L’onda dei demagoghi

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Diceva Alexis de Tocqueville che

“I grandi partiti rovesciano la società, i piccoli l’agitano; gli uni la ravvivano, gli altri la depravano; i primi talvolta la salvano scuotendola fortemente, mentre i secondi la turbano sempre senza profitto.”

Ancora non sappiamo se il partito del presidente eletto Donald Trump sia il grande partito Repubblicano, che sta ravvivando la società e la sta scuotendo fortemente, o se -dopo la dissociazione degli esponenti di spicco del GOP- il partito di Trump sia un piccolo partito destinato solo ad agitare la società, a renderla depravata e a turbarla senza profitto.
Una delle virtù che ci è stata trasmessa nella nostra vita democratica è quella di saper sospendere il giudizio. Ciò non toglie che il personaggio Trump, con il suo programma, racchiude in sé un potenziale distruttivo che non consente di stare a guardare a braccia conserte l’evolversi degli eventi.

La globalizzazione ha colto i cittadini occidentali nel mezzo del guado: hanno pagato con reddito, lavoro e diritti l’uscita di miliardi di persone dalla povertà assoluta come mai era avvenuto nella storia dell’umanità; proiettando nel futuro ciò che finora si sono visti portare via, a poco a poco stanno scegliendo di tornare indietro spinti da un misto di paura, nostalgia e di progressivo indebolimento delle speranze. Quando ritroveranno la sponda scopriranno di non aver riconquistato ciò che sentono smarrito, ma ormai sarà tardi per rimpiangere di non aver completato il tragitto e l’idea di ricominciare il viaggio daccapo dovrà essere digerita, e pertanto occorrerà dell’altro tempo ancora.

Prima di arrivare ad essere una evoluzione della società e delle condizioni di vita degli individui, la globalizzazione ha esposto milioni di lavoratori alla concorrenza di decine, se non centinaia, di milioni di lavoratori con capacità simili alle loro. In questo modo, prima di realizzarsi come evoluzione ha funzionato come una regressione, riportando gli individui alla condizione di spermatozoi in una competizione per la sopravvivenza che lascia spazio a pochissimi vincitori.

Ciò che ci si aspetta dalla democrazia è che dia poco ai governanti e molto ai governati. Il contrario avviene nelle aristocrazie. Ciò a cui assistiamo fin dagli anni ‘90 è invece un progressivo allargamento delle disuguaglianze all’interno delle singole economie occidentali, a favore di un abbattimento delle disuguaglianze globali. Oggi negli USA l’1% più ricco detiene il 40% delle ricchezze, mentre il 70% più povero dispone solo del 7% del totale (fonte: Institute of policy studies). E’ da qui che nasce l’astio verso le élite, un astio urlato con il voto per la Brexit e ribadito con la scelta di Trump come presidente americano. Ma al tempo stesso un astio che non è affatto nuovo: la campagna che portò Obama alla presidenza nel 2008 era interamente finanziata da piccoli donatori, basata su un uso intelligente di internet e per la prima volta incentrata sui Big Data. Fu una campagna nettamente anti-establishment, che si ripeté nel 2012 quando l’avversario da sconfiggere era un peso massimo delle élite: il miliardario finanziere Mitt Romney.
Quest’anno il ruolo di élite è toccato a chi, nella percezione di molti elettori, si sollazzava a traghettare la Casa Bianca dal primo presidente di colore al primo presidente donna, mentre l’americano medio fatica sempre di più ad arrivare a fine mese

.

