Lettere d’amore

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“Ma che importa l’eternità della dannazione a chi ha provato, in un secondo, l’infinito della gioia?” (Charles Baudelaire, “Lo spleen di Parigi”)

Ricordo nitidamente ancora oggi  il giorno del mio arrivo a Milano.

Quando scesi dal treno alla Stazione Centrale, mentre trascinavo sul marciapiede una pesante valigia, l’animo e il corpo ugualmente frastornati e ammaccati dopo il lungo viaggio, la prima cosa che mi colpì fu l’acre odore ferrigno che ristagnava sotto le alte volte dei corridoi.

Avevo lasciato Peschici, piccolo borgo sul promontorio del Gargano che si ravvivava in estate per la presenza dei turisti per ripiegarsi in un’arcaica indolenza nel periodo invernale, all’alba di una mattina che si era presentata con il cielo colorato baldanzosamente di rosa, l’aria tiepida che già insinuava un sospetto di primavera, quasi stesse dolcemente sospingendo via un inverno che aveva tollerato sin troppo a lungo. Era la metà di febbraio del 1962.

Rabbrividii nel corto soprabito troppo leggero, gli occhi che principiavano a lacrimare sia per l’alternanza di aria fredda e di sbuffi caldi che mi colpivano mentre camminavo lungo i binari dell’enorme stazione, sia per quell’orribile sentore al quale si andava mescolando l’afrore dei corpi della moltitudine di gente che dai treni si stava riversando sui marciapiede: chiassosi poveracci infagottati in giacchette inadeguate a quel clima crudele, tutti con i cuori egualmente colmi di tristezza, di paura e di speranza. Rammento gli sguardi smarriti e stanchi dei bimbi, che forse intuivano confusamente in quell’istante che per loro la spensieratezza dell’infanzia era svanita per sempre ed era ora di incominciare a crescere, subito e troppo in fretta.

Mi consolai, vergognandomene un poco, pensando alla mia situazione privilegiata di insegnante elementare con una cattedra finalmente assegnata (un colpo di fortuna conseguente al ritiro improvviso della precedente insegnante di ruolo) e un presente quindi meno incerto, sebbene a una distanza siderale da casa e da tutto ciò che questo termine equivocamente generico possa rappresentare.

Fuori dalla Stazione Centrale la città mi apparve come un caos evanescente, aspri boati e sibili di ferraglia sinistramente disturbanti poiché attutiti e deviati da una densa ovatta biancastra che si appiccicava alla pelle e ai capelli in un velo umido e sporco. In vita mia non avevo mai visto la nebbia e la nostalgia del profumo verde di salmastro e di rena lambita dall’onda mi stava già piegando le ginocchia. Nei giorni successivi ebbi modo di pensare che per quanto cercassi di  sforzarmi non avrei mai potuto amare quella città che si svegliava presto al mattino e incominciava subito a correre frenetica, per fermarsi la sera e ritirarsi dietro un uscio serrato a doppia mandata.

Avrei insegnato a Quarto Oggiaro, uno dei più popolosi  tra i rioni periferici che alla fine degli anni ’50 trasformarono gli antichi borghi ai margini della città in pullulanti dormitori, destinati a ospitare i lavoratori che migravano dalle regioni del Mezzogiorno con le famiglie al seguito per lavorare nelle grandi fabbriche del Nord. La scuola era un anonimo prefabbricato dal tetto piatto che sorgeva al centro di uno spiazzo disadorno, grigi casamenti che incombevano tutto attorno, le classi delle sei sezioni gremite da una trentina di bambini alcuni dei quali si esprimevano quasi esclusivamente in qualche ostico dialetto del Sud dell’Italia.

A dispetto dei miei quarant’anni io non avevo famiglia e la mia solitudine era pressoché totale, nonostante la solidale accoglienza di certi cugini che si offrirono di ospitarmi quando giunsi a Milano. Abitavano a Lambrate, che era piuttosto lontano da Quarto Oggiaro, in un alloggio composto da tre vani più i servizi del quale andavano molto fieri, ma che alloggiando cinque adulti e due neonati quando la famiglia era al completo diveniva inevitabilmente una claustrofobica galera. Mi riducevo a correggere i compiti a tarda sera nella stanza da bagno, e me ne andai non appena mi fu possibile reperire una sistemazione alla mia portata. Mi trasferii dunque all’inizio di marzo in un modesto appartamento in via Mambretti, a poche fermate di autobus da Quarto Oggiaro. Il palazzo era vecchio e malandato ma era vicino alla scuola dove insegnavo, era arredato ed era comunque tutto ciò che potevo permettermi.

