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L’occasione mancata dalla Cina

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I numeri dell’espansione della Cina sono ambivalenti, la scarsa diffusione del suo modello è invece inequivocabile. Infrangere record è ormai la specialità di Pechino, in un’impressionante sequenza di risultati che ormai l’hanno innegabilmente proiettata in veste di protagonista sul palcoscenico mondiale. Esistono tuttavia segnali di flessione, come quelli delle ridottissime acquisizioni di aziende delMittelstand tedesco, le PMI di alta qualità che sarebbero preziose per il miglioramento della Cina (ne abbiamo scritto nello scorso Taccuino). Anche gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, per i quali ci sarebbero tutte le condizioni economiche, languono, invischiati nei meandri della politica e della sicurezza nazionale. Senza sorprese sono infine gli ostacoli all’approdo dei capitali cinesi in Giappone, il terzo polo – dopo l’Europa e il Nord America – dove la Cina può trovare l’innovazione di cui ha bisogno. L’esiguità dei numeri rivela che lo sbarco dei capitali cinesi è rinviato e che le trattative per siglare accordi bilaterali sono ancora in alto mare. Al contrario, continuano gli investimenti nei paesi produttori di materie prime, generalmente più deboli politicamente e più arretrati economicamente. Le nazioni asiatiche e africane hanno in realtà scarsa forza per resistere all’intervento cinese, ma lamentano più volte che l’amicizia con Pechino è una necessità più che una scelta. Un’altra eccezione viene da Londra e più in generale dal settore immobiliare, dove è meno impegnativo vendere asset agli investitori cinesi.

 È tuttavia nell’economia reale che la flessione è palpabile, più in termini di opportunità perse che da quanto traspaia dalle rilevazioni statistiche. Esiste un sentimento misto di rigetto, sospetto, disinteresse, disincanto verso le business partnership con la Cina. Chi lavora tra l’Europa e gli Stati Uniti ne ha una percezione innegabile. Chiudono i China desk delle imprese, degli studi legali, delle aziende di comunicazioni. Fissare appuntamenti di lavoro richiede più tempo e fatica, come se si costringesse l’interlocutore a un impegno non ricercato. Anche la curiosità verso il Regno di Mezzo si sta diluendo, come se le transazioni economiche avessero esauritole altre sfere della conoscenza. I sociologi ci insegnano che le comunità cinesi all’estero non si integrano, che gli studenti che si specializzano nelle migliori Università non apportano le conoscenze interculturali attese da un tale livello di specializzazione. Ironicamente, in un mondo globalizzato, la Cina continua a far valere la propria differenza. Però, da essa sprigiona sempre meno simpatia. L’economia rischia di inaridire le relazioni, ma a sua volta rischia di perdere il suo obiettivo, creare cioè opportunità di profitto. In sostanza, alla Cina mancano due aspetti centrali per affermarsi nel mondo degli affari: un soft power accattivante, una rete di servizi che accompagni i muscoli economici. Non basta aver capacità produttive o riserve da spendere. È necessario confermare la fiducia delle controparti, mantenere la business etiquette , incutere speranza prima ancora che timore. La grande cultura cinese dovrebbe essere un trampolino per il futuro, non un mantra utile per giustificare qualsiasi comportamento. Inoltre, un’intelaiatura di servizi sarebbe di sostegno all’economia: studi legali che riconoscano le leggi universalmente riconosciute, società di consulenza rispettate, etica degli affari che si coniughi ai rapporti di forza, assunzione di responsabilità internazionali che vadano al di là degli interessi del paese. Tutto ciò è ancora insufficiente, in ogni caso non in linea con le dimensioni del paese e con le aspettative che il suo successo ha generato. Non esistono preclusioni ideologiche verso la Cina perché il suo ingresso nella globalizzazione è ormai indiscutibile. Il paese non dovrebbe dissipare il rispetto conquistato con il lavoro, la resistenza, l’impegno. Le ultime due generazioni di Cinesi hanno conosciuto tempi duri, le difficoltà della ricostruzione, le privazioni del sottosviluppo. I risultati raggiunti hanno attratto una grande e meritata ammirazione. Oggi invece prevalgono spesso sentimenti contrari alla modestia e alla frugalità. Il percorso è ancora lungo per un riscatto completo e chi ha in mano le redini del paese sa che la collaborazione internazionale è indispensabile e va coltivata con umiltà e dedizione, non soltanto con l’adorazione dei rapporti di forza, anche se ora volgono verso il versante cinese.
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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

