Le ragioni del cane

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Il grigiore stinto della giornata di dicembre verso il crepuscolo si è condensato in una umidità impalpabile.

Non proprio pioggia, piuttosto una foschia madida che incombe sopra i tetti delle case. Come se questa periferia milanese non fosse già abbastanza ruvidamente ostile, a dispetto dei recenti interventi che hanno restituito dignità a molti casamenti, dei murales variopinti, dell’area pedonale rallegrata dai luccicanti addobbi natalizi e dell’impegno caparbio di tanta gente che difende un territorio che non vuole o non può abbandonare.

Benché la Stazione ferroviaria abbia finalmente perduto l’aspetto originario di polveroso avamposto di un qualunque Far West, perdurante sino ai primi anni ‘90, i pendolari che scendono dai treni rappresentano la medesima umanità in forzosa oscillazione tra il mattino e la sera, il qui e l’altrove. Uscendo nella penombra illividita rialzano il bavero del cappotto e affrettano il passo verso casa, il capo chino per sottrarsi al freddo e forse anche al paesaggio.

L’uomo che sbuca ad un tratto dalla strada che corre a fianco dei binari e conduce al Parco potrebbe avere duemila anni: ha un incedere lento e rigido, indossa un eskimo che ormai ha lo stesso colore dei marciapiedi di questo dannato suburbio e tra le braccia regge con afflitta delicatezza il corpo  inanimato di un cagnaccio scuro, il cui testone penzola di lato al ritmo di un’oscura musica che nessuno può sentire. L’uomo si ferma, solleva lo sguardo verso il cielo indifferente e spalanca la bocca in un urlo muto che racchiude tutta la disperazione del mondo.

 

“Patanè!”

Più che una chiamata è un mugghiare rabbioso di mare in tempesta. Si propaga  nel corridoio e percuote dapprima i timpani dell’agente Lombardi il quale, nella sua postazione all’ingresso del Commissariato di via Sebastiano Satta, incassa istintivamente la testa nelle spalle socchiudendo gli occhi e poi quelli del Vice Commissario Alberto Patanè, che ha appena varcato la soglia. Entrambi sanno che quel belluino appello di primo mattino può avere un solo significato: da qualche parte c’è un morto ammazzato che li riguarda e al Commissario Saronni girano le madonne.

Quella mattina, prima ancora di aprire gli occhi quando il petulante cicalino della sveglia lo aveva inesorabilmente strappato al sonno, il Vice Commissario aveva avuto l’oscuro presagio di una giornata che sarebbe stato meglio evitare. Si era immaginato di rintanarsi nel bozzolo del crocchiante piumone, avvinghiato al tepore del corpo di Mariateresa, pago di quella cristallina percezione di complice e reciproca solidarietà. Ma era lunedì: a differenza di sua moglie non faceva il parrucchiere e in ogni caso ai giorni non vi è modo di sfuggire: per quanto uno possa cercare di passare inosservato e di defilarsi, se la sorte gli ha affibbiato un guaio quello troverà il modo di venirlo a cercare. Quindi tanto vale prepararsi ad affrontarlo, aveva infine pensato il Vice Commissario, risolvendosi a scaraventare le lunghe gambe fuori dal letto con uno scatto repentino.

Viale Monteceneri, Via Mac Mahon, il consueto casino impermalito da lunedì’ mattina che si era diradato da via Eritrea in poi fino a Quarto Oggiaro, meta della sua quotidiana migrazione all’incontrario. E puntualmente la rogna che gli toccava all’inizio di quella settimana prossima alle festività natalizie poco dopo gli era piombata addosso.

Non aveva nemmeno tolto il giaccone, era subito risalito in auto con il Commissario Saronni e l’Ispettore Rovelli e nel breve tragitto in auto verso la stazione ferroviaria aveva ricevuto un sintetico ragguaglio:

“Ne hanno trovato un altro. Sempre nello stesso posto, in quello spiazzo nel Parco a ridosso della recinzione della ferrovia, su quella colata di cemento che hanno steso per bonificare il terreno inquinato. Anche questo con la gola squarciata. Anche questo uno slavo del campo di via Negrotto. E fanno due. In una settimana”.

La sequenza di quelle frasi brevi e dure, irte di lapidaria punteggiatura, era un ulteriore segnale del giramento di madonne del Commissario.