Appresi qualche giorno dopo dalla fruttivendola che aveva un negozietto proprio sotto casa, la quale evidentemente non doveva avere in simpatia la mia anziana locatrice, che il mobilio apparteneva tutto alla precedente inquilina, una giovane che “aveva fatto una brutta fine” e che aveva solo un fratello emigrato in Germania il quale  preferì lasciare la casa così com’era, vestiti compresi.

“…e pensi che quella, la sciura Gilardi alla quale lei paga il fitto, ha avuto il coraggio di vendere tutti i vestiti della poveretta alla Fiera di Senigallia”.

“Ma che è successo all’inquilina?”

“La signorina Laura…Crippa  – sì, si chiamava Crippa, una giovane tanto graziosa – guardi, l’hanno trovata dopo tre giorni che nessuno la vedeva impiccata al gancio del lampadario della cucina. Era una ragazza molto sola, i genitori morti prematuramente, il fratello lontano, si figuri che hanno dato l’allarme i proprietari della salumeria dove lavorava come commessa. Non è mica successo tanto tempo fa, sa? Appena un mese prima che arrivasse lei”.

Milano non era una città cattiva, tutt’altro: sapeva essere generosa e con una dose sopportabile di pregiudizio concedeva a tutti una possibilità, forse anche due. Ma non era una città per i deboli, e del resto non vi è posto al mondo in cui gli irresoluti possano pensarsi al riparo dalla propria inadeguatezza.

Con l’arrivo del mese di aprile la città dismise in maniera repentina certi colori plumbei e persino una periferia ribollente come Quarto Oggiaro assunse sembianze meno sulfuree, ingentilita da qualche pennellata di verde e dal giallo dei fiori di campo nei rari pezzetti di verde. La domenica presi a girare per Milano, scoprendo l’austero fascino dei palazzi storici attorno a Piazza del Duomo, l’eterea eleganza dei tanti edifici liberty e la maestosa bellezza dei Parchi cittadini, sebbene alcuni di essi non fossero esattamente ben frequentati.

A causa della mia innata timidezza e dell’intimo legame con il mio paese di origine e con la sua peculiare natura di luogo di mare, seguitavo a coltivare la mia solitudine, malgrado ciò mi invischiasse in un un’opprimente melanconia.

Forse per pigrizia, per sciatteria o per il rifiuto nemmeno tanto sotterraneo a identificare Milano come “casa mia”, avevo mantenuto la residenza a Peschici e non avevo nemmeno apposto il mio nome, in luogo di quello della precedente inquilina, sulla cassetta della posta che stava in mezzo a quelle degli altri abitanti del palazzo nell’atrio del medesimo, privo di portineria. Di conseguenza nemmeno mi prendevo la briga di controllare la posta, finché una sera non mi accorsi che, essendo la cassetta piena, alcuni volantini pubblicitari pencolavano dalla feritoia, e mi decisi a svuotarla.

Sparpagliate le carte sul tavolo con noncuranza, fu grande il mio stupore allorché mi avvidi della presenza di una busta bianca orlata di rosso e di blu con un grosso timbro “AIR MAIL – U.S. POSTAGE” indirizzata a “Miss Laura Crippa, via Mambretti 12, MILAN – ITALY”. Un altro timbro riportava la dicitura “WILLARD STATE PSYCHIATRIC CENTER, N.Y.”

Mi rigirai a lungo tra le mani la missiva, riflettendo su ciò che a rigor di logica avrei dovuto farne: consegnarla all’ineffabile signora Gilardi, colei che aveva venduto alla Fiera di Senigallia gli effetti personali di quella sventurata. Decisi così di aprirla, e di valutare dopo la lettura se fosse il caso di avvisare il mittente, tal Dr. Oliver Galletti, della scomparsa della donna. Ma in verità, l’impulso determinante fu una colpevole curiosità.

