non vedere i ragazzi che si bucavano sotto i lampioni.

“Attraversa la strada sulle strisce pedonali e non accettare caramelle dagli sconosciuti”,

mi diceva sempre la mamma quando ero ragazzino e tornavo a casa da scuola da solo, al pomeriggio. Questa storia delle caramelle mi fa ancora sorridere e in realtà non ho mai letto di bambini adescati con le caramelle. A quell’epoca non riuscii nemmeno ad andare oltre il significato letterale di quelle parole, per cui ho sempre pensato che il pericolo risiedesse nel fatto che le caramelle potessero essere avvelenate. Di sicuro, non era quello il rischio che si correva girando per le strade di Quarto. Il tempo di farmi una doccia e di cambiarmi e sono nuovamente uscito per raggiungere lo studio  di architetti del quale sono socio, in viale Romagna, proprio di fianco alla Casa dello Studente.

…è trascorso un mese da quella sera e continuo a sentire quel dolore sordo ed incessante nel centro del petto

(via, cuore, sei solo un muscolo, smettila, il problema è altrove)

ed è peggio di prima perché ora so che non posso fare nulla per liberarmene: non è servito passare con te un’ultima notte e vomitarti addosso, con consapevole crudeltà, tutta la mia amarezza, non è servito allacciare relazioni con altre donne, che hanno tutte finito per annoiarmi dopo poche settimane, non è servito lasciar passare del tempo, ed è bastato rivederti una sola volta da lontano per ripiombare nella ragnatela che pensavo di avere definitivamente lacerato. Ora c’è persino una sorta di autocompiacimento nella mia sofferenza, mi guardo soffrire e mi lascio andare pian piano alla deriva. Non sono più uscito la sera, preferisco limitare i contatti con gli altri allo stretto indispensabile, è diventato così faticoso recitare una parte.

Ma stasera non ce la faccio. Dopo aver letto l’ennesima analisi del suicidio di Cobain e della morte musicale dei Nirvana, stasera guardo allo specchio la mia faccia uguale a quella di Kurt  – ed ora ho persino la medesima tristezza cupa in fondo allo sguardo – ed ho paura.

E’ un venerdì sera d’autunno malmostoso e bagnato di quella pioggia fine che ti raffredda le ossa. Monto in macchina, costeggio il Vivaio e passo davanti alla facciata cadente della quattrocentesca Villa Scheibler,  che il Comune di Milano lascia inspiegabilmente alla mercé di vagabondi e drogati, oltre che delle offese del tempo. Punto verso Brera, ho bisogno di luce e di rumore, all’improvviso ho urgenza di allontanarmi da me stesso.

E’ quasi mezzanotte, il bar Jamaica  è pieno di gente, apro la porta e sono investito da una benefica zaffata di odori: di gente, di cibo, di fumo, di panni umidi. Mi dirigo verso il banco e ordino il primo Negroni. Sto già bevendo il secondo quando vengo distratto da un aroma nuovo (sono molto sensibile agli odori, forse sono un mammifero non completamente evoluto) che per un attimo prevale sugli altri: è una fragranza dolce e pungente, direi vaniglia e cannella, ed è diffuso dal gesticolare della ragazza che si è appena accomodata sullo sgabello accanto al mio e che sta cercando di attirare l’attenzione del barman.

La osservo con discrezione: è alta e robusta, ha capelli neri portati con un taglio squadrato e con la frangia e occhi obliqui verde chiaro. Una maglietta molto scollata le scopre le spalle larghe, ha la pelle del colore dello zucchero caramellato e potrebbe essere una Valentina di Crepax un poco grossolana. Ormai la sto osservando apertamente mentre liquida in un’unica sorsata un bourbon

(sono affascinato dalla sua gestualità ferina e dai piccoli denti candidi e aguzzi con i quali sta sgretolando rumorosamente  pezzetti di ghiaccio, non so perché ma ho l’impressione che tutto il suo linguaggio del corpo esprima un’aggressività latente)

e lei se ne accorge.

Non c’è simpatia nello sguardo che mi rivolge, solo una leggera curiosità, come se lei appartenesse ad una specie diversa

(ma magari è proprio così).

“E’ una notte così buia, vero? Troppo buia per starsene a casa a bere da soli. E allora si cerca rifugio in un posto come questo, dove si è ancora più soli”.

E’ una semplice constatazione, non una confidenza, lo capisco dal tono della sua voce

(un timbro vocale basso e roco, pastoso, voce da blues, ma un blues denso e fumoso, troppo esplicito, persino un po’ volgare)

e dal suo sguardo a tratti vuoto, che posa su di me senza guardarmi davvero. Continuiamo a bere – io Negroni e lei bourbon – scambiando di tanto in tanto qualche parola che non accorcia le distanze tra noi, ma mi va bene così. Eppure sono in qualche modo attratto dalla sua persona, da quello sguardo chiaro e mutevole, ora vacuo e un istante dopo famelico, da quelle mani troppo grandi e forti per una ragazza, con le unghie corte e quadrate dipinte di lacca rosso sangue.

Quando lei si dirige alla cassa la seguo, pago anch’Io ed esco sulla scia di quel profumo dolce, così inadeguato all’energia brutale che suggerisce la sua persona. Piove ancora, lei si tira il cappuccio dell’impermeabile sopra la testa e si incammina su via Fiori Oscuri, ed io qualche passo indietro

(mi pare di vedermi, un grosso cane bagnato e senza padrone che segue il primo che passa )

fino a quando lei non si ferma e aspetta che io la affianchi.

Ho bevuto troppo e mi gira un po’ la testa, inspiro l’aria umida e penso solo che stasera non posso stare solo ma non ho nemmeno voglia di sostenere una conversazione e questa sconosciuta

(così diversa da te, con quest’aria ordinaria e vorace, non so nemmeno come si chiama e non mi interessa perché stasera voglio solo essere divorato)

è la compagna ideale.

La sconosciuta abita vicino all’Orto Botanico in un abbaino caotico e microscopico nel quale aleggia e ristagna il sentore di vaniglia e cannella che si porta addosso.

Sotto il lucernario – un buco nero sulla notte senza luna – c’è un grande letto sfatto, ed è tutto così terribilmente sciatto e trascurato, e adesso penso che forse dovrei andarmene da qui, ma lei mi sta già spingendo verso il letto e mi gira sempre di più la testa. Sento il peso del suo corpo massiccio sopra il mio e mentre mi accarezza i capelli e mi guarda con i chiari occhi vuoti sento la sua voce roca che mormora

“sono certa di non averti mai incontrato prima, eppure il tuo viso mi ricorda qualcuno”

e io non dico nulla, e non dico nulla nemmeno quando le sue mani forti, troppo grandi per una ragazza, si posano intorno al mio collo e stringono, stringono sempre di più. Ora nel suo sguardo passa un incredibile lampo di dolcezza e io mi aggrappo a quello mentre mi lascio scivolare senza reagire – ho perduto l’istinto di sopravvivenza tanto tempo fa, da qualche parte – e nella mia testa esplode un caleidoscopio di colori e di immagini

(“attraversa la strada sulle strisce pedonali e non accettare caramelle dagli sconosciuti”,

la mamma con quel tailleur blu gessato che mi piaceva tanto)  e quel nodo tenace al centro del petto si sta sciogliendo, il mio cuore sta rallentando e presto accosterà per farmi scendere e allora sarò libero, e dopotutto nessuno potrà mai dire che ho mollato, io ho solo seguito una sconosciuta nella notte, accettando le caramelle che mi offriva.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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