Molti anni prima in quell’area si trovava la Cava Cabassi, una grande cava per l’estrazione della ghiaia alimentata da acqua sorgiva, popolata di pesci e gamberetti bianchi, circondata da prati con bassi arbusti. Dopo la dismissione essa fu utilizzata per molto tempo come discarica per materiali inerti; alla fine degli anni ’90 sulla copertura e sulle aree limitrofe sorsero due Parchi contigui, il Parco Concilio ed il Parco Simoni. Tra chiusure e riaperture a causa dei terreni che si rivelarono inquinati, discutibili bonifiche localizzate, bivacchi clandestini di Rom e sozzerie varie, i due polmoni verdi di un quartiere che aveva respirato cemento e asfalto per una quarantina d’anni erano comunque un vanto per gli abitanti, che seguitavano a fruirne infischiandosene dei divieti e organizzavano periodiche giornate di pulizia volontaria.

Erano soprattutto coloro che frequentavano quei luoghi per portare a passeggio i cani a divenire, loro malgrado ma con una certa consapevole fierezza, i custodi dei giardini incuneati tra il caseggiato e i binari della ferrovia preoccupandosi di segnalare con puntigliosa tenacia ai Comitati di Quartiere o alla Questura le anomalie e gli abusi nei quali si imbattevano. I cani hanno buon fiuto e sono singolarmente attratti dalle porcherie e dalla morte: esattamente come buona parte degli umani, solo che gli animali non fanno nulla per nasconderlo né per evitarlo. Erano stati dunque un pastore tedesco e un mastino napoletano a rinvenire i cadaveri, richiamando l’attenzione dei rispettivi proprietari dai quali si erano allontanati costringendoli a spingersi fino a quella squallida spianata di cemento, nelle cui crepe cresceva con commovente vitalità qualche ciuffo d’erba.

Gli uomini della Scientifica raccoglievano reperti attorno alla salma di un giovane robusto, i capelli lunghi e biondi legati a coda di cavallo, una serie di orecchini argentei al lobo dell’orecchio sinistro. Il documento trovato nella tasca del giubbotto diceva che era un macedone venticinquenne nato a Skopje, con domicilio al campo nomadi di via Negrotto.

“La morte risale a sei-sette ore fa. Non ho ancora l’esito definitivo dell’esame autoptico effettuato sulla salma del serbo, quello trovato tre giorni orsono; mancano i risultati sulla ricerca di droghe nel sangue che potrebbero avere indotto un’eventuale overdose, anche se sono quasi certo che la recisione netta della giugulare non sia avvenuta post mortem ma sia invece la causa della morte”.

Dalla bocca del medico legale uscivano nuvolette di condensa biancastra che parevano conferire una  forma sinistra alle parole.

“Questa morte sembra la fotocopia dell’altra ed è evidente che lo squarcio alla gola non sia stato provocato da una qualsiasi arma tagliente, bensì da denti. Ci sono state segnalazioni di branchi di cani randagi? Quando si radunano in gruppo, possono diventare aggressivi. Comunque, poiché anche stavolta il morto è stato ritrovato da un cane abbastanza grosso da poter fare una cosa del genere su di un cadavere, per quanto sarebbe un comportamento assai anomalo, mi sono preoccupato di fargli subito un tampone salivale”.

I tre poliziotti si erano voltati a guardare il bestione color del piombo, il largo muso grinzoso dalle guance cascanti e lo sguardo mite, che se ne stava accucciato con inesauribile pazienza canina accanto a un distinto signore in età da pensione e, benché si sentissero sollevati per non aver dovuto provvedere personalmente a prelevare da quelle fauci un campione di saliva, lo avevano giudicato all’istante innocente. L’unica novità rispetto al ritrovamento precedente era costituito dalla Ruger.38 (con matricola abrasa, naturalmente) che giaceva accanto al morto e che, come avrebbe rivelato la perizia successiva, aveva sparato di recente.

Riaccompagnato il Commissario in ufficio, il Vice Commissario e l’Ispettore si erano recati al campo nomadi di via Negrotto, per la seconda volta nel giro di pochi giorni.

Decisamente, una giornata che sarebbe stato meglio evitare. Chissà cosa sta facendo Mariateresa nel suo giorno di riposo.

