Linea di confine

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“Lei dice che c’è questa spietata recessione – lo so – e che in una ristrutturazione aziendale i tagli sono basati su valutazioni prevalentemente funzionali e non personali, dottore: ma io mi sento comunque messa in discussione, anzi scartata, come materiale avariato o, appunto, non più funzionale. Ne vogliamo parlare, dottore?”

I corridoi degli ospedali mi sembrano sempre tutti uguali, tutto questo bianco e questo persistente odore di disinfettante, e credo di essermi persa.

Osservo incuriosita una figura femminile che è sgattaiolata fuori da una stanza e cammina furtivamente a ridosso della parete: è una suora, è piccola e magrissima ed è interamente vestita di bianco, compresa la cuffietta che le copre il capo.  Giunta in prossimità di una specie di sottoscala dove si trovano delle grandi ceste metalliche piene di biancheria sporca, con insospettabile agilità salta dentro una di esse e sparisce alla mia vista, confondendosi con i panni.

Sento dei passetti concitati alle mie spalle,

“Suora, ma cosa fa??”

La giovane infermiera posa il gattino che tiene in braccio nella cesta, vicino alla suora, la quale sussurra con una vocina mestamente rassegnata:

“Cercavo un posto tutto mio, dove potessi stare in santa pace”,

poi l’infermiera si sporge sulla cesta e cerca di sollevare la suora prendendola in braccio, e scuote il capo mormorando

“Come è tutto difficile…”.

Il suono penetrante della sveglia mi distoglie da questo strano sogno, al quale continuo a pensare anche mentre faccio colazione.

Quello che più mi ha colpito è quel “Cercavo un posto tutto mio”, e lo sguardo malinconico della piccola suora.

Non ho ancora alzato le tapparelle, ma sento la pioggia picchiettare contro il legno. Come da previsioni meteo, la classica giornata di marzo, di pioggia e di vento e di temperatura che se ne fotte della data, 30 marzo, e rimane tenacemente aggrappata all’inverno.

Non ho voglia di affrontare l’umanità calda e puzzolente che normalmente affolla i sottopassi della metropolitana nei giorni di pioggia, così  mi infilo l’impermeabile, afferro ombrello e borsa ed esco, decisa a raggiungere l’ufficio a piedi rimanendo in superficie. Da via Paleocapa, dove abito, passando per piazza Castello in pochi minuti riesco ad arrivare in via Giulini, dove ha sede la S.I.A.P., Società Italiana Affissioni Pubblicitarie, presso la quale lavoro ormai da dieci anni come assistente del Direttore Commerciale.

Apro il portone e sono subito investita da una folata di vento e di acqua, che sembra essere omnidirezionale.

“Ma come si può pensare di essere felici sotto questo cielo, che ha il colore della disgrazia imminente? Di lunedì, poi.”

Giro l’angolo di via Dante e arrivo in via Giulini, mentre lotto con il vento che cerca di sottrarmi un ridicolo, inutile ombrellino blu con le stelle alpine bianche ed è con un certo sollievo che spingo la pesante porta di cristallo e ottone ed entro nell’elegante immobile d’epoca.

Nel palazzo signorile, che ospita solo uffici e studi di professionisti, un largo scalone di marmo con le ringhiere in ferro battuto ed i corrimano in legno lucido gira attorno ad un lentissimo ascensore tutto vetri, legni ed ottoni. Scelgo le scale, tanto sono solo due piani e poi oggi la mia claustrofobia è più condizionante del solito.

Ripenso al sogno e alla suorina nella cesta dei panni, e provo un’inspiegabile disagio. Lascio l’ombrello nella rastrelliera posta di fianco all’ingresso ed entro, rassegnata ad affrontare una giornata che prevedo pesante.

Del resto, negli ultimi tempi tutte le giornate sono ugualmente logoranti: il giro d’affari della S.I.A.P. nell’ultimo anno è calato in maniera preoccupante, e corre voce che nella compagine societaria potrebbe intervenire un potente investitore straniero: tendenzialmente una buona notizia, ma nel nostro comune sentire prevale il “che ne sarà di noi”.

La centralinista, che siede dietro la bella scrivania semicircolare in legno lucido posta nel grande atrio, mi rivolge uno sguardo teso e dice:

“siete tutti convocati nella Sala Grande, tra cinque minuti”

“E da chi??”

“Da Marco Rimbaudi. Riunione straordinaria”.

