L’Italia vista da fuori – I peggiori stereotipi all’estero

Tempo stimato di lettura: 6 minuti

Ho vissuto 30 anni all’estero, quindi più di metà della mia vita. Sono un cittadino glocal: parte global, il resto local. Sono attaccato alla mia genesi – quella meravigliosa striscia di terra, la mitica Via Emilia tra Bologna e Imola – ma ho lavorato in Europa, Stati Uniti, America Latina e Asia. Ancora oggi mi divido tra la Romagna, Boston, Monaco di Baviera e Hong Kong. Soprattutto ho interloquito con stranieri. Non sono mai stato “un italiano all’estero” nel senso tradizionale. Si dice nel gergo internazionale: “When in Rome, do as the Romans do”. L’ho fatto non solo nella Città Eterna, quando lavoravo con il prof. Romano Prodi allora Presidente dell’IRI, ma ho interpretato autenticamente l’espressione ovunque mi trovassi. Ho vissuto all’estero con i locali, cioè con quelli che a miei occhia sarebbero potuti apparire come “stranieri”. Il lavoro mi ha poi condotto a documentarmi, a mettermi in relazione con stili diversi, abitudini all’apparenza sconcertanti, a trattare in definitiva con chi, dal suo territorio, poteva giudicare me e il mio paese d’origine. Sono dunque in grado di dare un quadro ragionato sulla percezione dell’Italia all’estero, una riflessione intrisa di competenze e di conoscenze. È un bagaglio di nozioni legate da un filo di idee conclusive e non preconcette. Quello che penso e scrivo è frutto di conclusioni, non di premesse. Ci sono valutazioni che valicano le rilevazioni statistiche. Queste ultime sono valide, ma talvolta insufficienti o non veritiere. Se non fosse così, i Musei italiani sarebbero i più visitati al mondo, le rovine di Pompei le più sicure, i centri storici delle città italiane i più attrezzati. “Gli uomini preferiscono le bionde” recitava il titolo di un film, per poi concludere “ma poi sposano le more”. L’Italia è percepita come il più grande serbatoio culturale, ma poi i turisti, gli intellettuali, gli studiosi, preferiscono la Francia.

La prima cosa da espungere dalla nostra mente è la nozione che tutti gli stranieri non vedano l’ora di essere come noi. È questo il peggior retaggio nazionalista. Non siamo, e soprattutto non veniamo considerati, l’ombelico del mondo. Da dove deriva questa nostra esaltazione? Dallo scambiare i nostri sogni con la realtà. Siamo persuasi che tutti gli italiani frequentino le Università, visitino le mostre, suonino gli strumenti, vestano Giorgio Armani, leggano il Financial Times, mangino ogni giorno le tagliatelle fatte in casa, bevano i vini migliori venduti a un prezzo accessibile, camminino in centri storici immacolati, assaporino il miglior espresso, e ovviamente siano impiegati in lavori gratificanti, come il fashion design. Gli altri – quelli che ci giudicano – sono condannati dal tempo inclemente, dal grigiore della fabbrica, dalla fatica dello studio, dalla ripetitività della burocrazia. Appena possono vengono in Italia, a godere del sole e delle spiagge, a mangiare la pasta al dente, a divertirsi con i giovani italiani nelle discoteche della riviera. Questa idea, in declino ma dura a morire, è sbagliata, controproducente, superficiale, al limite della xenofobia.

Nell’opinione della gente comune, quella che si chiama “immaginario collettivo”, l’Italia è vista come uno straordinario laboratorio di beni di consumo. Nel nostro paese, si ritiene con fondatezza, si concepiscono i migliori articoli che allietano la nostra quotidianità. Sono i 2 macrosettori più conosciuti del Made in Italy: il sistema-casa e il sistema-persona. Al primo appartengono i marmi, le piastrelle, i mobili, l’illuminotecnica, i rubinetti e le macchinette per il caffè. La venerazione per questi prodotti si scopre all’ingresso nel paese, dal doganiere al poliziotto, dal tassista al manager dell’albergo. Gente semplice che ama l’Italia attraverso i suoi prodotti. Anche i professionisti lo fanno: gli ingegneri apprezzano l’innovazione dei progetti, gli architetti l’armonia delle forme, i tecnici il trattamento dei materiali. La stessa valutazione si applica al sistema-persona: tessile, abbigliamento, calzature, pelletteria, gioielleria. Se si aggiungono i prodotti alimentari e la cucina si completa la cornice. L’Italia sembra un paese dalla straordinaria qualità della vita: invidiato, apprezzato, blandito, imitato.