Villapizzone, nell’immaginario di molti milanesi poco più che una fermata della Metropolitana e una stazione ferroviaria: smorto rione in bilico tra la Bovisa, Cagnola, Garegnano e Quarto Oggiaro, dal quale si discosta finendo tuttavia per mischiarsi sul labile confine costituito dal Parco Verga, nato in seguito alla mutazione in zona residenziale dell’area ove una volta sorgeva la raffineria FINA. Via Negrotto, lungo il tracciato della ferrovia che serve le linee Torino-Milano e Domodossola-Milano, è strada ulteriormente in disparte in fondo alla quale si trova la traversa sterrata che conduce all’insediamento popolato da gente di etnia Rom, regolarmente autorizzato dal Comune di Milano sin dal 1958.

Casette da villaggio turistico si alternano a qualche roulotte sgangherata, vi è persino una graziosa villetta (che si può supporre abusiva, ma questo è un microcosmo in deroga da molte cose) con tanto di patio e di cancellata all’ingresso e telecamere di videosorveglianza. Rifiuti, carcasse di biciclette, rottami di ferro e di rame, uno sciame di cani chiassosi. Quasi tutti i bambini del villaggio vanno a scuola, i più piccoli si inventano giochi all’aperto, incuranti del freddo e del fango. Sono le donne che li tengono d’occhio a vederli arrivare e ad avvisare colui che il Vice Commissario conosce come capo clan di questo assembramento di Rom provenienti dall’ex Jugoslavia dal 2014, allorché durante un controllo di routine nel villaggio sequestrarono un kalashnikov. E’ un uomo alto e massiccio sulla settantina dalla faccia ampia e piatta che pare scolpita nella pietra, piccoli e penetranti occhi chiari dall’espressione scaltra e diffidente; abita nella villetta, un grosso SUV è parcheggiato all’interno della recinzione e non li invita ad entrare.

Gli mostrano la foto e il documento del cadavere rinvenuto nel Parco, gli chiedono se lo conosce. Come tre giorni prima, l’uomo annuisce lentamente senza mostrare turbamento alcuno. Come tre giorni prima, non ne ricevono alcuna informazione utile.

“Sono ragazzi giovani, non posso sapere tutto quello che fanno né esserne responsabile”.

Parla un italiano corretto, una dizione lievemente gutturale, un tono nel quale al Vice Commissario sembra di cogliere un’amara resa: i tempi cambiano anche per i Rom, la saggezza dei vecchi invece è rimasta ferma e non è più in grado di dettare le regole.

I due poliziotti se ne vanno, la schiena trafitta dagli sguardi delle donne, dei bambini e dei cani, ugualmente immobili e ammutoliti. Da qualche parte, forse in fondo al campo, esplode d’improvviso l’abbaiare furioso di altri cani.

Nel pomeriggio cala una nebbia unta, una bruma fine che intristisce definitivamente una giornata che di allegro non aveva proprio niente.

Il grosso cane si trascina fuori dal suo nascondiglio, tutta quella gente se n’è infine andata e nella sua mente ingenuamente semplice pulsa un solo pensiero: tornare a casa.

 Il tempo si mantiene malmostosamente tignoso anche nei giorni successivi, di tanto in tanto banchi di nebbia calano ad avvolgere il paesaggio in un chiarore esangue. Il Vice Commissario Patanè gira a vuoto sul caso dei due Rom (che sono risultati entrambi pregiudicati per una serie di reati minori) e quando arrivano i risultati delle autopsie e dei rilievi della Scientifica, che si rivelano speculari, ne sa quanto prima. Le supposizioni del medico legale sono tutte confermate: vi sono tracce di cocaina nell’organismo ma non in dosi letali e la causa della morte è il dissanguamento per recisione netta della giugulare, praticata con un unico morso. La Ruger ha sparato di recente, quindi l’ultima vittima si è difesa, ma dalle case limitrofe chi ha udito il rumore quella notte  lo ha scambiato per lo scoppio di una gomma. Certo, qualche randagio che gira per il Parco c’è: si tratta quindi di dare la caccia a un cane?

Però, immobile nella penombra del suo ufficio, le braccia conserte e gli obliqui occhi verdi ridotti a una fessura, il Vice Commissario Patanè si sforza di capire cosa non lo convinca di tale conclusione: perché è certo che gli stia sfuggendo il senso vero di quelle due morti.

