L’insostenibile ambizione del mare

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Per la cronaca, le ambizioni cinesi nei mari del sud sono recenti e per certi versi incomprensibili. Non è tanto la ricerca sulla sovranità a meravigliare, quanto la rinascita di tensioni che erano state sopite per decenni. Il caso delle Senkaku giapponesi o Diaoyu cinesi è il più eclatante, ma è soltanto l’ultimo, dopo la controversia con il Vietnam per le Paracel, con le Filippine per le Scarborough Shoal e infine con molte nazioni dell’Asean per le più lontane Spratly. Per comprendere perché proprio ora queste pericolose dispute risorgano, è probabilmente opportuno andare a ritroso di 600 anni. Per la storia, invece e infatti, la conquista dei mari ha rappresentato uno dei capisaldi della politica estera cinese, tra i meno fortunati, sacrificato a favore della coesione interna. Tra il 1405 e il 1433 la dinastia Ming promesse e finanziò 7 spedizioni navali che condussero la flotta cinese in paesi lontani e sconosciuti. Per la prima volta furono posti sulle carte geografiche, che fino allora si limitavano a riportare il Regno di Mezzo. A capo delle spedizioni fu posto l’ammiraglio Zheng He, eunuco e mussulmano. Da alcuni decenni riproposto all’attenzione popolare dagli storici, è ora venerato come un eroe in patria e in molti paesi asiatici. Rappresenta insieme – rara eccezione – la potenza della Cina e gli interessi dei paesi vicini, il commercio internazionale e il benessere collettivo, la tolleranza religiosa e il rispetto reciproco. Concede infine l’ultima immagine della Cina come grande potenza marinara. Le dimensioni della flotta erano leggendarie: più di 300 imbarcazioni tra giunche commerciali e navi da guerra, con quasi 30.000 marinai. Questo immenso arsenale solcava gli Oceani Pacifico e Indiano per raggiungere le coste di Corea, Indocina, Indonesia, il sub continente indiano fino alla penisola arabica e alle coste della Somalia. Sono le stesse zone dove oggi la Cina rivendica la sovranità o invia le proprie bandiere per difendere i traffici internazionali dalla pirateria.
La storia ci ricorda che presto l’opzione marittima della Cina fu relegata agli archivi, l’eredità di Zheng He consegnata alla polvere, le navi distrutte o lasciate marcire. La capitale ritornò a Pechino perché la minaccia mongola dal nord non era stata debellata. Le casse dello stato indirizzarono il denaro alla difesa tradizionale, nella costruzione e nella coltivazione ideologica della Grande Muraglia. Prevalse in definitiva l’impostazione conservatrice e sino-centrica dei discepoli di Confucio: la Cina è una potenza continentale, l’agricoltura prevale sulle altre attività produttive, i commercianti sono dei parassiti, il mare è pericoloso, la protezione della differenza cinese è nevralgica. Sono note le conseguenze nefaste – almeno dal punto di vista strettamente economico – di questa e di altre analoghe decisioni imperiali. Oggi la Cina ha recuperato buona parte dell’arretratezza che l’aveva condannata alle invasioni straniere. La straordinaria efficacia di riforme e lungimiranza l’ha liberata dai bisogni primari, proiettandola poi sulla scena internazionale in posizioni di inedita solidità. Le dimensioni del paese, il suo impianto culturale, l’orgoglio della propria storia hanno rafforzato questa ascesa. Questi traguardi interni hanno posto le basi per le ambizioni esterne. Il paese è ormai forte e maturo per scendere nei mari caldi del sud. Tuttavia, 600 anni non sono passati invano e i paesi che allora sceglievano di essere tributari della Cina in omaggio alla pace e alla prosperità, oggi pongono maggiori ostacoli e il ritorno della grande civiltà cinese provoca spesso più timori che speranze.

articolo pubblicato anche su AGI China 24
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Romeo Orlandi

Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia. Professore di Economia della Cina e dell'Asia. Esperto di globalizzazione. Autore, editorialista, relatore a convegni.
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