Le girai per un poco attorno, gettai i volantini pubblicitari nella spazzatura, sistemai in giro per casa alcune cose che non avevano alcun bisogno di essere sistemate, mi preparai un caffè e infine mi sedetti al tavolo della cucina, ovvero nella stanza nella quale Laura Crippa si era tolta la vita, e con un coltello lacerai lentamente la busta.

“Cara Laura, mi decido solo ora a scriverti e ciò per diversi motivi. Questi mesi sono stati intensi e tribolati: ho preso servizio al Willard, che è una struttura enorme in stile Secondo Impero costruita appena fuori New York nel secolo scorso. Ritenevo che fosse un passaggio necessario e importante per la mia carriera di psichiatra, ma i metodi qui applicati per la cura e la gestione di questi malati sovente non mi convincono, talvolta mi trovano in totale disaccordo.

Qui finiscono molti disgraziati, reietti dalla società per effetto di una vergognosa discriminazione e di una spietata quanto arbitraria condanna. Sono persone variamente disturbate ma a mio avviso recuperabili. Tuttavia, ho la desolante sensazione che la loro guarigione non importi in realtà ad alcuno, e che essi lasceranno questo lugubre asilo solo da morti. Non voglio comunque rattristarti, e ti chiedo perdono per questo mio assai poco professionale sfogo.

Sai, ho molto riflettuto sulla bizzarria del caso che mi condusse lo scorso agosto a Viareggio, paese natale che (come già ti raccontai)  abbandonai con la mia famiglia vent’anni orsono e nel quale usualmente mi reco nel mese di dicembre. Fu grazie a questo fortuito cambio di programma che ci incontrammo, e la prima sera in cui ti scorsi in quella balera i nostri sguardi si agganciarono come riconoscendosi. La sabbia tiepida, il mormorio complice del mare e i nostri corpi che si cercavano con una familiarità di gesti sorprendente e un affiatamento istintivo sono un ricordo vivo e dolcissimo che mi consola ogni sera. Che settimane meravigliose, sature di parole, di abbracci e di pacificati silenzi!

Sono uno psichiatra, Laura cara, sono abituato a frugare nella mente umana con l’intento di raggiungere l’anima, sono dunque avvezzo alla prudenza e allo sforzo di trasporre gli stati emotivi su un livello razionale…ma vi sono passioni che non si lasciano imbrigliare né acquietare. La percezione della tua assenza non ha fatto che accrescere e radicare i sentimenti che provo per te.

Mi intenerisce e mi turba il ricordo di quella dissolvenza  opaca, come un accenno di d’ineludibile tristezza che ho notato talvolta offuscare il tuo sguardo e che vorrei scacciare per sempre. Se mi fossi sbagliato, se l’amore che provo per te non fosse condiviso, non rispondere a questa mia; io capirò e non ti importunerò mai più. Ti abbraccio,

Oliver”.

Stava calando la sera e nella penombra che avvolgeva la stanza avevo faticato a leggere le ultime righe, ma non avevo voluto interrompere il flusso di emozioni che quelle parole mi stavano trasmettendo. Cenai frettolosamente, poi presi carta e penna e mi accinsi a rispondere.

“Caro Oliver, credevo di essermi sbagliata, di avere cullato ancora una volta un’illusione solitaria. Ero ormai rassegnata all’idea di essere stata per te null’altro che una piacevole avventura estiva. Poi questa tua lettera, e ogni cosa all’improvviso si ribalta allegramente ed è un mosaico che finalmente si compone per rivelare un disegno bellissimo. E’ qui, sotto i miei occhi, e sono disposta a crederci.

Non posso pensare che trascorri le tue giornate in un posto orribile come mi immagino che debba essere un manicomio…non so se sarei in grado di pormi con un atteggiamento empatico di fronte a quegli infelici. Ne avrei senz’altro compassione, ma sarei raggelata da un’istintiva repulsione, ne avrei persino paura. E davvero la scienza può aggiustare certi guasti della mente e dell’animo? Tra l’altro, chi può dire se esista davvero una linea di separazione tra l’una e l’altro… Sei uno psichiatra, certamente non sarai d’accordo con me ed è bene che sia così, naturalmente. Sappi che mi manchi in continuazione. Scrivimi presto,

Laura”.

