L’ombra del padre

A bordo del Boeing 747 la voce cortese e flautata del Comandante sciorinava informazioni su condizioni metereologiche, temperatura e direzione dei venti nella città di arrivo in un inglese morbidamente cantilenante.

Il velivolo entrò nella fase di atterraggio e molti passeggeri si imbambolarono a fissare con  il fiato sospeso la sottile striscia di asfalto separata dalle acque dell’oceano Indiano appena da pochi metri di terreno erboso, accomunati da un unico pensiero dominante: “Ce la farà a centrare la pista con ‘sto bestione?”

Fu senz’altro per questo che quando le ruote del Boeing toccarono terra con uno stridio ed un lieve sobbalzo, manovra ineccepibile per la quale il Comandante medesimo, per quanto  indurito dal peso di  molte ore di volo sulle spalle provò una certa commossa fierezza, l’ovazione fu unanime e molti si scambiarono sorrisi di sollievo e di inesprimibile complicità fra sopravvissuti.

Inebetita da più di undici ore di volo, da troppe chiacchiere e, non ultimo, dalla visione di un filmetto stucchevole con il fastidio delle cuffie premute sulle orecchie, Matilde Brambati adocchiò la bassa costruzione bianca seguendo il flusso dei passeggeri che sciamavano in quella direzione: l’Aeroporto internazionale di Mahé, Seychelles, sembrava un modellino in scala della Rivarossi. Sapeva che era piccolo, ma vederlo era un’altra cosa, e faceva un certo effetto.

Quel che faceva ancora più effetto tuttavia era quel cielo opprimente e percorso da varie sfumature di grigio, così insolito in quel luogo nel mese di agosto, normalmente caratterizzato da clima asciutto e ventilato per via degli alisei che soffiano sulle isole Seychelles tra maggio e novembre. Ma nell’estate del ‘97 il clima era stato scombussolato da El Niňo, fenomeno climatico quinquennale così affettuosamente denominato poiché prende vita nel periodo natalizio, capace di modificare malignamente la circolazione dei venti e la distribuzione delle piogge. Nel meraviglioso arcipelago scoperto da Vasco de Gama nel ‘500 quell’anno le stagioni si erano completamente sovvertite e mentre da gennaio a maggio, periodo usualmente piovoso, vi era stata siccità, in giugno erano arrivate le piogge.

Questa interessante delucidazione era stata fornita dall’autista del pullmino che aveva prelevato Matilde ed altri sette viaggiatori per condurli  all’albergo, situato a sud ovest dell’isola di Mahé, il quale alla giovane signora fresca di nozze (lo si intuiva dallo scintillio dell’oro della fede e dal continuo scambio di effusioni con il consorte) che aveva chiesto

“ma il tempo cambierà nei prossimi giorni, no?”,

aveva risposto, stringendosi nelle spalle:

“…ah, difficile. Tra qualche mese, certo”,

ed era partito con la lezioncina sul El Niňo, precisando che meno male che pioveva, avevano  proprio bisogno di pioggia.

Immediatamente, e come a voler confermare e ribadire il concetto, l’acqua aveva preso a scrosciare con malevola determinazione sul piccolo bus e sulle strade di Victoria, una delle più piccole capitali del mondo. L’orologio sulla torre posta al centro della città,  rispettosa riproduzione in scala (anche quella, come l’aeroporto, aveva pensato Matilde ascoltando l’autista Cicerone) di quella che si trova a Londra all’angolo tra Victoria Street e Vauxhall Bridge Road ed eretta in onore della Regina Vittoria nel tempo in cui le Isole furono colonia del Regno Unito, sembrava scandire il tempo ad un ritmo che subito appariva più lento. La gente camminava senza fretta, indifferente all’acquazzone, mentre su Indipendence Avenue il traffico automobilistico era modesto eppure sorprendentemente caotico.

