Le donne di scarto

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In Cina la parità dei sessi è un orizzonte ancora lontano. Malgrado l’istituzione nel lontano 1949 della All-China Women’sFederation, un’organizzazione governativa per la difesa dei diritti delle donne, il paese rimane ancora oggi radicato alla sua lunga storia, faticando a riconoscere l’uguaglianza di genere.
A tal proposito è interessante il fenomeno delle cosiddette “donne di scarto” (剩女,sheng nü) che dal 2007 ha avuto un certo peso nel dibattito sociale del regno di mezzo, guadagnando spazio su quotidiani, riviste, siti internet e serie televisive. Tanto che, nello stesso anno, visto l’utilizzo inflazionato dell’espressione “donne di scarto”, il Ministero dell’Educazione cinese ha deciso di inserire questo termine nel lessico ufficiale. Secondo la definizione data dalla All-China Women’s Federation, le donne di scarto sono quelle donne che, oltrepassati i ventisette anni di età, si ritrovano ancora sole e senza un uomo da sposare. Tipicamente queste donne privilegiano nel corso della loro giovinezza altri aspetti della vita. Molto spesso si tratta di donne in carriera, o donne che si focalizzano con successo negli studi accademici. Fin qua non c’è niente di anomalo o bizzarro. Una semplice etichetta per indicare una categoria di donne, che invece di legarsi ad un uomo, preferisce una vita più indipendente. Partiamo dall’inizio della storia, anno 2007. Il Consiglio di Stato inserisce come punto chiave del “programma di sviluppo della popolazione e della famiglia” la necessità di elevare il livello qualitativo medio del popolo cinese. Proprio così, la qualità del cittadino cinese medio impauriva (e forse ancora lo fa) non poco le autorità, che vedevano minacciata l’abilità del paese nel suo processo di allineamento con i paesi più sviluppati e le maggiori economie mondiali. Da quel momento, la necessità di elevare la qualità della popolazione è diventata una delle priorità dell’agenda governativa. Per cominciare ad affrontare la questione in modo diretto e deciso, il governo decide di attivare una campagna fortemente sessista, sorretto dai principali media. Il messaggio della campagna ha come target proprio le “donne di scarto”, ed il fine ultimo è spingere queste ultime a vergognarsi del desiderio di affermarsi come persone, del loro status di single o, semplicemente, di non essersi ancora decise a prendere marito. Sarà paradossalmente la All-China Women’s Federation, organizzazione nata per la difesa dei diritti delle donne, a condurre la campagna. Così facendo, questa categoria di donne, gran parte delle volte lodevoli di successi in ambito accademico e/o professionale, ha iniziato a ricevere pressioni dalla società non indifferenti. In Cina l’atto del matrimonio è ancora oggi di fondamentale importanza per le famiglie, per svariate ragioni, sia di tipo patrimoniale che di status sociale. Fino al momento del matrimonio i genitori esercitano forti pressioni sui figli, ed il governo da loro manforte in questo genere di approccio. Addirittura, alcuni governi locali organizzano eventi dove potenziali futuri sposi possono incontrarsi. Mentre a Shanghai, ogni domenica pomeriggio va in onda nel parco di People Square il mercato degli sposi, dove genitori spazientiti dal vedere i figli ancora scapoli, cercano di creare improbabili accoppiamenti tra giovani sconosciuti, da cui far nascere matrimoni. L’importanza del matrimonio nella cultura cinese non basta però a giustificare la campagna sessista diretta contro le “donne di scarto”. Dietro si nascondono altre ragioni, che si ricollegano al tentativo del governo di alzare l’asticella che segna la qualità del suo popolo. In Cina è curiosa e bizzarra la modalità con cui il Consiglio di Stato cinese individua diverse classi di uomini e donne. Infatti, nella fase di preparazione del piano di sviluppo della popolazione, il Consiglio di Stato sosteneva che in Cina gli uomini di qualità A si sposano con donne di qualità B, quelli di qualità B si sposano con donne di qualità C e quelli di qualità C si sposino con donne di qualità D. Con questo particolare e discutibile meccanismo, rimangono fuori dai giochi le donne d’eccellenza, ossia quelle appartenenti alla categoria A. Generalmente le “donne di scarto” appartengono a questa categoria. Ed è proprio la categoria di donne A, educate e intelligenti, quella che il governo cinese vorrebbe vedere procreare maggiormente. L’idea di fondo è che le “donne di scarto”, generalmente dotate di un livello di istruzione sopra la media, possano educare i propri figli in modo migliore, contribuendo in questo modo ad un innalzamento del livello di qualità della popolazione. Questa però non è l’unica ragione per cui è stata intrapresa la campagna indirizzata alle “donne di scarto”. La Cina si trova a fare i conti con degli squilibri demografici non affatto trascurabili. Il numero di uomini cinesi, per ragioni dovute alla politica del figlio unico e ad una diffusa preferenza per i nascituri maschi, è cresciuto in modo sproporzionato. Secondo il National Bureau of Statistics of China nel 2007, il numero di uomini under trenta superava di ben 20 milioni quello delle donne della stessa categoria. Ne 2020 si stima che il numero di uomini in eccesso crescerà fino a quota 24 milioni. Questo significa che il genera maschile avrà più difficoltà nel tempo a trovare una partner. Rispetto a questo punto il governo insiste su fatto che vi sia un alto rischio per la stabilità sociale del paese. La prospettiva di un sovraffollamento maschile preoccupa non poco il Partito. Per correre ai ripari la stigmatizzazione delle donne single è un primo piccolo intervento, necessario ma non sufficiente. Dal 2007 le “donne di scarto” sono state il bersaglio di una campagna mediatica aggressiva. L’opinione sociale nei loro confronti ha creato in queste ultime una situazione di disagio. Il governo con la sua propaganda, servendosi della vasta rete di mezzi di comunicazione su cui ha uno stretto controllo, ha attivato un meccanismo sociale di disprezzo nei loro confronti, e la All-ChinaWomen’s Federation è arrivata a dire che questa categoria di donne non merita la simpatia del popolo. Le “donne di scarto” si ritrovano così sul limbo, lasciate a meditare su come mantenere uno stile di vita moderno senza però oltraggiare le norme sociali e la tradizione.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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