12 Risposte a “L’occasione mancata dalla Cina”

  1. Mi dispiace, ma dire queste cose adesso non ha lo stesso valore che averle dette anni fa. Facile cavalcare la tigre quando le risorse sono sovrabbondanti e ampiamente disponibili.
    Mi sorge il dubbio che, adesso, la Cina è meno bella perché incomincia a dar fastidio…
    Lungi da me dettare la linea editoriale ma, per controbilanciare questo tipo di post, invito a pubblicare analisi di altre realtà; per esempio, il profondo disagio della provincia americana (siamo a livelli di paese socialista, ve ne siete accorti?), la situazione degli immigrati francesi e inglesi (le rivolte delle periferie sono passate come fatto estemporaneo), gli incredibili livelli di corruzione del Messico associate ad una “florida” crescita, etc.etc.
    Sinbad

    1. e vero sono troppo prolisso, tentero di fare qualcosa la riguardo

      pochi minuti fa stavo pensando a come combattere lo strapotere arrogante della cina che non rispetta nulla e nessuno, e forse la tanto temuta trasparenza potrebbe essere una grande alleata,infatti se si tenta di spiegare alla gente che se comperano un vestito made in Romania, Polonia, forse Italia, e altri apesi del pianeta, magfari si costera un po di piu, ma scrivendo in massima trasparenza sul prodotti i reali costi di produzione, nel sito i tanti perche quella giusta qualita abbia i suoi costi, tasse , ecologia, materie prime di giusta qualita, sicurezza ecc , costo del creativo ,forse si vince la battaglia o comuqnue forse con una strasparenza molto spinta sui perche dei costi piu alti presenti altrove, la non qualita Cinese tra l altro pericolosa alla salute e ambiente faara fatica ad essere vendutae forse anche loro con il tempo si dovranno adeguare nel produrrere ogetti, tecnologie pagando sia le persone, rispettando l ambiente e pagando i diritti ai creativi, se invece di farci la guerra tra di noi, si creano nuove alleanze , sul lungo termine tutto si ridimensiona, o forse no??

      l’idea consiste nel inserire una parte delle informazioni in un libricino allegato, piccolo ed essenziale, costo reale del prodotto, costo del trasporto, costo dle colorante e magari perche visto che in cina usano coloranti anche mille volte meno costosi, ma dannosi, e poi un sito web dove e spiegato tutto nei minimi particolari, cosi il cliente potra sciegliere se spendere 30 euro per un maglione fatto bene, di alta qualita, ecologico, sano, che dara a breve lavoro anche ai figli, nipoti e cugini, oppure spendere solo 5 euro e comperare un prodotto dove forse solo l dore emanato nella camera ti portera ad avere un tumore nel giro di qualche anno, o strane malattie non ancora conosciute eforse mai classificate, i medici sono sempre indietro rsipetto ai problemi enon potrebbe essere altrimneti visto che nessuno scrive che ha messo del mercurio nel pesce o che quel pesce stava vicino una discarica nucleare , cosa volete che ne sappiano i medici, anche i piu preparati e piu onesti, e una sfida impossibile molti problemi non li possono capire, per il futuro si potranno solo prevenire.
      Infine , chimici, scienziati di vario tipo potrebbero esporere i loro sani dubbi sul made in cina, operazione depotenziamento

