Le scelte di investimento delle famiglie italiane

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Il 3 luglio a Roma Consob ha presentato il Rapporto (*) sulle scelte di investimento delle famiglie italiane.
Si tratta di uno studio approfondito basato su due Survey, entrambe realizzate da Gfk Eurisko, sulle abitudini e le scelte di investimento delle famiglie italiane in relazione alle caratteristiche socio-economiche, alla situazione finanziaria, al livello di conoscenze in materie finanziarie, alle inclinazioni ed ai tratti comportamentali.

I due campioni osservati ammontano rispettivamente a 2.500 e 1.013 famiglie e sono pesati in modo da essere sufficientemente rappresentativi della popolazione.
I dati e le osservazioni raccolte nel Rapporto sono numerose ed interessanti; i commenti pubblicati dai media hanno messo in rilievo principalmente i dati sull’andamento dei risparmi e l’evoluzione della condizione economica delle famiglie.
Al contrario, la parte del Rapporto forse più interessante è quella dedicata alle conoscenze finanziarie delle famiglie ed ai tratti personali che incidono sulle decisioni di investimento.

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Alfabeto, calcoli ed educazione finanziaria

Si inizia con l’osservare che il livello assoluto delle conoscenze finanziarie di base è piuttosto deludente e non si tratta purtroppo di una grande sorpresa.
Agli intervistati sono state poste cinque domande sull’inflazione, la diversificazione degli investimenti, sul rapporto rischio-rendimento, sul rendimento atteso e sul tasso di interesse semplice.
La percentuale di intervistati che hanno risposto correttamente alle prime tre domande oscilla tra il 43 ed il 52%. Le risposte corrette alla quarta e quinta domanda sono ancora inferiori, tra il 28 ed il 33%.
L’analisi delle risposte rivela che il livello di educazione finanziaria è positivamente correlato al grado di istruzione generale e risulta maggiore tra gli uomini e tra i residenti nelle regioni settentrionali.

È significativo il divario tra abilità percepite e conoscenze dimostrate: ad esempio, tra i soggetti che si dichiarano nella media o superiori alla media per la capacità di comprendere le caratteristiche di prodotti finanziari, il 30% non è in grado di definire correttamente il concetto di inflazione e il 44% non sa calcolare il rendimento atteso di un investimento. Il 32% di coloro che si riconoscono buone capacità nel prendere decisioni di investimento non conosce né il significato di diversificazione di portafoglio né la relazione rischio-rendimento.
Il basso livello di alfabtizzazione finanziaria in Italia è stato già evidenziato in numerose indagini, sia tra gli studenti (si veda in particolare il test OCSE-PISA del 2012), sia tra la popolazione adulta. I risultati presentati nel Rapporto non costituiscono quindi una sorpresa, semmai, purtroppo, una conferma.
Vi è tuttavia da riflettere sui motivi che hanno indotto risultati così modesti delle iniziative di education messe in atto da molti anni, in modo poco coordinato, da numerose istituzioni, enti pubblici e privati, intermediari finanziari e associazioni di categoria.

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Behavioral Bias

All’insufficiente educazione finanziaria delle famiglie si aggiunge la presenza di comportamenti incoerenti (behavioural bias) che influiscono sulla percezione del rischio e quindi costituiscono un ulteriore elemento che allontana l’investitore da decisioni di investimento ottimali.
In letteratura sono state studiate numerose manifestazioni e tipologie di comportamenti incoerenti degli investitori. Nel Rapporto presentato dalla Consob vengono evidenziate e misurate alcune delle più diffuse.
L’atteggiamento verso il rischio mostra, ad esempio, una preferenza verso i rendimenti positivi minori (ma certi) rispetto a valori maggiori (ma incerti); nel caso di perdite attese le preferenze tra certo ed incerto risultano più bilanciate e il 31% degli intervistati dichiara preferenze per il rischio opposte a seconda che si trovi a scegliere tra opzioni che comportano solo guadagni ovvero solo perdite (effetto certezza).
Il 37% dei soggetti, invece, mostra una propensione a venderele velocemente i titoli con rendimenti positivi, per poter monetizzare i guadagni, e a mantenere in portafoglio i titoli in perdita per rimandare la monetizzazione delle perdite (cosiddetto disposition effect), evidenziando una differente valutazione di guadagni e perdite.
Un risultato molto sorprendente dell’analisi presentata riguarda la relazione tra le distorsioni del comportamento degli investitori ed il grado di preparazione in materia finanziaria.
Ci si attenderebbe che i soggetti maggiormente dotati di conoscenze degli strumenti e mercati finanziari siano più razionali nelle valutazioni dei rischi e meno soggetti a bias comportamentali. I dati pubblicati dal rapporto rivelano il contrario: la quota di soggetti esposti ad almeno un bias è pari a circa l’83% per il sotto-campione degli individui con conoscenze finanziarie più elevate e al 66% dei soggetti con conoscenze più limitate; non solo, ma anche esaminando il grado di istruzione, gli investitori laureati evidenziano tratti comportamentali meno coerenti rispetto ai soggetti con titolo di studio inferiore.