Il bus lasciò la città e proseguì sullo stretto nastro di asfalto che correva in mezzo alla vegetazione di un verde cupo rilucente d’acqua. A tratti, più in basso rispetto al piano stradale, nel folto del fogliame si scorgevano delle radure sulle quali apparivano casupole dai tetti in lamiera arrugginita, panni stesi su fili tirati da un albero all’altro, rudimentali cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Segnali di vite vissute ai limiti della povertà, di un’economia fragile basata sul turismo e sulle attività ad esso variamente correlate, settore prospero che stava inducendo un benessere non del tutto inclusivo.

Matilde si trovò a riflettere che ogni paradiso ha i suoi angoli bui, e si sentì improvvisamente a disagio e per di più avvilita per quella pioggia rancorosa. Milano si trovava in un altro luogo e forse persino in un altro tempo, ma non era il fatto di trovarsi all’altro capo del mondo a provocare il suo spaesamento.

Aurelio Brambati avrebbe forse desiderato un figlio maschio, ma dopo la nascita di Matilde la signora Fiorenza, donna di fragile bellezza e di salute cagionevole afflitta anche da un temperamento incline alla malinconia,  gli aveva irremovibilmente girato le spalle e per una seconda gravidanza sarebbe stato necessario l’intervento dello Spirito Santo.[sociallocker id=11716].[/sociallocker]

La povera donna si ammalò e morì prima di avere l‘opportunità di influenzare il carattere della figlia, la quale crebbe con il padre e con Else, una sorta di governante tuttofare scandinava, bruna e tarchiata per qualche insondabile bizzarria genetica. Suo padre, che non si risposò mai poiché sebbene frequentasse molte signore in fondo stava bene da solo, la educò come se fosse un maschio, il che negli anni ’60 non era prassi così usuale, in ciò validamente supportato dall’impronta emancipata impressa da Else.

Alto e snello, milanese dai tratti nordici usurpati alla governante la quale argomentava – celiando con la spiazzante compostezza della gente di un Nord molto più a nord di Milano – che entrambi potessero essere di padre incerto, aveva occhi del colore dei fiordalisi e capelli ondulati e biondi che seguitò a portare lunghi per vezzo anche quando avevano preso ad imbiancare. Era colto e brillante, con una naturale propensione al sarcasmo; antiquario come lo fu suo padre dal quale aveva ereditato il negozio sull’Alzaia Naviglio Grande. Aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brera e si dilettava ad imbrattare tele, come soleva affermare con falsa modestia, visto che qualcuno le comprava, amava il jazz, il blues e la musica americana in genere, e praticava con discreti risultati diverse attività sportive.

Matilde lo affiancò ben presto nella conduzione dell’attività, accompagnandolo nei frequenti viaggi in Inghilterra e in America alla ricerca di pezzi interessanti e nelle varie mostre mercato nel Nord Italia. Imparò presto a respirare bellezza ed armonia delle forme e ad abituarsi alla compagnia di tipi originali e un poco sopra le righe, che si incontrano sovente bazzicando antiquari ed artisti di vario genere, e dovette suo malgrado accettare la presenza delle sue numerose amicizie femminili.

Quando si laureò (Accademia di Belle Arti, naturalmente) suo padre acquistò l’appartamento adiacente a quello familiare in corso di Porta Vittoria e nel porgerle le chiavi disse:

“E’ ora che tu impari a gestire appieno la tua indipendenza. Sai bene che la porta accanto per te è sempre aperta, ma se suoni il campanello è meglio”,

con ciò lasciando intendere che anche lui aveva bisogno dei suoi spazi.

Si stabilì ben presto la consuetudine di trascorrere insieme le serate del lunedì e del mercoledì, benché condividessero comunque le giornate al lavoro, ed erano quelli momenti di complice intimità, di aneddoti e di confronti, di progetti e di rilassate sciocchezze, di musica e di film noleggiati in qualche cineteca.

