Quando soffia il vento

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A Milano soffiava un vento tumultuoso, quella primavera del ’68. Quel vento diffondeva ed amplificava le grida di molti ragazzi che esprimevano la loro protesta, un dissenso generale e trasversale: verso l’imperialismo, gli Americani in Vietnam, una struttura sociale che distribuiva le opportunità in base al censo e non al merito, le convenzioni borghesi e la repressione sessuale. Ma il vento è disordinato e dispersivo, o forse gli obiettivi non erano chiari né organizzati, o mancarono la determinazione e la coerenza. Di sicuro però i mutamenti nel vissuto sociale furono profondi e stabili, ed aprirono la strada a molte battaglie per i diritti civili che si realizzarono nel decennio successivo.

Nora era chiusa nella sua stanza dall’alto soffitto a cassettoni in noce intarsiato ormai da diversi giorni, dopo che l’annuncio della sua gravidanza era deflagrato con discreta dirompenza tra le pareti austere di casa Torriani.

Ancora una settimana e poi avrebbe compiuto ventuno anni, allora avrebbe potuto riscuotere l’eredità materna, vincolata appunto al raggiungimento della maggiore età, e mandare a quel paese il vecchio Colonnello Torriani e la donna ignorante e avida che si era portato in casa pochi mesi dopo che la mamma era morta. Con quei soldi avrebbe potuto terminare il corso di laurea in giurisprudenza alla Cattolica anche senza il sostegno del padre.

In quanto al figlio che aspettava, e che effettivamente aveva scombussolato i suoi piani, se lo sarebbe tenuto, e la sua decisione era salda anche perché suo padre aveva cercato di imporle un aborto, dato che una ragazza madre una ragazza madre nel loro ambiente avrebbe suscitato pettegolezzi pruriginosi e sgradevoli. D’altronde, lei aveva chiarito  che a sposarsi non ci pensava proprio e non aveva nemmeno voluto rivelare chi fosse il padre, argomentando che erano solo affari suoi

La verità era che su questa questione, benché avesse elucubrato i calcoli più complessi, non aveva certezze, poiché da diversi mesi frequentava con identica assiduità e con il medesimo trasporto affettivo due ragazzi, entrambi impresentabili per la sua altolocata famiglia: Franco era di estrazione operaia, iscritto alla facoltà di Scienze Politiche della Statale ed era uno dei fedelissimi di Mario Capanna, Gigi era figlio di brava gente immigrata da Avellino  e faceva il cameriere in una pizzeria alla Barona. Li amava così tanto entrambi, proprio non sapeva decidere tra l’uno e l’altro: per quanto ci pensasse, non riusciva ad immaginarsi felice accanto all’uno o all’altro. E poiché non potevano essere fisicamente più diversi, il primo biondo e riccio, alto e dinoccolato, il naso leggermente aquilino e gli occhi chiarissimi, l’altro brevilineo e muscoloso, scuro di pelle e di capelli, il volto virile e ridente, non le restava che attendere e vedere a chi assomigliava la creatura.

Non potendo confidarsi con i due ragazzi senza svelare il suo tradimento consolidato sin dal primo giorno, li piantò entrambi e nessuno dei due seppe mai del bambino, né dell’esistenza dell’altro. Mentre Franco volle fare il superiore ed accettò la sua decisione senza discutere, Gigi le parlò a lungo cercando di dissuaderla e alla fine la abbracciò con gli occhi lucidi, dichiarandole eterno amore. Tuttavia, si sa che a poco più di vent’anni l’eternità è un concetto effimero, e qualsiasi dolore passa molto in fretta.

Quindici giorni dopo lasciò senza rimpianti la dimora di Corso XXII Marzo e si trasferì dalla tata Amalia nella sua casa di ringhiera in via Ludovico il Moro. L’appartamento era piccolo e modesto ma dalla finestra del tinello si vedeva scorrere il Naviglio e la donna le dedicava le stesse affettuose attenzioni di quando era piccola. Nei sei mesi successivi Nora scomparve completamente dagli ambienti che era solita frequentare e studiò moltissimo, sotto lo sguardo maternamente vigile di Amalia.