Ecco che l’essere miliardario, per Trump, non diventa un handicap, ma una maschera di scena. Trump si comporta come un arricchito, circondandosi di belle e giovani donne e con modi ed espressioni da vincitore di lotteria, incarnando un’immagine di riscatto della classe media che forse non sa più cosa sognare se non -appunto- di vincere la lotteria e permettersi qualche comportamento sopra le righe e qualche battuta irriverente, bramosa di una risata sguaiata e finalmente senza pensieri.
A questo si aggiunge il contesto di una società in cui la crudeltà è diventata intrattenimento. Basta analizzare i contenuti dei più celebri programmi televisivi e delle più seguite serie TV, la crudeltà è anche la linfa vitale, il fil-rouge di tutti i reality show. Lo spettatore si è abituato a desiderare che il “cattivo” arrivi almeno al duello finale, ancor meglio che alla fine vinca, perché in fondo siamo stufi degli Happy End e la “TV verità” ce l’ha insegnato: alla fine vince il più spietato.
Trump, come ex protagonista di “The Apprentice”, che sapeva ogni settimana guardare un concorrente negli occhi e dirgli “sei licenziato!” senza alcuna pietà si è dimostrato il candidato perfetto per questa parte.

L’ondata populista e anti-sistema è in crescita da anni ed in Europa, nei prossimi mesi, il quadro politico può cambiare molto: il successo della Brexit e di Trump è il trampolino ideale per il successo di altri movimenti che puntano sul nazionalismo, ed i mercati lo hanno segnalato subito: in una sola settimana dall’elezione di Trump gli spread in UE sono saliti rapidamente: Italia +20%, Spagna +15%, Francia +50%, Austria +50%, Olanda +50%, Belgio +60%. si torna a paventare un rischio di break-up dell’Europa, e il punto diventa capire chi possa arrestare questa palla di neve prima che diventi una slavina.

Gli ultimi mesi hanno mostrato in maniera chiara che la capacità di intervento della BCE si è pressocché sterilizzata: siamo in prossimità di un’inversione di tendenza nella politica monetaria perché le controindicazioni di un atteggiamento iper-espansivo stanno ormai superando i vantaggi offerti al mercato: le banche in tutta Europa sono in forte crisi a causa dei tassi zero e senza profitti non riescono ad attrarre nuovi capitali per rinforzarsi. Pertanto questa volta non potrà essere Mario Draghi ad inforcare gli occhiali da sole e dire “whatever it takes”, anche perché il tema non è salvare l’euro (la moneta della BCE) ma l’Unione Europea, un soggetto politico. L’inerzia politica è tale che se Marine LePen arriverà al ballottaggio nelle prossime presidenziali francesi, scenario non solo plausibile ma probabile, qualunque esito diventa possibile. La pressione dell’incertezza politica si sta dunque scaricando prevalentemente sui mercati obbligazionari, in parte per allargamento degli spread, ed in parte perché la spirale nazionalista continua a prendere vigore e induce aspettative di maggiore spesa pubblica, minore pressione fiscale, in sintesi più debito e più inflazione. I rendimenti salgono, spinti anche dalla sensazione che le politiche monetarie della Fed e presto anche della BCE non avranno più il pedale dell’acceleratore premuto fino in fondo.

E’ un bene che la democrazia sappia includere la voce di quella parte della società civile che prima era esclusa, non rappresentata. Ma la democrazia va difesa da se stessa, e dalla sua vulnerabilità intrinseca: la sua suscettibilità, in tempi difficili, al fascino dei demagoghi.

Fu Platone ne “La Repubblica” a descriverne perfettamente il meccanismo: la tirannide discende dalla democrazia e dal suo intrinseco “buonismo”. Secondo Platone un tiranno avrebbe potuto cavalcare l’idea che “troppa libertà non conduce a nient’altro che a molta schiavitù”, facendo leva su questo per attaccare e smontare alla base le élite, accentrando su di sé il consenso. Nel ritratto di Platone il tiranno avrebbe perdonato la violenza come inevitabile espressione del disagio politico, e se in questo momento scorrono davanti a voi le immagini di Donald Trump impegnato nei pressi di un ring di wrestling o in qualche sproloquio contro le minoranze capirete che, per quanto la sospensione del giudizio sia un atteggiamento saggio, non possiamo soltanto stare a guardare, come se si trattasse di un reality in TV.