Non sa come dirlo al Commissario Saronni, il quale invece considera chiusi i casi: ha già allertato il Dipartimento Veterinario per la ricerca e la cattura dei randagi ed ha fatto affiggere appositi avvisi per i frequentatori all’ingresso e all’interno dei Parchi. Venerdì mattina un pallido sole filtra dalla copertura lattiginosa e verso l’una vince la sua battaglia, splendendo in un cielo di nuovo terso. L’aria è persino mite, che razza di Natale sarà mai questo, pensa il Vice Commissario Patanè mentre si dirige a piedi verso via Simoni, perché ad un tratto gli è venuta voglia di passeggiare nel Parco.

Nella limpida giornata di sole l’area cementificata si presenta in tutta la sua tristezza ed appare come il simbolo dell’ennesima sconfitta. Da qui sono stati da poco sgomberati gli accampamenti abusivi di nomadi che si erano appropriati di questo spazio nel periodo della chiusura del Parco. La recinzione in legno, divelta in più punti, non è stata del tutto ripristinata e a giudicare dalla sporcizia la zona deve essere tuttora mal frequentata. Il Vice Commissario cammina adagio, guardandosi attorno e masticando dubbi. Sul limitare dello spiazzo, una porzione è racchiusa da una robusta recinzione metallica alta un paio di metri, sostenuta da paletti in ferro. Forse serviva per la custodia di qualche attrezzo o di materiali: ora è ricoperta di ruggine e non vi è nulla all’interno, ma la catena e il lucchetto che chiudono la porticina d’ingresso sono nuovi. I due cadaveri sono stati ritrovati a qualche metro di distanza e per entrambi l’ora della morte è stata individuata tra mezzanotte e l’una: se non sono stati scaricati lì già cadaveri (difficile, perché il dissanguamento deve essere stato pressoché immediato e le tracce ematiche erano copiose), che diamine facevano quei due Rom nel Parco in una notte di dicembre?

Irrisolto e non risolvibile portatore di inquietudine, incline alla riflessione e alla solitudine, abile nello sfilarsi con garbata fermezza ai tentativi di interpretazione da parte di molti benintenzionati, il Vice Commissario Patanè aveva sempre considerato casa sua alla stregua di un rifugio esclusivo. Da quando nell’appartamento con vista sul Ponte della Ghisolfa si è trasferita la consorte (definizione che gradisce assai più rispetto a moglie, poiché racchiude il significato intimo della condivisione piena degli accadimenti negli anni, non più tu ed io, ma noi), quel luogo si è arricchito di una funzione consolatoria e di pacificazione.

Mariateresa, la quale possiede la singolare virtù di saper essere presente senza sollecitare né interferire, si presta pazientemente alla funzione di recettore sensibile e discreto dei suoi dubbi, e nello sforzo di riordinare fatti e considerazioni per esprimerli con chiarezza gli capita a volte di intravvedere aspetti fino a quel momento ignorati. Inoltre, poiché gestisce un negozio di parrucchiera proprio a Quarto Oggiaro (ed è nota la propensione alle chiacchiere e alle confidenze indotta dalla manipolazione delle chiome), si è talvolta rivelata un’utile ancorché involontaria fonte di informazioni.

Il Vice Commissario Patanè osserva l’ovale dai lineamenti gentili segnati dalla stanchezza di Mariateresa, i lunghi capelli ramati raccolti malamente sulla sommità del capo in una sorta di spessa crocchia tenuta assieme da una matita e la trova bellissima. Però non è solo stanchezza quell’ombra che le rabbuia il volto, ha l’espressione di quando si rode per un’ingiustizia alla quale non può porre rimedio e allora ne patisce e si arrabbia. Stasera tocca a lui attendere pazientemente, comprendere e consolare: dopo cena la raggiunge in cucina, prende uno strofinaccio e asciuga le stoviglie che lei lava e posa sul ripiano accanto al lavello, in attesa dello sfogo che puntualmente arriva:

“Ma come si fa a sparare a un cane? Sparare, capisci? Era l’unica compagnia di quel pover’uomo del Sangalli, uno che ne ha già abbastanza di rogna addosso, ti ricordi chi è, no? E la signora Martelli, hai presente l’assistente sociale, quella bella signora bionda che ha la figlia che fa la cassiera all’Esselunga di via Palizzi?”

(no, non ha presente, però si ricorda del pover’uomo e allora può annuire convinto mentre asciuga le posate).