Il quadro ha bisogno di molte correzioni. Innanzitutto non tutto il Made in Italy è frutto di ingegno. Nei prodotti che usiamo ci sono fango, sudore e lacrime. Noi scomodiamo Michelangelo per ogni sciarpa, Raffaello per ogni cravatta, ma ci sono anche le operaie alle macchine, i custodi dei magazzini, gli autisti dei camion, i contabili dei bilanci. Sono quelli che rendono praticabile un sogno, vincenti la scommessa della qualità, “del bello fatto bene”. Pensiamo che il genio sia ispirazione, mentre molto spesso è disciplina. All’estero ammirano la prima, non sempre la seconda. E poi non bastano le merci a suscitare ammirazione, un tramonto spettacolare a generare imitazione. La qualità della vita è fatta anche di tante altre cose. Noi le sottovalutiamo, all’estero le migliorano. È meglio un palazzo fatiscente del 1700 o un edificio pulito del 1900? Preferiamo un’isola pedonale confortevole e rispettata oppure un parcheggio con le ruote sul basamento di una fontana? Non sto esagerando, è la semplice visione delle cose che impone queste riflessioni. Prendiamo il rapporto tra gli Statunitensi e le opere d’arte. Se si vistano le Gallerie americane prevale il senso della collezione privata. Ricchi e incolti capitalisti celebrano il loro successo con acquisti indiscriminati di opere d’arte. Sublimano la loro mancanza di storia con capolavori che non sono il frutto della loro vicenda. Nelle sterminate praterie o in costruzioni ultramoderne collocano tesori di altri tempi. Si impadroniscono della cultura, senza averla vissuta. Noi invece…I nostri musei sono chiusi per mancanza di personale, mentre i giovani laureati in architettura e archeologia non trovano lavoro. Capolavori sterminati giacciono negli scantinati, riposano impolverati, esclusi al pubblico e non ancora catalogati. Sarebbe facile ricordare la gestione di Pompei. Ora poniamoci una domanda senza retorica: chi ama le opere d’arte? Chi le valorizza? Un paese che le detiene e le fa marcire nelle cantine, ne impedisce la vista, fa crescere le ragnatele sui quadri, lascia rubare le tele nelle chiese, oppure chi – non avendo nulla – le acquista, le mantiene, le espone, le rende fruibili. Nel mondo i musei sono organizzati, percorribili, con personale adeguato. Per vedere gli straordinari capolavori italiani bisogna viaggiare all’estero. Non sarebbe ora di smettere di considerare gli altri dei bovari, buzzurri arricchiti mentre l’Italia gronda di arte e cultura? Chi le ama di più, dunque? Se la risposta non è quella tradizionale, ne discende una verità lampante: per un giovane storico dell’arte è più facile trovare lavoro all’estero, anche e soprattutto per la sua competenza sui capolavori italiani.

La stessa capacità si può applicare alla cucina. L’Italia non riesce a proteggere i propri prodotti, ingabbiati in sigle incomprensibili. La pizza è ormai associata ai grandi marchi come Pizza Hut o Domino Pizza. Appartiene alla “cucina internazionale”, dove ogni abbinamento è possibile. Il caffè è predominio di Starbuck e Nespresso, il cappuccino una bevanda che si beve ogni ora del giorno. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che i profitti non rimangono in Italia. I menu sono italiani, i nomi mal pronunciati da volenterosi camerieri stranieri, i prodotti hanno un’ “italian sounding”. Il prestigio, la tradizione della cucina italiana rendono ricchi i ristoratori intraprendenti. Di nuovo: chi ama il Made in Italy alimentare: chi lo dissipa o chi, arricchendosi, lo diffonde? Di conseguenza, perché non trovare lavoro all’estero se si è cuochi, sommelier, camerieri, maître? A New York i migliori ristoranti sono italiani, a Tokyo la loro qualità è leggendaria, a Shanghai vendono “parmesan cheese” prodotto in Australia, nel Golfo i pizzaioli sono bengalesi. Non sono queste opportunità di lavoro? Una o due generazioni fa non si iniziava da camerieri in Germania per poi aprire i ristoranti più chic lungo il Reno?

