L’economia non dà certezze a nessuno. A qualche matto dà la fede

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economia fede

È passato quasi un anno da quando vi parlai di epistemologia, filosofia della scienza ed econometria, con l’obiettivo di analizzare quella strana bestia che è l’economia e capire se si tratti di “vera” scienza o no.
Da qualche giorno, trainata da un articolo sul Guardian, è tornato di moda l’argomento, e l’autorevole giornale mette a confronto economia e religione, affermando che la prima ha surclassato e preso il posto delle seconde, con le quali d’altronde condivide molti caratteri.

Intanto, sostiene, anche l’economia si basa su dogmi e atti di fede indimostrabili o gelosamente non confutati; anch’essa ha le sue liturgie e i suoi officianti, preti divisi in ortodossi (molti) ed eretici (pochi); ma soprattutto è riuscita a garantire quel ‘paradiso in terra’ che alle religioni è sfuggito. Questa la sostanza. Il paragone non è a mio giudizio pertinente: la religione scruta e osserva una inviolabile e immodificabile realtà trascendente, mentre l’economia interagisce con una realtà immanente e in impetuoso divenire. Metterle sullo stesso piano significa confonderne soprattutto le funzioni e i caratteri.

Il paragone sarebbe corretto se invece mettesse in luce il comportamento di molti economisti che ne vorrebbero fare una religione e si comportano come alti prelati capi di un, tra l’altro, inesistente corpo mistico di una divinità da cui emana la verità trascendente, ultima, definitiva e immodificabile.

Per confutare questo paragone partiamo dai suoi supposti dogmi inviolabili. Come già scrivevo la divisione fra Strumentalismo e Realismo ci è utile per fare una prima distinzione.
La necessità di operare semplificazioni a livello di metodologia, ipotesi e presupposti (strumentalismo) è spesso necessaria per maneggiare una realtà altrimenti molto complessa, e dedurne modelli chiari e utilizzabili in un vasto numero di occasioni.
Molte delle semplificatrici ipotesi di base dello Strumentalismo sono pre-giudizi dell’economista, un fatto evidenziato anche dai filosofi della scienza.
Il vantaggio dei modelli strumentalisti è che tendono a eliminare i dubbi o almeno li gestiscono in cornici note. Purtroppo tali modelli eliminano i dubbi ma possono generare faziosità nei loro aderenti, i quali – troppo spesso immemori delle ipotesi acriticamente accettate – brandiscono li come armi contro l’avversario. Questi aficionados ignorano che rimuovendo alcune ipotesi il loro castello di carte verrebbe giù, e sono sicuro che messi di fronte a certe ipotesi implicite essi stessi lo farebbero (per esempio a ipotesi di perfetta distribuzione dei redditi e uguale accesso a mezzi e informazioni).
A mio parere quindi il problema sta nella innata paura dell’ignoto, nel rifiuto del dubbio, nella difficoltà di gestire la complessità mutevole.

L’ atteggiamento fideistico è l’effettiva malattia della economia che la rende apparentemente intollerante come una religione monoteistica.
Ma l’atteggiamento non è la scienza!

A differenza delle religioni, che puniscono il dubbio con il rogo, l’economia avanza e procede a tentativi e proposte, che spesso mettono in discussione proprio le ipotesi/dogma.
Tuttavia è inutile disconoscere che ipotesi realistiche sono alla base di modelli molto complessi, difficilmente gestibili e – almeno finora – dimostratisi buoni per utilizzi ‘usa-e-getta’, divenendo presto inutilizzabili per studiare situazioni diverse. Per quanto le ipotesi realistiche ci sembrino attraenti e sia corretto individuarle e usarle, esse alimentano dubbi e non hanno finora costruito un sistema che potesse aspirare ad una forma di catechismo compiuto, completo e utile in ogni stagione.

L’ affermazione che l’atteggiamento non è la scienza è il fulcro di questo articolo. Teniamo perciò a mente che le ipotesi pre-giudizievoli dell’economia sono in ogni caso verificabili, confutabili e sostituibili, a differenza della religione, e precediamo con la seconda argomentazione che riguarda l’immanenza dei processi economici opposta alla trascendeza di quelli religiosi.
Come scrivevo qui, la realtà economica non è indipendente dai modelli di rappresentazione che ci diamo di essa: le nostre credenze hanno l’effetto di piegare una parte dei fenomeni economici verso la modellizzazione tramite la quale vogliamo comprenderli.
Non ogni fenomeno si presta a piegarsi, nè con la stessa intensità, nè per tempi lunghi, ma questo è un dato di fatto che rende l’economia e la religione assolutamente imparagonabili.
L’economia è una scienza sociale, e come tale deve confrontarsi con problemi che riguardano la libera volontà umana e il divenire delle sue costruzioni sociali.
Il mio parere è che Mill avesse visto giusto: l’economia è destinata a rimanere una scienza inesatta perchè il suo approccio deve giocoforza essere multidisciplinare e considerare una quantità immensa di correlazioni e interazioni fra branche di sapere apparentemente distanti.
Sociologia, psicologia, storia, scienza della informazione, scienze politiche, diritto, sono solo una lista parziale di conoscenze necessarie o quantomeno auspicabili.

Quando ero studente universitario, qualche amica biasimava l’economia perchè ‘noiosa’: al tempo semmai la trovavo difficile, e spesso inutile a comprendere alcune delle notizie che leggevo sui quotidiani. Col tempo ho imparato a apprezzarne l’approccio multidisciplinare, la sua modestia e la sua necessaria inesattezza.
Per poter capire l’economia e cercare di applicare la mie migliori capacità ad essa mi trovavo costretto spesso a dover rivedere precedenti certezze, studiarle nuovamente, confutarle e aggiungervi altre conoscenze dal vasto scibile umano. No, non era noiosa, è affascinante e stimolante, e quando posso la consiglio come indirizzo di studi, conscio però che non tutti riescono a maneggiare il caos e accettarlo.

E infatti è proprio questo l’atteggiamento sbagliato di putroppo parecchi economisti e molti appassionati: non volendo o non riuscendo a gestire una materia che per sua necessità intrinseca è fluida e aperta a contaminazioni, questi si rinchiudono in una torre di avorio di conoscenze che da quel momento ritengono definitive.

È lì che nasce l’intolleranza pseudo-religiosa della scienza economica. Ma, vale ripeterlo, per quanto abbiamo visto sopra, guai a confondere atteggiamento e scienza. L’economia è una scienza, sostenevo nell’ultimo articolo che vi dedicavo, perchè, pur sfuggendo ai tentativi del falsificazionismo popperiano, essa si dota di metodologie scientifiche, confutabili, verificabili e sostituibili, in un incessante e – a mio parere – irraggiungibile sforzo di arrivare ad una modelizzazione compiuta della realtà.

L’apparente frustrazione di questo sforzo non è un limite, anzi è il carattere eroico di questa scienza, il cui cuore è perciò aperto e collaborativo, non chiuso e rigido.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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