L’ingorgo

Centinaia. Milioni. Miliardi. Sbuffanti, ronzanti, brulicanti, indifferenti e incapaci di comunicare, come rette parallele che si guardano scorrere, senza incontrarsi mai. In questo momento, immote: file di autovetture come bestie in balia di  un sole canceroso e incattivito, che si è mangiato l’azzurro del cielo e lo ha lasciato opaco e sbiancato dall’afa.

Milano, un venerdì di inizio luglio: un ingorgo apocalittico blocca l’autostrada Milano Laghi, direzione Varese, poco dopo la barriera di Milano Nord. No, non il solito traffico congestionato, che poi in questo periodo in realtà la città dovrebbe incominciare a svuotarsi e si circolerebbe decisamente meglio, uno si potrebbe persino convincere di riuscire a tirar sera in modi differenti dallo starsene seduti in macchina a veder trascorrere il tempo, senza poterci fare nulla[sociallocker id=11716].[/sociallocker]

Già, ma quest’anno a Milano abbiamo l’Expo

(devo proprio andarci, abito a Milano, che faccio, mi defilo? Appena calano un po’ il caldo e le presenze ci vado)

e ne siamo tutti così fieri, il cibo per tutti, per tutti quelli che se lo possono permettere, d’accordo, però si parla tanto anche di chi non può, e in quasi tutte le lingue e con tutti i colori del mondo. Insomma, se non si fosse ammantata di irrealizzabili propositi di alto profilo etico e si fosse presentata onestamente per quello che mi pare che sia: un’enorme sagra gastronomica, multietnica e spettacolare, questa Expo mi sarebbe stata persino più simpatica. Comunque, per ogni milanese che è andato in vacanza a occhio e croce ci saranno una decina di stranieri, e ciao, tutti in coda, tutti i giorni, nonostante i lodevoli sforzi dell’amministrazione comunale per migliorare la viabilità, mentre i numeri dell’Expo già saltano e rimbalzano come palline nelle mani di un giocoliere un po’ pasticcione.

Centinaia, milioni, miliardi di autovetture (chi può dirlo, dove termina questa coda, peraltro diligentemente annunciata qualche chilometro fa dal tabellone luminoso, che tuttavia tace sulla sua lunghezza, verosimilmente perché il mostro biblico si allunga di minuto in minuto), accomunate da un’assoluta immobilità che dura ormai da diversi quarti d’ora.

Per una volta tanto, ho tempo: il mio volo Emirates per New York partirà alle 16,10 e sono solo le dieci del mattino, Anna abita a Vizzola ed è di strada, al massimo salta il pranzo a casa sua. Si, però è un’ora che siamo inchiodati qui, senza muoversi di un centimetro.

In fondo, è esattamente così che mi sento da un po’: bloccata in un fotogramma fisso, impantanata da qualche parte. E mentre osservo distrattamente i giorni che passano i miei programmi saltano uno dopo l’altro e molte situazioni che davo per acquisite si sgretolano velocemente, senza che io possa fare nulla per arrestare questo disfacimento. Occorrerebbe cambiare strada. Già, ma come esco da questo imbottigliamento? Però, intendevo anche dire di altre strade che sarebbe necessario lasciare, per imboccarne di nuove.

Ho spento il motore da qualche minuto ma senza aria condizionata la calura è  insopportabile, quindi me ne frego della qualità dell’aria e riaccendo. Del resto, ora in questo non luogo infernale  è l’atteggiamento imperante e non ho voglia di riflettere sul fatto che se una cosa è sbagliata continua ad esserlo anche se la fanno in molti: e che si fotta, la questione morale.

Scusa, compagno Berlinguer: siamo scesi da molto tempo dalla torre d’avorio di quelli che si sentono intellettualmente ed eticamente superiori e ci siamo mescolati agli altri, così bene che ormai si fatica un poco a percepire la differenza, che forse non c’è più, tutt’al più è questione di sfumature.

Il rumore inconfondibile degli elicotteri mi spinge ad abbassare il finestrino e a sporgere la testa per guardare lassù: polizia, volano talmente bassi – in cerchi concentrici, come falchi, forse adesso atterreranno sul tetto di qualche SUV – che le pale riescono a smuovere folate di aria calda, sembra che qualcuno abbia aperto un enorme forno. Bene, deve essere successo qualcosa di grosso, il che da un lato mi da una certa soddisfazione, perché allora c’è un motivo serio se siamo tutti prigionieri di questa dannata Milano Laghi, ma dall’altro mi sgomenta perché potrebbe significare ore e ore di attesa.

Le 11,00.

Ho chiamato Anna, le ho detto che tutt’al più farò come in un telefilm americano, mollerò qui la mia vetturetta e arriverò a piedi, saranno sì e no una quarantina di chilometri, dopotutto. Oppure chiederò un passaggio a un elicottero della polizia.

Se tu fossi ancora con me, adesso probabilmente faremmo commenti tra il serio ed il faceto sui nostri vicini di auto, osservandoli con discrezione.