Non è solo l’origine a determinare la qualità, il luogo di produzione a causare il tutto esaurito. Non basta la bellezza per essere attraenti, bisogna offrire confort e sicurezza. Anche poter parcheggiare è qualità della vita, così come ricevere una ricevuta, un conto adeguato. Se bisogna prendere la metropolitana di Roma per gustare un buon gelato, spesso si rinuncia. Il prossimo anno, lo stesso gelato sarà gustato ad Amsterdam. Se l’ordine pubblico vacilla, se la sicurezza nelle strade non è garantita, se l’illuminazione è carente, le conseguenze sono immediate: gelatai, elettricisti, guide turistiche, troveranno lavoro dove c’è domanda, cioè altrove.

Esiste infine un altro aspetto del Made in Italy che non crea lavoro in Italia. Esso viene esaurito con la percezione dei beni di consumo. “Made in Italy” sono anche i torni, i trapani, le macchine tessili. Gli straordinari beni di consumo italiani non sarebbero stati possibili senza l’industria che forniva i macchinari per la trasformazione delle materie prime. Un inestimabile patrimonio ha dato linfa all’export italiano, una miscela sapiente di tecnici, ingegneri, operai specializzati. Questo è stato il nerbo del miracolo italiano: fare prodotti affidabili, durevoli, di qualità ma a prezzi contenuti. Questo tesoro – spesso trascurato a favore del più accattivante – oggi si direbbe glamour – Italian Style è poco conosciuto all’estero. Ad esclusione degli addetti ai lavori, pochi identificano l’Italia con la meccanica strumentale. Approfondite indagini svolte sull’opinione pubblica internazionale relegano l’immagine del nostro paese agli stereotipi della moda, dell’alimentazione, del campionato di calcio. Eppure le nostre facoltà di Ingegneria ogni anno valorizzano talenti indiscutibili. Abbiamo preferito tuttavia diffondere il fascino della lingerie, piuttosto che la complicazione di un centro di lavoro a controllo numerico. Oggi la meccanica trova un doppio ostacolo: la recessione in casa e la concorrenza dall’Asia. Ovviamente i 2 fenomeni sono collegati. Cosa può fare dunque un fresatore, un ingegnere, un meccanico? Seguire il lavoro dovunque sia disponibile.

La simpatia che il nostro paese genera, lo abbiamo visto, non ha risvolti occupazionali. Siamo percepiti come gaudenti anche se non possiamo permettercelo, a contatto con la bellezza anche se non la tuteliamo. Siamo accurati su alcuni campi (ad es. il cibo) ma siamo approssimati nella gestione del bene comune. È l’immagine classica dell’Italia e degli Italiani. Può essere certamente superficiale, ma è radicata da decenni di rilevazioni. Tra i tanti luoghi comuni, quello meno banale rileva una percezione speculare tra Italiani e Tedeschi: i primi rispettano i secondi ma non li amano; i secondi amano i primi ma non li rispettano. È un guaio che nella crisi amore e rispetto tendano a unificarsi nella creazione di posti di lavoro. Su questo versante, al contrario degli scontri calcistici, la Germania è nettamente avanti all’Italia.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor
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12 thoughts on “L’Italia vista da fuori – I peggiori stereotipi all’estero

  1. Andrea Masina il said:

    Articolo disarmante. Come smontare una marea di paradmi e luoghi comuni con una sintesi e chiarezza estrema. Se poi ci metto che la parlata ha l’accento emiliano, bingo! Oserei dire che dovrebbe essere letto nelle facolta di economia. Non tanto per chissà quali fantascientifiche teorie, ma solo per ricordare che il mondo è cambiato. Solo la nostra classe politica stenta ad accettarlo. O forse non lo ha capito proprio?? Buon we.

  2. claudia de sierra lepori il said:

    Eccelente articolo !!!!!!! come dice Andrea Mesina “disarmante”.
    Un análisis profundo reflexivo y sentido, de verdad desarmante honestidad intelectual, que es un placer poder leer y compartir. Gracias !!!!!

