Limonov: con Carrère nei mille volti della Russia

Limonov

“Non ho alcuna posizione ideologica contro il romanzo, sia chiaro”

dice un signore con i capelli molto corti, atletico, giovanile nei suoi sessant’anni, in un’intervista alla televisione francese del 2018: si tratta di Emmanuel Carrère (Parigi, 1957), l’autore di cui trattiamo oggi.

Questa dichiarazione ci fa tornare ad un tema che abbiamo toccato spesso, qui sulle #LettureInclinate: con Zadie Smith e Julian Barnes, che fanno senza dubbio in prevalenza fiction e che tuttavia pescano a piene mani dalla “vita vera”, con Truman Capote e Gay Talese che invece raccontano fatti veri, sia pure entrando nella testa e nel cuore dei personaggi.

Emmanuel Carrère ha speso la prima parte della sua carriera a scrivere romanzi, ma poi c’è stata la svolta, con “L’Avversario”, uscito nel 2000, reportage terribile e minuzioso sugli efferati omicidi con cui Jean-Claude Romand ha sterminato la sua famiglia, dopo anni di doppia vita, in cui aveva persino simulato di avere un impiego (immaginario) presso un’organizzazione internazionale a Ginevra.

E’ da quel momento che l’autore parigino ha sentito l’esigenza di aggrapparsi a fatti e persone vere, di raccontarle con un intento descrittivo, giornalistico:

“non so dove mi porterà questo, ma ormai so scrivere soltanto di ciò che è accaduto”, ha dichiarato nel 2006; e ancora, nel 2018: “ho bisogno di qualcosa di esterno a me per raccontare qualcosa”.

E’ su questo filone che si inserisce tutta la produzione recente di Carrère, da L’Avversario in poi, incluso il libro di oggi: Limonov (Adelphi, 2012, pagg 356, Euro 13; il libro è ormai giunto alla quindicesima edizione), lungo reportage sulla figura di Eduard Limonov (1943-2020), un personaggio difficilmente inquadrabile tanto che quando Carrère ipotizza di farci un libro gli dicono:

“Ma Limonov è un farabutto di mezzo tacca”

E lui:

“non so, bisognerebbe verificare”.

Questo è un libro potente, interessante, a tratti persino avvincente come una spy-story: iniziamo col dire che accompagnare Limonov nella sua vita ci porta nel cuore del Novecento, nella nazione che forse è uno dei simboli più eclatanti delle tragedie e degli stravolgimenti di questo secolo: Eduard Veniaminovic Savenko (questo il suo vero nome) nasce nel 1943 in Ucraina, nell’Unione Sovietica di Stalin, nel pieno della guerra e chi volesse attraversare la storia, le contraddizioni e le complesse vicende che hanno caratterizzato questo popolo dalla rivoluzione d’ottobre allo Stalinismo, da Gorbaciov a Eltsin fino a Putin, in questo libro trova un compendio eccezionale.

Il libro parte da una manifestazione del 2007 a Mosca, che consente a Carrère di entrare in contatto con un mondo strano di oppositori di Putin, nostalgici del vecchio regime sovietico. Nella piazza, Carrère riconosce Limonov, che aveva intervistato a Parigi negli anni Ottanta, e decide di incontrarlo, scortato da teste rasate del partito dei “nazbol”, i nazional-bolscevichi, il cui sinistro simbolo è una bandiera nazista ma con la falce e il martello al posto della svastica.

Dalla difficoltà a riconciliare tutte queste (apparenti?) contraddizioni nasce la volontà di approfondire, di “verificare” e così parte la ricostruzione, che l’autore imposta in modo cronologico, nei luoghi della movimentata vita di Limonov: da Charkiv, in Ucraina, in piena epoca staliniana, a Mosca, poi a New York, a Parigi, sui Balcani e poi di nuovo a Mosca e nelle prigioni di Lefortovo, Saratov ed Engel’s, dove Eduard sconta 2 anni di pena.

Appena adolescente vediamo Limonov aspirare già ad uscire dalla “normalità” del sistema sovietico: Eduard è figlio di un ufficiale della Ceka, uno di quelli che incolonnavano i dissidenti da mandare nei gulag, vive in due stanze coi genitori, dormendo ai piedi del letto e fin da giovane adolescente non trova di meglio da fare che imparare come si fa ad ubriacarsi (la famosa zapja, il bere per giorni interi, senza più avere coscienza di essere ubriachi) e iniziare a progettare un modo per uscire da questa opprimente massificazione: Limonov cerca una strada, vuole diventare un poeta famoso, forse un rivoluzionario, e nel frattempo non trova di meglio che iniziare a delinquere, a rubacchiare, a progettare rivolte.

Carrère riassume così:

“Non sa che farsene di una vita onesta e un po’ stupida, vuole una vita libera e pericolosa: una vita da uomo”.

Limonov supera un brutto momento, in cui tenta il suicidio (terribili, crudissime le righe in cui Carrère ci racconta il gesto di tagliarsi le vene) e si salva, quasi per caso, perché un medico invece di farlo marcire nell’ospedale psichiatrico dove è stato rinchiuso lo manda alla Libreria 41 a fare volontariato. Da qui ci spostiamo nella capitale, Mosca, dove Eduard frequenta il sottobosco underground di artisti più o meno dissidenti, che si nutrono di samizdat, i testi proibiti dal regime e stampati con mezzi di fortuna, proprio negli anni in cui scoppia il caso Solzenicyn e Brodskji deve lasciare la Russia.

