Le quote rosa? Un affare di famiglia

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Family affair

Delle 113 donne nominate nel 2013, solo 61 sono di nuova nomina. Le rimanenti 52 sedevano già in qualche consiglio di amministrazione di società quotate negli ultimi cinque anni. In altre parole, il tasso di rinnovo è di poco superiore al 50%, con l’affermarsi di alcune “Consigliere di professione”. Non solo. Delle 61 donne per la prima volta in un cda, 11 sono non indipendenti, in quanto collegate in modo diretto o indiretto alla proprietà o al management o all’azienda. Forse perché la selezione dei consiglieri donna è avvenuta prevalentemente attraverso gli usuali canali di conoscenza, passa-parola, cooptazione, soprattutto nelle società non appartenenti al FTSE Mib.
I numeri portano però a porsi alcune domande? La legge sulle “quote rosa” è stata applicata dal sistema rispettandone la forma. Ma si è davvero rivelata un’occasione di effettivo cambiamento oppure è stata colta solo in parte mettendo nei board le consigliere “di professione” oppure nonne, figlie, mogli, zie e sorelle?
Guardando la composizione del consiglio di amministrazione di una società come Indesit (http://www.indesitcompany.com/inst/it/vision/corporate_governance/cda_comitati.jsp ) la risposta pare scontata. Delle undici poltrone, tre sono occupate da esponenti della famiglia Merloni: Antonella e Maria Paola, figlie di Vittorio. La prima è Presidente della Fineldo e in curriculum vanta esperienza di commercialisra, responsabile della Comunicazione nell’area Est Europa della Indesit Company con successiva responsabilità diretta prima del mercato ceco e poi di quello rumeno. Nel 1996 è designata Presidente della MP&S S.r.l., ruolo che ricopre attualmente. E’ stata dirigente nella Divisione Advisory e M&A della Cofiri e anche presidente e Amministratore Delegato della Faber Factor, società di factoring e leasing. Anche la sorella Maria Paola vanta incarichi nelle società del gruppo, è stata anche presidente di Confindiustria Marche ma soprattutto ha fatto carriera in politica: “nel 2006 viene eletta alla Camera dei Deputati nella lista Ulivo in quota DL-Margherita, circoscrizione Marche, come membro della X Commissione – Attività Produttive Commercio e Turismo – e della XI Commissione – Lavoro Pubblico e Privato.
Dal 2008 alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito Democratico, capolista circoscrizione Marche, ha ricoperto l’incarico di Ministro ombra per le Politiche Comunitarie, è membro della XIV Commissione Politiche dell’Unione Europea, componente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e componente della Direzione Nazionale del Partito. E’ stata eletta al Senato della Repubblica nel 2013 nella lista Scelta Civica”.
Accanto a loro siede anche Franca Maria Carloni. Il suo curriculum? “Ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio presso l’Università di Perugia nel 1959. E’ sposata con Vittorio Merloni ed ha quattro figli: Maria Paola, Antonella, Aristide ed Andrea. E’ impegnata in associazioni di volontariato”. Viva le quote rosa.

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Camilla Conti

Giornalista. Moglie di un giornalista. Mamma di una nana anarchica.

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4 commenti su “Le quote rosa? Un affare di famiglia

  1. Time Flies il said:

    Perche mi scusi, forse e’ diverso per gli uomini? Questo e’ un paese corrotto, andatevene se potete. Qui entri solo se sei il parente o conoscente. E se sei un comune cittadino ti stritolano di tasse mentre loro mettono in nota spese pure i panettoni di Natale o l’uso dei cessi pubblici. L’Italia e’ una repubblica fondata sul paraculismo.
    Giovani, scappate.

  2. Time Flies il said:

    Perche mi scusi, forse e’ diverso per gli uomini? Questo e’ un paese corrotto, andatevene se potete. Qui entri solo se sei il parente o conoscente. E se sei un comune cittadino ti stritolano di tasse mentre loro mettono in nota spese pure i panettoni di Natale o l’uso dei cessi pubblici. L’Italia e’ una repubblica fondata sul paraculismo.
    Giovani, scappate…

  3. Sulle quote rosa e su gli altri lacciuoli, un contributo antico.

    ” … Credo, dunque, che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, i nostri contemporanei non ne potranno trovare l’immagine nei loro ricordi.

    Invano anch’io cerco un’espressione che riproduca e contenga esattamente l’idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome. Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere? Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio. Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore.

    Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo. I nostri contemporanei sono incessantemente affaticati da due contrarie passioni: sentono il bisogno di essere guidati e desiderano di restare liberi; non potendo fare prevalere l’una sull’altra, si sforzano di conciliarle: immaginano un potere unico, tutelare ed onnipotente, eletto però dai cittadini, e combinano l’accentramento con la sovranità popolare. Ciò dà loro una specie di sollievo: si consolano di essere sotto tutela pensando di avere scelto essi stessi i loro tutori. Ciascun individuo sopporta di sentirsi legato, perché pensa che non sia un uomo o una classe, ma il popolo intero a tenere in mano la corda che lo lega. In questo sistema il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientra. Vi sono ai nostri giorni molte persone che si adattano facilmente a questo compromesso fra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare e credono di avere sufficientemente garantito la libertà degli individui affidandola al potere nazionale.

    Ciò non mi soddisfa: la natura del padrone mi interessa meno dell’obbedienza. Però non posso negare che una simile costituzione sia infinitamente preferibile a quella che, dopo avere accentrato tutti i poteri, li affidi nelle mani di un uomo o di un corpo irresponsabile; il che rappresenta la forma peggiore del dispotismo democratico. Quando il sovrano è elettivo, sorvegliato da vicino da un corpo legislativo realmente elettivo e indipendente, l’oppressione che egli fa sentire agli individui è talvolta più grande, ma è sempre meno degradante, perché ogni cittadino, allorché si sente dominato, può ancora immaginare che obbedendo si sottomette solo a se stesso e che sacrifica ad una delle sue volontà tutte le altre. Comprendo pure che, quando il sovrano rappresenta la nazione e dipende da essa, le forze e i diritti che si tolgono a ciascun cittadino non servono soltanto al capo dello stato, ma giovano allo stato stesso e che i privati traggono qualche frutto dal sacrificio che hanno fatto alla collettività. Creare una rappresentanza nazionale in un paese molto accentrato equivale, dunque, a diminuire il male che il soverchio accentramento può produrre, ma non a distruggerlo. Vedo bene che in questo modo si mantiene l’intervento individuale negli affari più importanti, ma esso è molto ridotto per gli affari piccoli e particolari. Si dimentica che proprio nei particolari è pericoloso asservire gli uomini.

    Per parte mia sarei portato a credere che la libertà è meno necessaria nelle grandi cose che nelle piccole, se non pensassi all’impossibilità di avere la prima senza la seconda. La dipendenza nei piccoli affari si manifesta ogni giorno e si fa sentire indistintamente su tutti i cittadini. Non li spinge alla disperazione, ma li contrasta continuamente, portandoli a rinunciare all’uso della loro volontà. Deprime a poco a poco il loro spirito e indebolisce il loro animo, mentre l’obbedienza dovuta solo in un piccolo numero di circostanze gravissime, ma rare, mostra la servitù solo di tanto in tanto e la fa pesare solo su pochi uomini.

    È inutile affidare a questi cittadini, così dipendenti dal potere centrale, l’incarico di scegliere di tanto in tanto i rappresentanti di questo potere, poiché questo uso così importante, ma così breve e raro del loro libero arbitrio, non li salverà dalla perdita progressiva della facoltà di pensare, sentire e agire da soli e li lascerà cadere gradatamente al disotto del livello dell’umanità. Aggiungo che essi diverranno presto incapaci di esercitare il grande ed unico privilegio che resta loro. I popoli democratici, introducendo la libertà nella vita politica nel tempo stesso in cui aumentavano il dispotismo amministrativo, sono stati portati a singolarità stranissime. Se si tratta di condurre piccoli affari, nei quali può bastare il buonsenso, essi stimano incapaci i cittadini; se si tratta, invece, del governo di tutto lo stato, affidano ai cittadini immense prerogative; così ne fanno a volta a volta i trastulli del sovrano e i suoi padroni; più dei re e meno degli uomini. Dopo avere escogitato infiniti sistemi di elezione, senza trovarne uno adatto, si stupiscono e cercano ancora: come se il male che essi notano non dipendesse dalla costituzione del paese molto più che da quella del corpo elettorale.

    È effettivamente difficile comprendere come mai degli uomini, che hanno interamente rinunciato all’abitudine di dirigere se stessi, potrebbero riuscire a scegliere bene quelli che li dovrebbero guidare; non si può mai sperare, quindi, che un governo liberale, energico e saggio possa uscire dai suffragi di un popolo di servi. Una costituzione repubblicana nella testa e ultra monarchica in tutte le altre parti mi è sempre sembrata un mostro effimero: i vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati la porterebbero presto alla rovina, mentre il popolo, stanco dei suoi rappresentanti e di se stesso, creerà istituzioni più libere o ritornerà a subire un solo padrone. …”

    Tratto da “Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche.” Alexis de Tocqueville, De la démocratie en Amérique, 1836-1840 (Parte II, Cap VI), La democrazia America, Rizzoli, Milano 1999, Parte IV, Cap. VI

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