Marco Rimbaudi è il giovane Presidente del Consiglio d’Amministrazione succeduto allo zio materno nella conduzione della Società dopo la rinuncia del Grande Vecchio, così  soprannominato sia per l’età sia per il fatto che è un autentico self-made man, partito da una condizione modestissima ed arrivato al successo grazie al suo acume ed alla sua audacia.

L’attività della S.I.A.P. consiste nell’aggiudicazione, attraverso appalti pubblici, di spazi per le affissioni pubblicitarie nei diversi Comuni in tutta Italia e nella conseguente ricerca di contratti per le affissioni, trattando direttamente con le agenzie pubblicitarie e realizzando in proprio cartelloni e manifesti.

Purtroppo, capita spesso che in certi personaggi l’audacia, soprattutto se premiata dai risultati, ad un certo punto degeneri e devi verso un pericoloso delirio di onnipotenza: era ciò che era successo al Grande Vecchio, che non contento della posizione già prestigiosa dell’azienda, quando sulla scena si era affacciato qualche concorrente agguerrito aveva cercato di procurarsi un ulteriore vantaggio praticando delle scorciatoie non propriamente legali.

Del resto, il degrado morale di tutta una società conduce facilmente a ritenere che un reato non sia più da considerarsi tale, se messo in atto dai più. Peccato che lo avessero beccato. Data l’età, se l’era cavata con qualche anno di domiciliari, tuttavia la vicenda lo aveva profondamente segnato ed era (finalmente) invecchiato di colpo.

La nomina di Marco da parte dei Soci (tutti facenti parte della numerosa famiglia Rimbaudi) era stata una conseguenza naturale, poiché da diversi anni il giovane aveva affiancato lo zio nella conduzione dell’azienda. In realtà, lo zio lo aveva tenuto saldamente al guinzaglio ed aveva creato un perfetto yes-man: il quale, senza più catene, non sapeva andare in giro da solo. Marco era sempre troppo preoccupato di sbagliare, troppo condiscendente o inutilmente testardo ed intempestivo nelle scelte.  Il direttore Commerciale Franco Pucci ed il direttore amministrativo, Maurizio Pettinaroli, cinquantenni molto battaglieri e di grande esperienza e suoi amici di vecchia data avevano cercato di supportarlo, ma Marco sembrava preso dal sacro furore di dimostrare che poteva farcela da solo.  Gli squali che dirigevano le maggiori agenzie pubblicitarie se ne erano presto accorti, ed erano riusciti a sottoscrivere contratti che per la S.I.A.P. si erano rivelati scarsamente remunerativi o addirittura in perdita e con delle pesantissime penali in caso di ritardo nella distribuzione dei prodotti pubblicitari. Tutto ciò, insieme a condizioni di mercato sofferenti per la crisi generale avevano condotto l’azienda in una situazione di seria difficoltà.

Franco Pucci esce dal suo ufficio, mi viene incontro e, senza dire una parola, mi afferra per un braccio e mi pilota verso il suo ufficio. Chiusa la porta, mi si para dinanzi e dice:

“Ascoltami bene: stamattina Marco ci presenterà il nuovo socio di maggioranza. E’ un cinese, e rappresenta una Società di Pechino che opera nel settore della pubblicità. Oggi sarà annunciata una ristrutturazione aziendale,  che significa che due terzi di noi – intendo noi dello staff commerciale – sarà mandata a casa e sostituita da persone di loro fiducia. Io so già di essere fuori, e tu sei la mia assistente da molto tempo.  Mi sembrava giusto che queste informazioni le avessi da me. Ora andiamo”.

“Ma…”

“Andiamo”.

E va bene, andiamo. Pucci entra in sala riunioni ed io lo seguo; ci sono già tutti i colleghi del commerciale e dell’amministrazione. Rimbaudi sta parlando in un angolo con Pettinaroli e insieme a loro c’è un uomo molto alto, con i capelli nerissimi ed un elegante completo grigio perla. Emma Mereghetti, l’assistente di Rimbaudi, finisce di distribuire bloc-notes e penne sul grande tavolo ovale, poi si schiarisce la voce, inclina leggermente di lato la bella testa bionda e dall’alto dell’immancabile tacco dodici e del tailleur blu d’ordinanza ci invita a prendere posto.

L’uomo alto insieme a Rimbaudi si volta e non posso fare a meno di fissarlo: il suo volto presenta i tipici tratti asiatici, ma gli occhi a mandorla sono verdissimi. Ed è alto, è veramente alto.  Immediatamente mi viene in mente un ramarro, che non è esattamente uno dei miei animali preferiti.