Il fascino delle ricette protezioniste in tempi di crisi è storicamente molto elevato. Ma l’impatto globale, quando il protezionista è la prima economia del mondo, rischia di avere effetti senza precedenti. Un approccio intransigente nei confronti della Cina, per esempio, porterebbe ad un deprezzamento dello yuan con rilevante impatto per tutte le economie mondiali. Moldavia e Bulgaria hanno eletto la scorsa settimana due leader pro-Putin, aumentando le probabilità che l’influenza russa torni ad estendersi ai confini della fu Unione Sovietica. In Europa le disuguaglianze sono ampie e radicate, già a dicembre l’Austria potrebbe unirsi al coro dei nazionalisti. Resta pochissimo tempo ai governi europei prima che le forze centrifughe prendano definitivamente il sopravvento, manca una figura politica che possa ergersi a baluardo della UE pertanto serviranno alla svelta riforme pro-crescita, un piano che metta definitivamente a tacere il tema del debito greco, e l’avviamento di un piano europeo di Difesa, a prescindere dal reale smantellamento delle forze americane dalle basi NATO. A Bruxelles serve un salto in avanti nel progetto di Unione, e manca drammaticamente un portavoce che catturi consenso o che abbia un margine di manovra sufficiente a porsi come frangiflutti.

Dal numero di pagina99 in edicola il 19 novembre 2016
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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

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2 commenti su “L’onda dei demagoghi

  1. La filosofia politica di Platone fu profondamente antidemocratica. A parte la visione platonica e il prurito per l’ottimate, analisi perfetta anche se tardiva. Diceva Alexis de Tocqueville a proposito di “Quale specie di dispotismo devono temere le nazioni democratiche.”

    http://www.presentepassato.it/Quali_diritti/Democrazia/d33_tocqueville_dispotismo_democratico.htm

    …. e se il processo dispotico stesse subendo un arresto?

    Le soluzioni invocate mi trovano scettico. La casa brucia, gettiamo benzina?

    1) “manca una figura politica che possa ergersi a baluardo della UE”

    Non può esistere figura politica che possa impersonare il ruolo, servirebbe un eletto direttamente dagli europei. Ne avremo una tedesca, Merkel, ma è impossibile che convinca gli europei a vedere in lei la soluzione comune, super partes. A fatica convincerà i tedeschi. Si dovrà fare a meno del deus ex machina europeo.

    2) “serviranno alla svelta riforme pro-crescita”

    Espressione che dice tutto è il contrario di tutto. Anche le riforme sin qui attuate furono vendute pro-crescita. Crescita di chi? Si continua o si cambia? Se si cambia, come?

    3) “un piano che metta definitivamente a tacere il tema del debito greco”

    Non è mai troppo tardi, deus ex machina tedesco permettendo. Seguirà quello del debito italiano, di improbabile sordina.

    4) “avviamento di un piano europeo di Difesa”

    A quale scopo? In chiave keynesiana? Perché lo impone Trump? Perché lo dice il più ubriacone della Commissione Europea? Abbiamo già una moneta senza Stato, v’immaginate un esercito senza Stato? Un esercito privato? Chi lo controlla? La NATO almeno ha un padrone. Mentre smatelliamo quel che resta del Welfare State prepariamoci a mettere le mani in tasca per il glorioso esercito Europeo.

    5) “A Bruxelles serve un salto in avanti nel progetto di Unione”

    Senza inglesi, con Germania contraria o egemone. Comunque, non ricordo Stato che abbia sinceremente questa volontà. Auguri!

  2. lallo il said:

    e’ tutta l’analisi che fa acqua e tenerezza. A partire dal concetto: milioni di persone sottratte alla povertà. La realtà è che si son creati miliardi di persone che vivono in ambienti ormai al collasso che son passate da una sostenibile economia di sussistenza ad un economia di irrecuperabile devastazione ambientale con unica alternativa la fuga verso altri territori. Dunque con un effetto domino su continenti vicini (vedi africa). Ma questi concetti sfuggono agli autori. Che sognano miliardi di asiatici beati nel proprio inferno, e milioni di miliardari emersi creando tale inferno, che dovrebbero arrestarsi invece che proseguire nella propria azione di predazione a livello globale. Auguri.

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