“…ecco, teme che adesso il Sangalli batta un po’ i coperchi, perché le racconta che son due notti che dalla finestra di casa in via Simoni sente il cane seppellito da lui stesso lunedì sera abbaiare nel Parco …”

Di solito il Vice Commissario ha bisogno di lentezza, di penombra, di solitudine, di musica, ma stavolta l’intuizione arriva sotto la luce bianca del lampadario della cucina, sull’onda fragorosa dell’esposizione arruffata della consorte: rimane immobile per qualche istante, lo strofinaccio nella mano sinistra, una forchetta nella destra, sospesa a mezz’aria.

L’indomani mattina va a trovare il Sangalli. L’uomo, che è scapolo e non ha ancora settant’anni, ha il fisico logorato da quarantacinque anni di lavoro nell’edilizia. Quando andò in pensione per raggiunti limiti di età scoprì che non tutte le numerose imprese presso le quali aveva lavorato erano state diligenti con il versamento dei contributi. Non avendo parenti prossimi sui quali (eventualmente) contare, sopravvive con seicento euro al mese in due locali più i servizi all’ultimo piano di una delle palazzine più vecchie di via Simoni. E’ uno che sa fare qualsiasi lavoro manuale e allora arrotonda offrendo interventi di riparazione in giro per il quartiere (Mariateresa lo aveva chiamato recentemente per ritinteggiare il negozio e lui lo aveva conosciuto in quella circostanza). Il cane lo aveva preso al canile, era un rottweiler dall’aspetto minaccioso ma molto mansueto che aveva chiamato Lenin: tanto per chiarire quali fossero state in passato le sue idee politiche, quando ancora ne aveva. L’uomo gli racconta che la domenica precedente, quando lo ha portato al Parco nel pomeriggio, il cane gli è scappato:

“Aveva ‘sto brutto vizio ma poi tornava sempre, quando mi stufavo di aspettarlo andavo a casa e dopo un po’ lo vedevo arrivare dalla finestra. Ma domenica non è tornato; ho passato la notte in bianco e al mattino sono andato a cercarlo e c’eravate anche voi al Parco, per quel tizio che han trovato ammazzato”.

Gli racconta che quel giorno non ha nemmeno pranzato e verso le quattro ha ripreso la strada del Parco. Ha scorto Lenin sbucare da una macchia di alberi e venirgli incontro, lo ha chiamato ma il cane ha guaito e si è accucciato a terra. Quando lo ha raggiunto ha visto il sangue, il foro del proiettile sul fianco sinistro e il suo sguardo velato. Gli è morto tra le braccia ed era l’unico affetto che aveva; lo ha portato a casa, lo ha ripulito e avvolto in un lenzuolo. Più tardi lo ha seppellito al parco, vicino a un albero,

“così almeno mi sembra che sia al riparo. E adesso son due sere che verso mezzanotte lo sento abbaiare, anche se so che non può essere, son mica scemo, però io lo sento…”.

 

Il Commissario Saronni ha imparato a fidarsi delle intuizioni del suo vice e quindi lo autorizza a procedere come meglio crede; penserà lui ad informare il Magistrato. Rimane il fatto che i due slavi sono stati ammazzati da un cane che adesso ha un nome e riposa in pace sotto una pianta, quindi il caso è risolto. Ora si tratta di chiarire le ragioni del rottweiler omicida: perché il Vice Commissario è certo che ne abbia avute.

Decide di lasciar trascorrere il fine settimana perché se la sua intuizione è giusta si immagina che possa succedere qualcosa nelle serate della settimana più tranquille, quando la maggior parte della gente se ne sta chiusa in casa. Il lunedì sera si apposta su di un’auto anonima insieme all’Ispettore Rovelli in via Simoni. Nel pomeriggio hanno perlustrato a piedi la via che costeggia il Parco, individuando un punto dove la recinzione parzialmente danneggiata potrebbe consentire l’ingresso di un veicolo.

Si piazzano sul lato opposto della strada e rimangono a prender freddo, scrutando il buio e il silenzio tra gli alberi dai rami spogli fino alle tre del mattino. Si conoscono da tanti anni, sono quasi coetanei e hanno persino rischiato di imparentarsi quando il Vice Commissario frequentò per un certo periodo la sorella della moglie di Enzo Rovelli. Hanno in comune un’innata riservatezza che somiglia sovente alla ritrosia, si capiscono al volo e sono legati da grande stima ma anche da un affetto che non ha bisogno di esternazioni. Di tanto in tanto il loro fiato appanna i finestrini e allora tutti e due cercano di evadere da quello spazio claustrofobico, rimandando silenziosamente la memoria ad altri appannamenti e ad altri fiati.