Rumore di corpi che si accomodano sulle sedie e silenzio. Poi Marco Rimbaudi parla.

“Vi chiedo scusa per avere impedito con questa riunione non preannunciata il normale svolgimento della vostra attività, ma cercheremo di non trattenervi a lungo. Il motivo per cui vi ho voluto tutti qui è la presentazione formale del nostro nuovo socio di maggioranza, la Quing Dao Company di Pechino, che certo tutti conoscete. Il signor Takeshi Kaneshiro ne è il CEO, e lascerò a lui la parola, come da sua espressa richiesta.  Ha studiato ad Oxford e parla bene l’italiano, sono certo che lo scuserete se di tanto in tanto si esprimerà in inglese, lingua a lui più congeniale”.

“Sono certo che lo scuserete”. Non è mai stato certo di un accidente, ma ora è certo che lo scuseremo. Ha parlato con tono fermo, ma le mani erano aggrappate alla penna per mascherare il tremito, e  lo sguardo inseguiva un punto indefinito al di sopra delle nostre teste.

Il cinese, che chissà quale è il nome e quale il cognome e per noi resterà da ora in poi il Cinese, si alza e distribuisce piccoli inchini con la schiena rigida a destra e a sinistra. Poi, restando in piedi, inizia a parlare.

Ha una voce un poco stridula, parla un italiano corretto ma è monotonale e sbaglia qualche accento. Bla, bla, bla. La storia ed i risultati della Quing Dao Company, ma chissenefrega. Mi distraggo, come sempre quando si parla di numeri. Mi balocco con il pensiero consolatorio e politicamente scorrettissimo che se scriverò un giallo il Cinese finirà sgozzato in un vicolo intorno al terzo capitolo.

Il Cinese ha terminato il bla bla introduttivo e sta arrivando al nocciolo, e lo capisco non perché lo stia ascoltando ma perché noto un cambiamento nel linguaggio del corpo dei miei colleghi, che si muovono impercettibilmente sulle sedie, esprimendo così il loro disagio. Pettinaroli, che ha accomodato con elegante noncuranza il lungo corpo dinoccolato sulla poltroncina, disegna ghirigori sul bloc notes con espressione palesemente infastidita. Pucci, seduto accanto a me, ha mollato la maschera da affascinante uomo di mondo con la quale ha steso (letteralmente) più di una segretaria ed ha la bella faccia contrariata di chi stavolta ha perso la partita, e non ha un piano B.

…ma il Cinese sta puntando sguardo e parole esattamente nella nostra direzione, mia e di Pucci, anzi proprio su di noi:

“….we will open a union negotiation to agree on your compensation”.

Ha già detto che siamo fuori e me lo sono persa: “apriremo una trattativa sindacale per concordare il vostro indennizzo”.

Pucci sta per alzarsi e dire qualcosa, ma io lo precedo, perché sono sopraffatta da un’ondata di collera pura, e decido in un nanosecondo di assecondarla. Mi rivolgo direttamente al Cinese, con i palmi delle mani appoggiati al piano di cristallo del tavolo e il busto proteso in avanti: ora ho l’attenzione di tutti.

“Sa che le dico? Non mi interesserebbe comunque lavorare per uno che nel  suo Paese ingabbia gli orsi per estrarre il loro fiele e la domenica mangia il cane di casa. Per non dire di ciò che capita ai dissidenti. Quindi, so long, Mr. Takeshi Kaneshiro”.

Detto questo, abbandono la sala con passo fiero e tuttavia chiedendomi  “ma che cavolo gli ho detto?”

Il suono penetrante della sveglia mi distoglie da questo strano sogno, al quale continuo a pensare anche mentre faccio colazione.

Evidentemente durante la notte il mio subconscio ha continuato ad elaborare le riflessioni diurne, spesso condivise con i colleghi, sulla difficile situazione della S.I.A.P.

Piove e tira vento anche fuori dal sogno, ma ho bisogno di aria, per cui mi dirigo a piedi verso l’ufficio evitando i sottopassi della metro.

Appena entro la centralinista, che siede dietro la bella scrivania semicircolare in legno lucido posta nel grande atrio, mi rivolge uno sguardo teso e dice:

“siete tutti convocati nella Sala Grande, tra cinque minuti”.

Percepisco appena un piccolo strappo, una lacerazione da nulla, da qualche parte. Una leggera vertigine, come se fossi in bilico su un’ipotetica linea di confine, che forse ho già superato senza rendermene conto.

“Sì, credo di sapere già tutto”

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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