Il piccolo Guido nacque dopo un difficile travaglio  alla Clinica Mangiagalli di via Commenda, in una notte di ottobre rischiarata dalla luna piena. Quando infine venne alla luce, Nora vide solo un mostriciattolo dalla testa bitorzoluta e con la pelle violacea, ed era talmente stremata che quando lo udì strillare a lungo pensò lucidamente che lo avrebbe presto scaraventato nel Naviglio. Col passare dei giorni l’aspetto e l’umore del bimbo migliorarono, come pure quello della madre, e il Naviglio poté continuare a scorrere placido e a tratti puzzolente, senza preoccuparsi di dover trasportare cadaveri di neonati.

Nora cercava invano nelle fattezze del figlio qualche segnale che le consentisse di attribuire la paternità a Franco o a Gigi, ma vedeva solo una fisionomia indefinita e le pareva che non somigliasse a nessuno, nemmeno a lei, che era graziosa e sottile, con i capelli color carota, un miliardo di efelidi e gli occhi del colore dell’ambra.  La saggia Amalia, nativa di un paesello sperduto nel Polesine, che conosceva tutta la storia e fingeva di esserne scandalizzata ma in realtà non lo era più di tanto, le diceva di pazientare perché i bambini piccoli cambiano di giorno in giorno. Nora aspettò, e nel frattempo continuò ad impegnarsi negli studi e conseguì la laurea in giurisprudenza, e il giorno in cui discusse la tesi c’era solo la fedele Amalia con Guido in braccio, che stette zitto e buono per tutto il tempo.

A quattro anni appena compiuti, era un bimbo alto e paffuto, con i capelli lisci di un caldo biondo ramato, e la stramba caratteristica di un occhio azzurro chiaro e l’altro marrone scuro.

Il Colonnello Torriani morì nell’inverno del ’75 e Nora, che apprese la notizia dal Notaio che ne era l’esecutore testamentario, si recò al funerale ma rimase in disparte come un’estranea, perché tale era, e il suo allontanamento era incominciato tanti anni prima, subito dopo la scomparsa della madre. Fu convocata dal medesimo Notaio qualche giorno dopo per la lettura del testamento ed apprese di essere stata designata come unica erede dei cospicui beni familiari. Non stette a chiedersi perché il vecchio avesse voluto escludere la sua convivente, ma fu con estrema soddisfazione che le concesse una settimana per raccogliere le sue cose e lasciare la casa di Corso XXII Marzo, dove lei fece ritorno poco dopo portando con sé Amalia, che accudiva Guido mentre la madre era in ufficio.

Guido era un bambino educato ed intelligente, e più passavano gli anni più il suo aspetto esteriore ed il suo carattere palesavano qualche ulteriore somiglianza con la madre, con Franco e con Gigi. Nora continuava a non spiegarsi questa stranezza ma era colpita da un’altra particolarità che suo figlio manifestava in modo sempre più appariscente: una costante irresolutezza. Giocava di rado con i coetanei perché le sue reazioni erano regolarmente rallentate indecisione, perciò rimaneva sempre indietro, tanto che gli altri finivano per dimenticarsi della sua presenza. A scuola era diligente ed otteneva ottimi risultati nelle prove scritte, ma negli orali faticava perché era sovente incerto sulle risposte e gli insegnanti si spazientivano. Poco dopo avere ottenuto il diploma in ragioneria, iniziò a lavorare da un commercialista, ed abbandonò del tutto l’idea di iscriversi all’Università.

Gli anni si susseguirono veloci, superata la disgregante bellicosità degli anni ’70 Milano passò con un accenno di elegante imbarazzo dall’ottimismo euforico degli anni ‘80  agli scandali dei primi anni ’90 e alla conseguente caduta rovinosa di molti bei nomi della politica e dell’imprenditoria.