Era un nostro gioco che amavamo fare anche quando eravamo in attesa al tavolo di un ristorante: mi inventavo storie sulle persone sedute accanto a noi, che tu completavi o – più facilmente – smontavi. Ma tu non ci sei più, e tutto mi annoia, e mi sento a disagio, sempre, poi mi disturba la consapevolezza di essere passata dall’altra parte, quella delle persone non più giovani ma non ancora vecchie, e sole.

Quante volte ci è capitato di incontrare, nel nostro girovagare, coppie di amiche attempate: tu ironizzavi sempre sulla longevità femminile, del resto avvalorata dalle statistiche, ma anche sull’energia e sulla capacità di reagire delle vedove, come se gli anni inducessero nelle femmine un salutare cinismo, mentre i maschi diventano generalmente dei piagnoni.

Ho un bisogno irrefrenabile di muovere le gambe, così spengo di nuovo il motore, apro la portiera e scendo, battendo i piedi per terra e muovendo qualche passo. I miei due vicini –  uomo solo su station wagon a sinistra, famiglia giovanissima con bambino su utilitaria a destra – hanno avuto la stessa idea. Sto già sudando, mi maledico per non avere messo una gonna al posto dei pantaloni e i capelli sul collo mi danno fastidio ma non ho nulla a portata di mano per legarli. C’è un puzzo insopportabile, di gas di scarico, di asfalto caldo, ma anche di marcio, forse qualcuno ha già incominciato a decomporsi e nessuno se ne accorge.

L’uomo a sinistra gira intorno alla macchina e viene nella mia direzione: avrà una sessantina d’anni, alto ed energico, capelli a spazzola grigi, Lacoste infilata nei jeans.

Non sono mai riuscita a convincerti che la polo cacciata nei jeans fa tanto anni ’70: dicevi che tenuta fuori è sciatta, e che te ne fregavi se sembravi vecchio, dato che lo eri.

“Che coda, eh? Chissà cos’è successo”.

Sembra irrequieto, si torce le mani facendo schioccare le dita, cosa che mi infastidisce al punto da desiderarne la morte istantanea.

“…già”.

“Spero di arrivare in tempo in aeroporto…”

“…sì, anch’io”.

Mi rivolgo verso la baby famiglia sulla destra, non ho voglia di socializzare con quest’uomo.

Il bimbetto biondo avrà cinque anni, è carino con i calzoncini e la maglietta a righe bianche e rosse, ha i sandalini di tela con gli occhielli e la suola di gomma bianca, come quelli che avevo anch’Io da piccola e mi viene incontro saltellando:

“perché picchi i piedi per terra?”

“Perché ho le formiche”.

Mi guarda perplesso i piedi, starà cercando le formiche. Non trovandole, torna di corsa dalla madre poco più che adolescente, mentre il padre, bel ragazzo con qualche tatuaggio di troppo, parla e gesticola al telefonino.

Molte persone sono scese dalle auto, guardano per aria gli elicotteri della polizia che continuano a svolazzare incombenti sopra le nostre teste, si scambiano congetture e sacramenti in vari idiomi. Risalgo e cerco sollievo nell’aria condizionata.

Le 12,00.

Non sarà un segno del destino, questo contrattempo che se va avanti così, cioè se si continua a non andare avanti, forse mi farà perdere davvero l’aereo per gli States? Significa forse che farei meglio a non partire? Perché penso da sempre che nulla succeda mai per caso, e ho un’età che mi ha già consentito di verificarlo, in più di una circostanza. Sono stata a lungo indecisa su questo viaggio: avremmo dovuto farlo insieme, ne avevamo parlato un sacco di volte, e invece poi non c’è stato più tempo.

Quando c’eri tu, non ero mica così titubante: anzi, mi hai spesso rimproverato di essere una decisionista un po’ frettolosa, di essere impaziente, e anche di schierarmi sovente in modo troppo palese. Il fatto è che tu, così prudente e riflessivo, con tempi decisionali troppo lunghi rispetto al mio standard, e però razionale e risolutivo, mi facevi sentire al sicuro, al punto da potermi permettere di seguire la mia indole tendenzialmente drastica e temeraria. Così, perdendo te ho smarrito anche una parte fondamentale di me stessa.

Sento sbattere delle portiere e mi accorgo che coloro che erano scesi stanno risalendo velocemente in auto, chi aveva diligentemente spento il motore rischiando il colpo di calore riaccende e un guizzo di euforia pare propagarsi lungo il serpentone colorato e affranto. Ci si muove. Dapprima a passo d’uomo, poi lentamente ma con un impulso sempre maggiore. Il bimbo biondo mi fa ciao ciao dal finestrino, il signore a sinistra mi sorride.

Tanto vale che mi fermi a mangiare qualcosa, ho bisogno di camminare un po’, considerando che mi aspetta un lungo viaggio in aereo: mi immetto nell’area di servizio Villoresi Est insieme al migliaio di persone che ha avuto la mia stessa idea.