  3. Giacomo Sanna il said:

    vivendo a Londra da 5 anni, non posso, a malincuore, essere d’accordo per filo e per segno su tutto quello che ha scritto in questo articolo. L’italiano a Londra lo si riconosce a 100 metri di distanza senza che apra bocca: ben vestito, dettaglio curato al massimo, sorridente e pieno di gestualità. Che salta la fila, non fa scendere la gente dalla metro, guarda tutto ciò che non conosce (cultura, religione e persone) dall’alto al basso.
    Posso dire con certezza che TUTTI, dico TUTTI i miei conoscenti stranieri che vengono in Italia, quando gli si chiede: “come è andata?” dal primo all’ultimo ti parleranno della cucina fantastica. Non ho mai sentito nessuno dire, come primo pensiero: “che musei fantastici” o “le città sono fatte per i turisti”.
    Fateci caso, e vorrei sapere cosa ne pensate: Qui a Londra, (e in generale negli UK), strade, piazze, autobus e treni sono puliti, ordinati e organizzati. L’interno delle case è sporco, spesso fatiscente e molto al di sotto dei nostri standard. In Italia è esattamente l’opposto: anche in quartieri popolari, dentro gli appartamenti sono spesso tirati a lustro, ma strade, autobus e treni sono degni di un villaggio del Bangladesh. Qui vive la cultura del “ciò che è di tutti non è mio e lo rispetto, ciò che è mio ne faccio quello che voglio (in privato)”. In Italia “questo non è mio, ne faccio quello che voglio, questo è mio e lo rispetto”.

    GS

    • Gianni il said:

      Se vai in Spagna o in Germania la cosa pubblica è in condizioni come e migliori che a Londra, ed in più, a differenza degli zozzoni brits, loro tengono pulite anche le loro case nel privato. 🙂

      In Francia la cosa pubblica non mi ha entusiasmato come la Spagna, ma è comunque abissale la differenza con l’Italia.

      Italia = terzo mondo d’Europa, ed in continua ed inesorabile ‘thirdworldisation’!

      Investing in Italy? STAY AWAY!

  4. he dire di questo articolo? Cosa dire davanti alla disamina con cui #AlbertoForchielli espone le sue idee, le sue riflessioni, nell’ottica di colui che non solo ha viaggiato, viaggia e conosce il mondo ma di questo mondo sembra farne parte anima e corpo? La cosa che sorprende è come diavolo faccia visto che, come lui stesso dice, sta 18 ore al computer per gestire i suoi innumerevoli affari in tutti e cinque i continenti. Eppure quello che espone con estrema limpidezza, senza barocchismi prosaici ti mostrano la faccia di un uomo che il Mondo lo vive a 360°. A volte dubito che possa essere solo UNA persona e non invece un individuo che soffre di disturbi della personalità. In grado di sdoppiarsi e di essere dentro e fuori alle cose.
    Intanto leggendo questo suo articolo cresce in me l’emozione perché riscopro attraverso le sue parole il mio Paese. Il nostro Paese, con le sue grandezze e le sue miserie. Grazie, Alberto. e devo per forza condividerti…

  5. Un’altra perla . Grazie ! Il succo è che il Mondo va avanti nonostante noi. E non si farà scrupolo di passarci addosso nel caso. A noi scansarci , ma soprattutto evitare di muovere critiche se stiamo passeggiando ubriachi in mezzo alla strada

  6. Renato Fucci il said:

    Analisi pertinente ma il titolo non rispecchia il contenuto dell’articolo. È una sana autocritica ma gli stranieri non ci vedono così.

  7. Monica Filoni il said:

    Articolo che parla chiaro. Ho vissuto in Germania per molti anni e devo dire che c’è una grande differenza dall’Italia. Come dice Giacomo gli italiani li vedi a distanza perchè si comportano diversamente e sono ben vestiti però alcuni mi sembrano dei grandi bambinoni, parlano a voce alta, insomma non seriamente. I servizi pubblici sono impeccabili ma molto cari. Vero anche che la cucina italiana unisce tutti gli stranieri, sono semplicemente stupiti dalla bontà della nostra cucina. Questo lo posso assolutamente confermare anche perchè opero nel settore della ristorazione collettiva quindi….. Ciao Monica di http://www.markas.it/home.html

  8. Time flies il said:

    Wow monica filoni, mi unisco al messaggio di surfer, allucinante davvero meno male ci sono persone come voi a tenere alto il nome degli italiani….che perle di saggezza sti messaggi i tuoi e quelli di quello da londra ora vedo proprio il mondo con altri occhi grazie…

    A surfer, ma dove siam finiti? Che tristezza 😉

  9. Pingback: Pizza & Pallone, an Italian stereotype – KeepMePOSTEd

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