L’eredità paterna aveva posto fine agli anni di relativi sacrifici trascorsi nella casa di ringhiera sul Naviglio ed aveva consentito a Nora di riprendere la vita agiata che aveva abbandonato in un impeto di ribellione, suggerendo nel contempo la  spiegazione della sua indecisione tra i due ragazzi di cui era stata innamorata: né l’uno né l’altro avrebbero potuto garantirle il tenore di vita al quale era avvezza. Si era divertita molto e aveva giocato superficialmente con i sentimenti di entrambi, però aveva saldato il debito morale affrontando da sola la sua gravidanza: e con ciò si era auto assolta in via definitiva.

Alla fine degli anni ’80, quando Guido aveva ormai più di vent’anni, si sposò con l’avvocato che frequentava da molto tempo e che il figlio considerava alla stregua di un padre.

Era un poco preoccupata per Guido, che i più giudicavano prudente ed assennato, ma nel quale lei ravvisava una ricorrente titubanza a causa della quale il più delle volte non sceglieva, lasciando che a decidere fossero gli eventi. Divenne iperprotettiva nei suoi confronti, risolse i suoi dubbi scegliendo spesso per lui ed ebbe cura di selezionare attentamente le sue frequentazioni.

Guido raggiunse la trentina senza mai avere avuto una fidanzata, e non perché non fosse corteggiato: il suo aspetto appariva bizzarro solo alla madre, ma nel complesso era piuttosto attraente. Tuttavia, le ingerenze materne i suoi tentennamenti finivano per spazientire o per annoiare anche la più interessata delle ragazze.

Quando alla fine degli anni ’90 il marito di Nora ricevette un’offerta di lavoro da un importante studio legale a Londra, lei decise subito di seguirlo, e si convinse (un tantino sbrigativamente) che la perdita dell’appoggio materno avrebbe costretto il figlio ad imparare a fare delle scelte tempestive, anche per la banale gestione del quotidiano.

Guido rimase solo nella grande casa di Corso XXII Marzo. Aggirandosi per le stanze vuote, assaporò con sollievo la quiete ed il silenzio, e pensò che finalmente era libero: libero dalla presenza ingombrante della madre che gli stava sempre addosso mettendolo in agitazione, che lo scrutava di nascosto come se lui celasse chissà quale mistero: mistero che gli era stato svelato diversi anni prima.

Sua madre non sapeva che durante il suo viaggio di nozze, quando la fedele Amalia si era messa a letto e non si era più alzata, prima di morire aveva reputato che fosse ora di soddisfare le domande di Guido sul suo padre naturale, argomento sul quale Nora era sempre stata evasiva, alimentando ulteriormente la sua curiosità. E così gli aveva raccontato tutta la storia. A differenza della madre, che ci aveva messo anni a capirlo e ad ammetterlo, il ragazzo aveva subito intuito le ragioni del comportamento materno, e scostandosi dalla ragionevole cautela che segnava da sempre il corso dei suoi pensieri, aveva concluso che il ritratto femminile che ne affiorava non gli piaceva granché.

Aveva assunto un investigatore, senza sapere bene come avrebbe utilizzato le informazioni raccolte, ed aveva appreso che Franco aveva fatto carriera in politica ed aveva passato qualche guaio all’indomani dell’arresto di Mario Chiesa, mentre Gigi era proprietario di tre pizzerie in zone periferiche della città ed era noto alla Questura per i suoi legami con alcune famiglie malavitose. Non ravvisando, tra l’altro, somiglianze significative con nessuno dei due, decise che preferiva continuare a non sapere chi fosse suo padre.

C’era un’altra cosa che Nora non sapeva. Guido non era un ribelle, ma ad un certo punto si era confidato con il patrigno, con il quale andava molto d’accordo, chiedendogli se poteva aiutarlo a trovare un lavoro all’estero. L’uomo, che capiva la sua silenziosa insofferenza nei confronti della madre, aveva fatto di meglio, contattando i colleghi di Londra ed ottenendo un incarico che sapeva essere vacante, nella certezza che Nora si sarebbe trasferita con lui.

Mancava poco a Natale, ed era anche la fine di un secolo, se ne faceva un gran parlare: ma che sarebbe potuto cambiare, in definitiva? Guido non comprendeva tutta quell’eccitazione per l’imminente 2000, non capiva i timori né le aspettative: nulla può cambiare da un giorno all’altro. Era sabato pomeriggio, ed uscì di casa dirigendosi verso Piazza del Duomo, per ubriacarsi di confusione e di canti natalizi, di luci festose e di zampognari tristi.