Poi vi erano le serate al Capolinea, dove il Vanni, il proprietario, trovava sempre un tavolo per l’amico antiquario e la sua attraente figliola. L’Aurelio entrava spavaldo e sorridente, impeccabile e fascinoso, fendeva l’aria satura di fumo, di aglio, di fiati e di parole che si aggregavano in soffici bozzoli dai quali timide farfalle si sarebbero alzate in volo solo per una notte, tenendo per mano la bella ragazza bionda e tanto più giovane, e compiacendosi dell’equivoco che l’immagine generava.

Era davvero bella, Matilde, fisicamente somigliante al padre, così alta e bionda, gli stessi grandi occhi di un azzurro cupo, il viso dai lineamenti delicati e regolari. Era però del tutto priva del languore, della maliziosa consapevolezza della propria prestanza fisica e di una sorta di scanzonata sfacciataggine che rendevano così sensuale ed intrigante Aurelio, ed i suoi modi decisi, quasi autoritari, la facevano apparire freddamente altera. Gli uomini solevano osservarla ammirati  ma da rispettosa distanza, intimiditi anche dalla sua intraprendenza. Nonostante fosse stata educata ad una precoce libertà sessuale, negli anni della giovinezza fu più spesso sola che accompagnata poiché sebbene nessuno si sottraesse alle sue attenzioni, pochi ambivano ad averla come compagna. Quei coraggiosi che erano disposti a rischiare la annoiavano non appena iniziava ad approfondirne la conoscenza: non vi era fidanzato che fosse in grado di reggere il confronto con l’ingombrante padre, la cui ombra finiva per inghiottire ed oscurare  qualsiasi altra figura d’uomo che la affiancasse.

Negli anni, a mano a mano che le velleità amorose di Aurelio andavano scemando, poiché da uomo intelligente e raffinato aveva compreso che una stagione era finita ed aveva il terrore di apparire ridicolo, Matilde gli attribuì più o meno consapevolmente il ruolo di baricentro della sua esistenza.

La sua scomparsa prematura e fulminea a settantacinque anni la colse perciò del tutto impreparata. Si ritrovò a girare per le stanze nelle quali aveva vissuto suo padre, tra i suoi quadri, i suoi libri, gli oggetti scelti ed abbinati con cura, e non si sentì così dissimile da certe signore che quando era ragazzina entravano nel negozio sull’Alzaia Naviglio Grande e chiedevano informazioni su tutto senza essere interessate a null’altro che a lui, solo per percepire il calore della sua persona annusando l’originale fragranza della sua colonia, una ricetta esclusiva che si faceva inviare da un piccolo laboratorio di profumieri di Grasse, ora unica traccia della sua definitiva assenza.

Fece tutto quel che c’era da fare con pragmatica efficienza, ma non avendo spalle su cui poterlo fare, essendo quelle di Else divenute troppo fragili per l’età, non riuscì a piangere così il dolore si rapprese, divenne un duro e freddo nocciolo attorno al quale si raggrumavano le sue giornate.

Era tornata subito ad occuparsi del negozio ma non riusciva più a vedere la bellezza degli oggetti, non ne percepiva più le recondite storie, tutto era all’improvviso freddo, opaco  e inanimato. All’inizio di agosto, uscendo dal negozio una sera tardi, perché senza alcuna ragione apparente aveva voluto aspettare il buio ed era rimasta seduta in un angolo ad osservare il cielo che finalmente incupiva sulle scure acque del Naviglio nelle quali il sole precipitava, aveva passeggiato per un poco lungo l’Alzaia. Stringeva in mano il mazzo delle chiavi, le teneva tutte insieme, negozio, casa sua, l’appartamento di Aurelio: le aveva osservate a lungo, ed era stata tentata di gettarle nel Naviglio, via, via tutto, quarantacinque anni di vita tutti insieme, e quel grumo sempre più occlusivo e logorante  rendeva irriconoscibili i luoghi che amava da sempre. Il giorno dopo aveva deciso di recarsi in qualche posto remoto, straniero ed estraneo, e due giorni più tardi partiva per le Seychelles: una scelta casuale, un posto valeva l’altro, purché fosse lontano.