 Quella notte mi rigirai a lungo nel letto senza che mi riuscisse di prendere sonno. Riflettevo sulla mia pervicace solitudine (non certamente una scelta, quanto piuttosto il risultato di una serie di eventi o al contrario di cose che non erano accadute) e sull’estrosa stramberia del caso, che mi aveva condotto in quella casa e aveva consentito che io leggessi la missiva destinata a una donna che per qualche motivo aveva deciso di arrendersi, ma che avrebbe forse potuto salvarsi se l’avesse letta. Giunsi all’aberrante conclusione che per un’insondabile ragione il destino avesse disposto di barattare la salvezza di Laura con la mia. Il giorno dopo spedii la lettera.

Nelle settimane successive prendemmo a scriverci con regolarità, denudando via via le nostre anime senza reticenza alcuna, con l’incosciente audacia generata dalla lontananza. Se anche mi sfiorò il dubbio che ciò che stavo facendo fosse sbagliato e per molti versi pericoloso, non me ne volli dare pena: tanto era follemente entusiasmate l’amore che traspariva dalle parole scritte che finii addirittura per scordarmi della finzione sulla quale si reggeva quell’inesistente storia.

Mia cara Laura, sono ormai in aperto contrasto con la Direzione sanitaria del Willard: la disperazione che leggo in fondo agli occhi di certi pazienti e il vuoto assoluto peraltro indotto dalle “cure” che mi atterrisce in altri,  mi conducono oramai a dubitare persino sulla scelta di una professione per la quale forse non sono adatto. La mia lettera di dimissioni è pronta. E’ giunto il momento di girare pagina, e perché allora non ricominciare a Milano con te accanto, amore mio?

Arriverò sabato prossimo e discuteremo con calma di tutto quanto. Il mio volo atterrerà a Linate alle 19,30, salterò su un taxi e sarò da te, e potrò finalmente respirare l’odore della tua pelle…                 

Tuo Oliver”.

 Mi disposi dunque a lasciar trascorrere la settimana che mi separava da quell’incontro, ben comprendendo che era infine arrivato il momento paventato sin dall’inizio. L’amore, al pari del male, può presentarsi sotto le sembianze più svariate e avere conseguenze altrettanto irreversibilmente rovinose.

E’ sabato ed è oramai notte fonda.

Verso le nove ho scorto il taxi dalla finestra, ne ho visto scendere un giovane alto e ben vestito, il passo sicuro e scattante. Il mio nome non compare nemmeno sull’uscio di casa ma sopra il campanello è rimasta una minuscola fascetta di cartoncino con il nome di Laura Crippa. Non ho aperto, rimanendo ad ascoltare l’insistente scampanellio, immobile nel buio del corridoio. Oliver ha appreso dalla vicina di casa della morte della ragazza che credeva di amare  e l’ho osservato mentre attraversava di nuovo la strada, il passo incerto di uno che non sa più dove andare.

E’ stato questa sera mentre attendevo il suo arrivo che ho compreso che tutto era perduto, quella straordinaria comunione di anime che aveva cambiato le mie giornate non esisteva più – non era mai esistita  – e ciò che avevo amato era l’illusione dell’amore che non avevo mai conosciuto.

E’ apparso allora chiaro che il fato mi ha portato in questa casa non perché avesse barattato la mia salvezza con quella della povera Laura Crippa, bensì per avermi  assegnato identica sorte.

Mentre sposto il tavolo della cucina e mi accingo a sganciare il lampadario mi viene in mente che domani – o fra tre giorni, chissà – diranno che Saverio Fasanella, insegnante elementare immigrato a Milano da Peschici sul Gargano, era un tipo solitario che soffriva di depressione da qualche anno, per la precisione dal 1955, anno in cui l’adorato fratello gemello morì di leucemia: ma è tutto molto più complicato di così.

Mi dispiace solo di non avere rivisto il mare.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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