  2. Credo che la chiave di tutto sia racchiusa in quel breve periodo che passa quasi inosservato, Alberto, lì dove dici: I cinesi “non si integrano”.
    Anche io penso che loro continuino a fare comunità a parte nel sistema sociale degli altri stati dove vanno ad abitare, come una propaggine del loro paese. Tante piccole Chinetown con le loro leggi, i loro usi e costumi… Se a questo ci unisci la qualità scadente dei loro prodotti commerciali c’est tout un dire…

  3. Il problema della scarsa reputazione etica negli affari non si limita alla Cina. Nel caso della Cina diventa un freno ad un Paese che altrimenti, per potenza economica e produttiva, potrebbe diventare un modello come lo sono stati gli USA nel secolo scorso.
    Ma diciamocelo: la parola e perfino i contratti delle aziende di tanti altri Paesi vengono considerate poco affidabili in questo senso, soprattutto dal mondo nord-europeo e anglosassone: India, Russia, Brasile e Italia per esempio.
    A torto o a ragione, un’azienda tedesca o americana viene considerata per default piú affidabile – e in un mondo dove la tecnologia migliore é tedesca e l’economia e il mercato migliori sono americani, questo non conta poco…
    Poi ci si mette pure l’incertezza e la lentezza del sistema giudiziario nel regolare cause civili: quello é un dato oggettivo a nostro sfavore (nonché dell’India e di chissà quanti altri paesi).

  4. @ time flies
    46 mln di americani usufruiscono dei food stamps. Quasi 1 su 6 se si sta ai numeri del censo. L’area di chi non cerca più lavoro si sta ampliando e la qualità del lavoro sta scadendo (in questi giorni è in corso una protesta contro gli stipendi “alla Walmart”). Molti enti municipali sono sull’orlo della bancarotta stile Detroit ma questi debiti non vengono conteggiati in quello federale ma hanno impatto sui programmi pensionistici. L’istruzione del college è sempre più business con il risultato che il sogno americano parte alla fonte con un debito degli studenti che, nel migliore delle ipotesi, se lo portano avanti per….sempre….(conviene? Sì se diventi Gekko….). Pochi hanno sottolineato che l’asfittica ripresa americana (o decrescita? Mah…) Ha in sé una forte componente del programma assistenziale Obamacare. Non si sa quanti immigrati con effetto deflazionario sul lavoro vivano in condizioni di disagio. Il trash food dilaga. Potrei continuare. Ma dove vedi questa situazione? A New York? Sul Gran Canyon? A Houston? No…recentemente sono stato in trasferta di lavoro in Missouri e in Lousiana. Altri colleghi mi hanno parlato della Georgia e di Las Vegas e Nevada. E mi ricordo di quando giovane sono stato a Los Angeles; se sto a quanto mi viene riferito non c’è da stare allegri.

  5. @sinbad
    Aspettavo questa risposta, di base devi essere un pessimista.
    Inizia con il leggerti questa lista:

    http://fortune.com/fortune500

    Le aziende americane che fanno volumi non vendono lusso (x Gekko x intenderci) ma prodotti economici e non (walmart, home depot, cvs, ecc).
    Ora, il fatturato di walmart e’ di 500 miliardi ed e’ la prima azienda americana. Se scorri la lista vedrai tanti nomi importanti con fatturati giganteschi. Solo Gekko fa la spesa da Walmart?

    Sui food stamps non posso commentare, non sono preparato ma i numeri citati, nonostante veritieri, mi lasciano perplesso.

    Le situazioni di disagio ci sono, come in tutto il mondo. Di immigrati che ti lavano il vetro al semaforo non ne vedi pero’ e le citta’ sono molto meno piene di senzatetto rispetto a 20 anni fa ad esempio.

    Lo stipendio del quale i lavoratori si lamentano ci sta, 7,25$ ora va alzato, ma nei paesi che citi si vive con pochissimo, credimi.
    Il costo della vita varia in modo incredibile da una citta’ all’altra, agevolando le classi meno abbienti e la mobilita’ a seconda di cio’ che fai (la mobilita’ in usa e’ altissima).