Non era stata propriamente una fuga, quella di Matilde: piuttosto, un consapevole, necessario allontanamento da un quotidiano completamente sottosopra. Aveva scelto quel posto a Mahé per come era strutturato: non un albergo tradizionale, ma un minuscolo villaggio isolato con pittoresche palafitte in legno, non più di una decina, disseminate in un ampio giardino ombroso a pochi metri dalla spiaggia. Una serie di ordinati sentieri di ciottoli conducevano tra palme e aiuole fiorite al grande bungalow dove venivano serviti i pasti e ad una costruzione bianca dove vi era una specie di portineria.

Un luogo davvero fuori dal mondo, e la prima sera, coricandosi nell’alto letto sopra il quale un grosso ventilatore a pale in legno frusciava muovendo delicatamente l’aria tiepida, Matilde tendeva le orecchie allo sciabordio confortante delle onde sulla spiaggia che fu ben presto sovrastato da una serie di bisbigli, di gracchi e di gracidii talmente inusuali da riuscire persino a distrarla dall’insopportabile pensiero che suo padre non c’era più.

La mattina dopo quando aprì gli occhi non aveva la minima idea di dove si trovasse: poi mise a fuoco l’arredamento coloniale e allora scese dal letto, attraversò il piccolo soggiorno ed uscì sul terrazzino dal quale si accedeva alla ripida scala. L’Oceano Indiano era lì davanti, maestoso e verdastro. Brevi onde dalla cresta bianca lambivano la sabbia, sotto un cielo di un luminoso grigio chiaro. Perlomeno non pioveva.

Vide un uomo uscire dall’acqua ravviandosi i capelli con le mani: era alto e massiccio, con un lieve accenno di pancia, e riconobbe subito l’unico uomo solo che aveva visto il giorno prima sul pullmino. Lui le fece un cenno di saluto con la mano che lei istintivamente ricambiò, rendendosi conto di essere in mutande e canottiera.

Poco dopo scese e si avviò verso il ristorante. I fiori che aveva visto la sera prima alla luce del giorno avevano dischiuso le sgargianti corolle, luccicanti di umidità. Quella mattina noleggiò una piccola auto, una sorta di jeep in miniatura – tutto in quell’isola pareva essere miniaturizzato, tranne la vastità dell’Oceano – con la guida a destra, e trascorse la giornata perlustrando le spiagge di fine sabbia bianca lungo la Sans Souci – senza preoccupazioni, che nome promettente per una strada – mentre il cielo rimaneva ostinatamente chiuso.

La sera assaporò dei piatti saporiti cucinati secondo la tradizione creola, e tornando verso la palafitta incontrò l’uomo della spiaggia. Si scambiarono di nuovo un saluto, e ne osservò l’ampia schiena mentre si dirigeva  verso l’arenile. I fiori si richiudevano dolcemente e l’aria profumava di salmastro, di legno e di qualcosa di caldo e dolce che le ricordò la fragranza prediletta di suo padre. Lo osservò per qualche istante dal terrazzo e vide che si sedeva sulla sabbia, rimanendo immobile a guardare l’orizzonte senza luna.

Era stanca e si coricò quasi subito. Si era appena distesa con la piccola lampada sul comodino accesa, quando sulla parete di fronte vide la sagoma di un enorme rettile, forse un’iguana. Le scappò un urlo acuto e si precipitò fuori dalla stanza, aprì la porta d’ingresso e vide l’uomo della spiaggia che saliva, facendo i gradini a due a due: si sentì subito ridicola, ed era di nuovo in mutande e canottiera. L’iguana, che si era immobilizzata per lo spavento, era di dimensioni assolutamente normali, e lei ne aveva visto l’ombra ingigantita. Ne avevano riso, ma non avevano saputo che fare per liberarsene.

Si presentarono e scoprì che Raimondo Sala era un professore che insegnava storia ed abitava in via Respighi, non molto lontano da casa sua. E’ strano che due persone possano vivere per quarantacinque anni a poche centinaia di metri di distanza senza che le loro strade si incrocino, per poi incontrarsi dall’altra parte del mondo, e forse questo è già un segno.