Contraddizioni, si diceva, e infatti più tardi, quando diventerà convintamente restauratore, difensore del regime che mandava i dissidenti nei gulag, quando auspicherà “la corte marziale e dodici pallottole in corpo” per Michail Gorbacev e la sua perestrojka, Limonov dirà:

“Mai stato dissidente, io ero un delinquente”.

Eduard se ne va dalla Russia, con Tanja, bellissima ragazza che aveva strappato ad un famoso regista: vanno a New York, siamo nella seconda metà degli anni Settanta e lì c’è un folto gruppo di fuoriusciti, ricoverati in alberghi malfamati, più o meno definibili come “dissidenti”; ma Tanja lascia Eduard, e lui sbanda, vive per strada, diventa un barbone, cerca espedienti, sesso occasionale e sfrenato che Carrère ci descrive senza risparmiarci nulla: nelle notti di ubriachezza e di perdizione si corica, salingerianamente, a Central Park a scrivere e il suo romanzo, molto tempo dopo, diventerà un successo, e gli sarà dato un titolo emblematico: “Il poeta russo preferisce i grandi negri”.

Carrrère inquadra così la situazione di questi fuoriusciti a New York:

“A Mosca o Leningrado erano poeti, pittori musicisti, under di valore …. ora, a New York, fanno i lavapiatti, gli imbianchini, i traslocatori….si ubriacano, recriminano, parlano della patria, sognano di avere il permesso di ritornarvi,…ma moriranno lì, in trappola e beffati dal destino”.

Limonov, rocambolescamente, si ritroverà a fare il maggiordomo presso un riccone di New York, ma sarà a Parigi, dove approda del 1980, che troverà la notorietà, iniziando a pubblicare e ad apparire in pubblico; qui avverrà anche il primo incrocio con Carrère, che lo intervisterà per una radio.

Anche in questo libro, come ne L’Avversario, Carrère parla in prima persona, ci conduce negli eventi che lo hanno portato ad approfondire questo viaggio, a fare la sua “verifica”; ci intrattiene, fa sentire molto la sua presenza (“carica le descrizioni con la sua poetica”, dice Sandro Veronesi in un bel dialogo con lui), sembra parlare con noi, vuole ricordarci che lui c’è, è lui che documenta una storia vera:

“Arrivato a questo punto, dubito che il lettore abbia davvero voglia di sentirsi raccontare gli esordi di un giornaletto e di un partito neofascista come un’epopea entusiasmante. E dubito anch’io di averne voglia. Tuttavia la faccenda è più complicata”.

Carrère, come vediamo, usa una lingua spigliata, spontanea, con contrappunti ironici e colloquiali, dura quando lo deve essere, sboccata quando lo deve essere, precisa, cruda nei particolari, spesso volgare, quasi mai eccessiva.

Ma riprendiamo il filo: nel 1989 cade l’impero sovietico e il libro ci porta dentro questa incredibile vicenda con il ritmo di un thriller: Gorbacev rinchiuso in una dacia, la seduta pubblica del parlamento dove gli fanno firmare addirittura lo scioglimento del Partito Comunista, i carrarmati davanti alla Casa Bianca moscovita; e la nuova Russia del mercato selvaggio e delle forti disuguaglianze, con il rocambolesco succedersi di eventi che porterà prima Eltsin e poi Putin al potere e Limonov a imboccare, come abbiamo visto, il tentativo di restaurare l’impero sovietico con il suo partito “nazbol” in cui Carrère lo ritroverà, come detto, nel 2007.

Contraddizioni, si diceva: Carrère è spietato, ce le mostra con destrezza; come quando ci racconta del rientro in Russia di Solzenicyn, che organizza un viaggio in treno di un mese, in quello che doveva essere un tour trionfale, e invece ecco la beffarda e potentissima sintesi:

“I nostalgici del comunismo lo considerano un criminale, i democratici un ayatollah,..e agli occhi dei giovani, nel cimitero delle icone dell’Unione Sovietica, la figura di Solzenicyn quasi si confonde con quella di Breznev”.

Chi è Limonov? E perché è importante questo libro?

Su chi sia stato veramente questo personaggio, mancato lo scorso anno alla ragguardevole età di 77 anni (nessuno – né certamente lui stesso – avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che egli la potesse raggiungere), possiamo utilizzare la risposta che dà Emmanuel Carrère:

“…teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani…”.

Ed è così importante conoscere la storia di costui? Se serve per conoscere come la Russia sia arrivata fino ad oggi (con ampi squarci su cosa è successo anche nei Balcani), beh, sì, secondo noi è importante: si tratta di una lettura fondamentale – non certo l’unica, s’intende – per capire questo grande dilemma che è la Russia da un secolo a questa parte: quell’intreccio di vicende sociali di cui è intrisa la storia di questo popolo, che affonda le sue radici nella Russia feudale e spietata degli zar fino a quella, altrettanto incomprensibile, dei giorni nostri, con giornalisti trucidati, oppositori avvelenati e un continuo giocare sul limite, e anche oltre, del tollerabile.

“Se fossi un pittore, sarei un ritrattista” ha detto Carrère. Sì, anche questo è un modo per avvicinarsi a questo libro. Il ritratto di un uomo con molte facce, che quasi si scompone, come un quadro cubista, nei mille rivoli di questa incredibile storia che è il Novecento in Russia.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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