La sera di martedì si presenta limpida e stellata, rischiarata da una luna piena che pare una moneta d’argento. L’Ispettore Rovelli ha sbagliato thermos e invece di quello del caffè si è presentato con quello della tisana diuretica, come gli ha spiegato al telefono la moglie, un poco scocciata. Saranno costretti a dividersi i Pocket Coffee che qualcuno deve avere dimenticato su quell’auto dalla Pasqua precedente, a giudicare dalle deformità dei cioccolatini.

Sono le undici quando un piccolo furgone con due persone a bordo procede lentamente sulla strada a fari spenti e si infila nei giardini attraverso il varco nella cinta. Poco dopo  la via si anima di un insolito afflusso di auto, i cui occupanti si dirigono a piedi nella medesima direzione. Il Vice Commissario e l’Ispettore aspettano appena qualche minuto, poi lasciano la vettura e seguono quel gruppo di persone che cammina verso l’estremità del parco più prossima ai binari della ferrovia, fino all’area disboscata.

Il furgone è parcheggiato a fianco dello spazio delimitato dalla rete metallica, che è ora illuminato da due potenti riflettori piazzati ai due lati, mentre il silenzio della notte è improvvisamente rotto da ringhi sommessi, guaiti e qualche rabbioso abbaiare. Un uomo si aggira in quel modesto assembramento, sembra che raccolga dei soldi e che annoti qualcosa su di un quaderno. Dopo qualche istante egli raggiunge il compare accanto al furgone, dal cui retro provvedono ad estrarre due grossi sacchi di iuta rumorosi e scalcianti che lanciano letteralmente nel recinto, chiudendone velocemente la porta.

La scena alla quale assistono i due poliziotti nei minuti successivi è tristemente oscena, una ferocia belluina che pure non è lontanamente paragonabile all’ottusa crudeltà di coloro che scommettono su quale dei due cani sopravvivrà. Si allontanano, chiedono rinforzi e intanto che li attendono girano le spalle per non assistere più a lungo al miserevole spettacolo di quell’umanità infame.

Il  rottweiler aveva fiutato un odore che gli aveva fatto rizzare i peli sulla schiena. Poi aveva visto i due cani che lottavano all’interno del recinto e aveva intuito che la loro ferocia era dettata dal terrore. Anche la crudeltà ha un odore e lui lo aveva riconosciuto. Si era avvicinato al retro del furgone, si era accorto che all’interno ce n’erano altri. Si era acquattato sotto l’autoveicolo, aveva atteso che tutto fosse finito, mentre i cadaveri dei perdenti venivano gettati nel furgone assieme ai vincitori agonizzanti. Poi era scattato, preciso e letale, mosso da un atavico istinto, forse persino da un primitivo senso di giustizia. L’altro uomo era fuggito, per poco non lo aveva investito. Ma la sera successiva quello che aveva azzannato aveva fatto in tempo ad estrarre la pistola e a sparare. Allora aveva avuto voglia di tornare a casa, perché per fortuna gli uomini non sono tutti uguali.

  I due organizzatori di quel turpe spettacolo sono due serbi domiciliati al campo nomadi di via Negrotto, dove “addestravano” i cani  al combattimento tenendoli segregati in gabbie all’interno di un grosso capanno cieco. Gli animali sono stati affidati ad un centro di recupero ENPA che si trova al Portello; saranno rieducati e poi si cercherà di assegnarli in adozione. Il Vice Commissario Patané ha parlato con il responsabile del Centro e il Sangalli ha accettato con entusiasta gratitudine di collaborare alla gestione degli animali, a fronte di un modesto compenso.

Il Vice Commissario ritiene che non ci sia bisogno di riesumare il cane del Sangalli e dimostrare che la pistola che lo ha ucciso è la Ruger .38 trovata accanto al cadavere del macedone. Ora che tutto ha una spiegazione, ora che ha compreso il senso di quelle due morti e le ragioni del rottweiler chiamato Lenin il caso è davvero chiuso.

Gli resta solo il familiare strascico di disgusto e di imbarazzata corresponsabilità nelle umane abiezioni che sempre albergano in qualche recesso buio della natura dell’uomo e, come Lenin in quella notte buia, ha solo voglia di tornare a casa.

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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