Il nuovo Autogrill ha una singolare struttura bianca a tronco di cono che si allarga alla base, e mi fa pensare al cappello di una strega. Dentro è accogliente e luminoso, e da capello della strega si trasforma velocemente in lussuosa tenda da ricco emiro, dove ogni ben di Dio o di Allah attende ed alletta un’umanità fluida e vorace. Non se ne parla di fare la coda ad uno dei self services, tutti ugualmente presi d’assalto da orde fameliche di viaggiatori in transito, accomunati dalla sensazione di essere appena scampati da una calamità: mi accontenterò di un croissant con il caffè.

Sono già al secondo croissant quando vengo avvicinata dal compagno di coda alla mia sinistra, l’uomo su station wagon.

“Anche lei qui, che fortuna!”

“??…”

(fortuna per chi e perché?)

“…vede, la mia macchina è guasta, meno male che sono riuscito ad arrivare fin qui. Verrà a prelevarla un amico che fa soccorso autostradale, ma io devo assolutamente arrivare in aeroporto…sarebbe così gentile da darmi un passaggio?”

Ora che ha tolto gli occhiali da sole mi accorgo che ha anche un leggero tic all’occhio destro, che strizza a intervalli regolari, oltre a quell’irritante vizio di far scrocchiare le dita, che gli si rompessero qui e adesso.

Ha un’espressione veramente preoccupata e guarda in continuazione l’orologio. Però mi sembra una brava persona, come faccio a dirgli di no?

“Va bene…”

“Non so davvero come ringraziarla, lei mi risolve un problema enorme, davvero…”

“Vado solo in bagno e poi possiamo andare”,

taglio corto,

“sì certo, la aspetto qui”.

Ai bagni c’è la fila, naturalmente, più lunga davanti a quelli per le signore, altrettanto naturalmente. Maledizione. Non ho nessuna voglia di fare l’ultimo tratto di strada con ‘sto tizio, ma ormai gli ho detto di sì.

Ormai. 

Oppure…seguo l’istinto e lo pianto qui, lui e la sua macchina in panne. Un po’ da stronza, eh. Pazienza.

Esco dall’area bagni e guadagno velocemente l’uscita, dal bar lui non mi può vedere. Corro verso l’auto e mi viene da ridere, salgo e parto con una leggera sgommata, esco dall’area di servizio e mi immetto nella fila di macchine che ora procede abbastanza spedita con un gesto prepotente, che provoca una strombazzata da parte dell’auto che sopraggiunge alle mie spalle. Guardo nello specchietto retrovisore, come se mi aspettassi di essere seguita dall’uomo al quale ho appena negato la mia solidarietà, senza nemmeno dirglielo.

Questa modesta carognata mi ha messa di buonumore. Penso che riuscirò a prendere l’aereo e forse a New York potrò ritrovare la curiosità che ho smarrito e il sentiero per uscire da quel fotogramma nel quale sono rimasta intrappolata. Che sciocchezza, non c’è bisogno di andare a New York: posso trovare la via d’uscita anche subito, persino su questa autostrada.

Appoggiato al banco del bar, l’uomo con i capelli a spazzola grigi sta sudando copiosamente, nonostante l’aria condizionata.

Il bimbo in calzoncini e maglietta a righe bianche e rosse lo osserva con curiosità, ma quando ne aggancia lo sguardo si ritrae, nascondendosi dietro le belle gambe snelle della giovane mamma: perché i bambini sanno riconoscere i mostri, quando ne vedono uno.

Dopo qualche minuto, l’uomo capisce di essere stato mollato: esce dall’Autogrill, si dirige sul retro, scavalca il guard rail che ne delimita l’area, si allontana nella campagna, verso la pista ciclabile che conduce al Parco delle Groane. Nella confusione che anima i piazzali, se anche qualcuno se ne accorge, se ne frega.

Il televisore piazzato in una delle salette ristorante sta mandando in onda un notiziario, ma nessuno lo ascolta:

“Una complessa operazione di polizia tuttora in corso stamane ha bloccato per ore il tratto della A8 Milano Laghi tra la barriera di Milano Nord e Lainate, a seguito dell’identificazione dell’omicida seriale colpevole dell’uccisione di quattro donne. Nella cantina dell’appartamento al Lorenteggio di Luigi Bonfadini, incensurato di 62 anni, sono stati rinvenuti i cadaveri mutilati di quattro donne di cui era stata denunciata la scomparsa negli ultimi due mesi. Si ritiene che l’omicida abbia occultato le parti mancanti dei cadaveri, o che le porti con sé come macabri trofei. Secondo le informazioni in possesso degli inquirenti, l’uomo starebbe tentando di raggiungere l’aeroporto di Malpensa. Chiunque lo avvistasse è pregato di avvisare immediatamente la Questura di Milano ai numeri che appaiono in sovraimpressione: l’uomo è pericoloso e potrebbe essere armato”.

La foto segnaletica che campeggia sullo schermo ritrae un signore alto e magro dall’aspetto distinto ed inoffensivo, i capelli grigi a spazzola, una polo bianca infilata dentro i jeans.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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