Sedettero sulla sabbia umida di fronte all’Oceano e fu facile parlare e raccontarsi nel buio profumato e palpitante di rumori, sotto quel cielo senza stelle. Poi si mise a piovere, e l’iguana era sempre lì, immobile sulla parete.

“…ti prego di non fraintendermi, ma se non ti va di rimanere qui con quel povero rettile puoi venire da me. Io posso stare sul divano”,

e lei accettò, pensando invece che non le sarebbe spiaciuto averlo accanto e rifugiarsi nel calore di un abbraccio. Dovette tuttavia farne a meno, e quando lo sentì russare lievemente dal divano nella stanza accanto chiuse gli occhi e si addormentò di colpo.

Quando la mattina dopo andarono a fare colazione, furono accolti da un sorridente e cerimonioso cameriere che li fece accomodare ad un tavolo apparecchiato per due, e Matilde si sovvenne che uscendo dalla palafitta di Raimondo per andare a cambiarsi aveva incontrato la gentilissima addetta alla reception, la quale evidentemente aveva tratto delle conclusioni.

Dopo dieci giorni trascorsi beandosi della bellezza primitiva e disarmante di quei luoghi sotto un cielo cocciutamente rannuvolato e foriero di improvvisi scrosci d’acqua, Matilde e Raimondo non parevano invece aver tratto conclusione alcuna, a parte quella di gradire la reciproca compagnia.

Lei osservava con curiosità quell’uomo cortese e pacato dalla conversazione interessante, con un fare discretamente protettivo da gentiluomo d’altri tempi, e pensava che quel suo starsene così spesso in un silenzio raccolto dinanzi all’orizzonte celasse qualche antico dispiacere mai dimenticato. Lui intuiva un nodo irrisolto in quella donna affascinante, comprendendo che il piglio deciso non escludeva la sensibilità, e per la quale avrebbe voluto essere qualcosa di diverso da un momento consolatorio.

La sera in cui lasciarono Mahé il sipario di nubi si aprì lasciando intravvedere una striscia rosso dorato, l’ultimo sontuoso lucore di un invisibile sole: ma fu appena un attimo, poi il sipario si richiuse.

Quando uscirono dall’aeroporto milanese di Malpensa, sotto un azzurro cielo d’agosto offuscato dall’afa, la salutò con un abbraccio dicendo:

“…chiamami tu. Quando sarai pronta”.

Matilde posò la valigia nell’ingresso, uscì di nuovo ed entrò in casa di Aurelio. Non aprì le finestre, volle respirare il lieve odore di chiuso nel quale fluttuava una nota lieve della colonia di Grasse. Allora si sedette sulla sua vecchia poltrona in pelle, chiuse gli occhi e immaginò di sentire il gentile frangersi dell’onda sulla rena, e poi il suono picchiettante dell’acqua sulle foglie carnose nella perenne penombra soffocante della foresta della Vallée de Mer a Praslin,  il passo lento e sicuro di Raimondo appena dietro.

E allora sentì qualcosa cedere sotto la spinta di tutta quell’acqua, e finalmente pianse, le mani sul volto a raccogliere le lacrime, lasciò che i singhiozzi scuotessero a lungo il suo corpo, nel buio della casa di suo padre, fino a quando non si sentì svuotata.

Dopo molto tempo, accese la luce ed osservò le ombre che si proiettavano sui muri.

“Addio, papà. E’ ora che io vada”.

Osservò il levar del sole dalla finestra, e pensò che era lo stesso sole che sarebbe sorto – nascosto dietro la coltre di nubi – a Mahé. Le venne in mente che Raimondo era vicinissimo a lei, in linea d’aria, unità di misura che aveva sempre trovato sciocca, dato che l’uomo non ha ali per volare, ma che in quel momento le parve appropriata, perché respiravano la medesima aria, ed era certa che avessero il medesimo pensiero.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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