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Esiste quindi una relazione positiva tra educazione finanziaria ed efficacia delle scelte di investimento degli investitori?
Il senso comune tenderebbe a dare una risposta positiva, indicando nel grado di conoscenza in materia finanziarie uno degli elementi necessari ad adottare da parte degli investitori comportamenti coerenti e quindi più idonei a raggiungere i propri obiettivi di rendimento.
Nel 2014 uno studio pubblicato da tre ricercatori, D. Fernandes, J. G. Lynch Jr. e R. G. Netemeyer, esaminando i risultati di ben 168 pubblicazioni sull’argomento e 201 studi precedenti, hanno evidenziato che gli interventi volti ad accrescere l’educazione finanziaria contribuiscono a “spiegare” solo lo 0,1% della varianza del comportamento degli investitori. Praticamente, se non nulla, pochissimo.
Naturalmente si potrebbero citare altri studi che hanno evidenziato risultati opposti e più conformi alle attese. Ma il dubbio permane.
I risultati presentati nel Rapporto, anche in questo caso, rappresentano purtroppo una conferma del modesto contributo dell’educazione finanziaria al comportamento razionale degli investitori.

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Family & Friends e il fai-da-te

Lo studio analizza anche le modalità che gli investitori prediligono quando effettuano scelte di investimento. Il 44% degli intervistati, per le proprie decisioni di investimento, si rivolge a familiari e conoscenti, solo il 22% preferisce consultare un esperto o delegare la gestione del proprio portafoglio; il 15% degli intervistati agisce in autonomia.
Mentre la scelta di consultare parenti ed amici pare collegata ad un’insufficiente grado di fiducia nei confronti degli intermediari e dei consulenti, ci si potrebbe attendere che un più elevato livello di educazione finanziaria sia associato alla scelta di ascoltare i consigli di un esperto.
I numeri pubblicati nel rapporto mostrano il contrario: sono i soggetti che agiscono in autonomia a rivelare un grado di preparazione superiore; la proporzione dei soggetti che presentano almeno 3 risposte corrette ai 5 quesiti iniziali è circa il 65% nel gruppo degli investitori fai-da-te contro il 35-40% tra gli investitori che consultano un espero o delegano la gestione del portafoglio.
Non è tutto. Se si esamina il confronto tra autovalutazione delle proprie conoscenze finanziarie e l’effettivo grado di preparazione, si evidenzia che i soggetti che decidono i propri investimenti in autonomia presentano un’autovalutazione corretta nel 33% dei casi, un valore nettamente più elevato rispetto agli altri gruppi.
Si può forse argomentare che la consulenza prestata da esperti o i servizi offerti dai gestori non accresce più di tanto le conoscenze finanziarie dei propri clienti che invece sembrano più alimentate dalla partecipazione diretta ai mercati, da sempre invece presentata come un male assoluto.
Il fascino di questa materia è proprio questo: non appena ci si addentra, una dopo l’altra le credenze vengono messe in discussione e molte riflessioni si prendono il compito di alimentare nuovi dubbi.

(*)CONSOB “Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane” a cura di Nadia Linciano, Monica Gentile e Paola Soccorso, luglio 2015

le immagini di questo post sono © Shutterstock
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Massimo Scolari

Presidente di Ascosim, in precedenza Membro del Consultative Working Group della European Securities and Markets Authority (ESMA).
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