    Il sogno americano e’ una cosa da film che gli italiani hanno in testa. Ti assicuro pero’ un ottimismo e voglia di fare di questo popolo che onestamente vedo ovunque vado a tutti i livelli.

    Il college costa caro e i giovani, da sempre, si portano dietro i debiti come fosse un piccolo mutuo. Pero’ si rimboccano le maniche e fanno i baristi o qualsiasi lavoro per pagarsi gli studi. E se va bene trovano un buon posto.

    Quindi, sogno americano alla anni 50 a parte, non mi pare la africa centrale, o per lo meno, non ancora…

  6. Come ho detto, l’America è grande e la percezione che ne puoi avere è molto differente se frequenti gli ovattati ambienti finanziari di New York o, come me, le officine meccaniche della Rust belt o del Golfo. Quale foto è più veritiera? Probabilmente nessuna delle due.

    Ma chiamarmi pessimista denota un ottimismo ingiustificato.
    Per esempio fatturato o la liquidità non mi dicono nulla se non pesi i valori con l’esposizione debitoria.
    E il Debito, prima o poi, arriva…
    Non sono pessimista; tento di non farmi ingannare dall’immagine.
    Ogni multinazionale è un mondo perfetto visto da una home page di internet.
    L’America per me è solo l’anticipatrice di certe tendenze; oggi, il papà di Ricky Cunningham non riuscirebbe a portare avanti la ferramenta.
    Sinbad

  7. @sinbad
    Il fatturato e’ generato dalle vendite che fai, quello era il mio punto. Esposizione debitoria di chi?
    Ovvero intendo dire che qualcuno comprera’ i prodotti da walmart o cvs per far far loro fatturati cosi’ alti, e chi comprera’ non saranno solo quelli negli ambienti ovattati finanziari ma anche i lavoratori delle officine meccaniche soprattutto da walmart, costco o home depot.
    E cosa c’entra l’immagine di una home page? Il fatturato lo generi anche attraverso il web ma ancora gran parte nei punti vendita.
    Boh, non so, mi pare tu voglia dipingere realta’ tristi e fumose di poveri lavoratori sfruttati che vivono di stenti ma forse fai un altro viaggio e prova a guardare meglio. Vedrai che anche a Milwaukee non si sta malaccio, fosse solo per la Harley Davidson (6 miliardi di fatturato in costante crescita nell’ultimo quinquennio).
    Sono punti di vista sinbad.
    Ciao

  8. Lo so che l’America non è la Sierra Leone.
    Ma tornando al punto, la classe media sta soffrendo e si sta restringendo. I segnali sono tanti e io li osservo soprattutto in un’ottica premonitrice.
    Food stamps, debito federale e municipale, debito privato, popolazione carceraria, guerre e veterani, cibo scadente, uso di pscicofarmaci…sono segnali che registro e, purtroppo, incominciò a riscontrarli anche a casa. Per questo gli Usa sono importanti.
    E non mi fermo alla bella McMansion comprata a debito sapendo che gli Stati Patrimoniali si truccano ancor meglio dei Conti Economici, specie nell’era del Qe.
    Questioni di punti di vista, certo. Ma soprattutto di orizzonte temporale. Ora Forchielli ci dipinge i difetti della Cina ma io ricordo benissimo l’era dell’ottimismo dove dirigenti dipingevano il Bengodi di un cash flow infinito. E in una logica puramente speculativa avevano ragione. L’unica cosa che conta è il presente, giusto?

  9. Sinbad non ne voglio fare una battaglia personale ne tantomeno monopolizzare il blog ma stai dicendo una mitragliata di panzane.
    Io vivo il presente forse tu il futuro a 100 anni.
    E non toccare nemmeno la Cina ti potresti far male anche li. Io faccio studiare il cinese ai miei figli…tu forse il dialetto.
    Stai al paesello ed evita escursioni lavorative.
    Credimi.

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