Soffiava da giorni un vento gelido ed impetuoso che spingeva piccoli cumuli di foglie secche e di carte negli angoli delle strade, ed il cielo era di un blu così sfolgorante, che non pareva un cielo di dicembre, e nemmeno di Milano.

Passeggiò al riparo della Galleria di Corso Vittorio Emanuele guardando distrattamente le vetrine dei negozi affollati. Ogni volta che si apriva una porta ne usciva uno sbuffo di aria calda ed un rumoroso vociare con sottofondo musicale. Si guardò attorno, vide uomini della sua età che tenevano per mano un bimbo o una donna, vide donne che camminavano tenendosi a braccetto e parlottando allegre, e ad un tratto la solitudine e l’inadeguatezza gli pesarono come un mantello fradicio gettato sulle spalle, e si chiese se non fosse troppo tardi per molte cose.

Avvertendo il freddo di quelle raffiche polari fin dentro le ossa, entrò d’impulso da Ricordi, aggirandosi tra chitarre elettriche, espositori di LP, di musicassette e di CD con le cuffie per l’ascolto.  Se ne infilò una, ascoltando senza troppo interesse un brano dei Radiohead, ma gli piaceva quella sensazione ovattata di straniamento, che lo poneva al centro di una bolla dimensionale remota ed invisibile ad osservare il mondo scorrere, che in fondo era come si sentiva tutti i giorni da tutta la vita.

Ad un tratto percepì una sottile fragranza floreale, e vide la ragazza che si stava aggiustando le cuffie dall’altra parte della colonna. Un tipo che passava inosservato, non molto alta, capelli castani lisci, un faccino minuto con il naso breve e le labbra sottili. Però aveva una bella carnagione trasparente e nei liquidi occhi castani Guido riconobbe il suo stesso malinconico senso di esclusione.

Le rivolse un sorriso incerto al quale lei rispose subito, ma lo sguardo rimase dubbioso, vagando dall’uno all’altro dei suoi strani occhi bicolori, e lui notò le piccole mani diafane dalle unghie corte che sorreggevano gli auricolari con un gesto aggraziato e carezzevole. Senza parere le si fece un poco più vicino, voleva sentire meglio quel delicato profumo ed anche il calore della sua persona, e lei non si sottrasse. Rimasero a lungo così, isolati in mezzo alla folla di un sabato pomeriggio prenatalizio, scambiandosi brevi sorrisi impacciati.

Guido si tolse lentamente le cuffie, pensò che a sua madre non sarebbe piaciuta,

(“è una che non dice niente, e poi guarda com’è vestita”),

e provò una solidale tenerezza per il cappottino blu a buon mercato e per il sottile anello in argento con la perla finta.

Ma non sapeva cosa fare, non voleva passare per quello che tampina le ragazze nei negozi il sabato pomeriggio. Si allontanò, gli parve di cogliere un’espressione delusa, e con il CD in mano tirò in lungo apposta finché non la scorse avvicinarsi alla cassa. Lei teneva in mano lo stesso CD e si sorrisero ancora, felici della scoperta di avere qualcosa in comune. Le cedette il posto in coda, pagò a sua volta e si sentiva la bocca asciutta e le tempie che pulsavano.

Si guardò attorno, ma era scomparsa. Uscì dal negozio, prese una direzione a caso maledicendosi per la sua mancanza d’iniziativa e giunto in Piazza San Babila la vide che scendeva le scale della metro, lentamente, e la sua schiena scarna pareva sopportare a fatica il peso di un altro rammarico.

Allora si mise a correre, e quando la raggiunse le toccò leggermente un braccio e lei sobbalzò, allarmata, ma subito il volto giovane eppure già un poco appassito si illuminò e gli sembrò bellissima, quando gli porse la mano:

“Ciao. Mi chiamo Livia”,

disse semplicemente, e pareva proprio che lo stesse aspettando da molto tempo.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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