Luci a San Siro

Alla Taverna Mykonos, un angolo di Grecia finito chissà come a Milano, regna la solita confusione allegra del sabato sera nella quale io sono sempre un poco frastornato, mentre tu ti destreggi senza fatica. Appena fuori dalla porta, in via Tofane, il Naviglio Martesana seguita a scorrere con magnanima condiscendenza nei confronti delle umane vicende. È tutto come allora, vero? Anche gli amici sono gli stessi e hanno le medesime facce inconsapevolmente giovani di quel tempo lontano, giacché nei sogni qualsiasi incongruenza, per stramba che possa essere, è concessa.

È dopo l’usuale caffè greco, amaro e terroso, che la gioviale proprietaria si avvicina al nostro tavolo. Mi accorgo che punta decisa nella mia direzione ma sono distratto dal felino che l’accompagna. Non è il solito vecchio micio grigio, abituale frequentatore della Taverna: il corpo affusolato misura circa il triplo di quello di un gatto ed è assai più alto, la coda corta e tozza. Ha lunghe zampe dai piedi larghi e procede con un’andatura morbidamente ondeggiante. Il mantello color nocciola chiaro presenta macchie scure disposte in un disegno disordinato eppure armonioso; la grossa testa è adornata di importanti mustacchi bianchi che conferiscono al fascinoso animale un’espressione solenne e sono perfettamente bilanciati dai pennacchi neri nei quali culminano le orecchie ritte e appuntite. Lynx Lynx, lince eurasiatica. L’affabile signora fa un gesto eloquente con le mani aperte: mi sta porgendo l’enigmatico animale come un dono. Lo sguardo giallo del felino è illuminato da un caldo riflesso ambrato, sembra dire “che ci vuoi fare, pare che sia questo il destino”.

Ora però tu sei scomparsa e io mi trovo nella casa colonica che possedeva la nonna in un borgo della campagna pavese. Noto con sollievo che tra i gatti del cortile e la lince vige un patto di reciproca tolleranza.

Non saprei dirti come io sia finito a Venezia appena un attimo dopo, accompagnato fino a un certo punto dall’impassibile carnivoro che poi mi ha mollato di punto in bianco, e io mi sono subito smarrito per le viuzze odorose di acqua marcescente. Non so dove sono, non so dov’è la lince alla quale non ho fatto in tempo a dare un nome: decido che la chiamerò Lucille, sono certo che sia una femmina, ma poiché essa non sa che questo è il suo nome a che serve girare per le strade chiamando “Lucille, Lucille”?

Sono convinto che solo tu potresti cavarmi da codesto impaccio, allora ti chiamo al telefono:

Mamma, mi trovo a Venezia in compagnia di una lince, ma mi ha abbandonato e allora mi sono perso”.

“Bene, dammi almeno un punto di riferimento, ci sarà un luogo che riconosci, con tutte le volte che sei stato a Venezia!”.

“…aspetta, sì: sono davanti alla casa del Rabbino, ti aspetto qui”.

L’antica casa del Rabbino, Casa 770, che tuttavia si trova a Milano in via Carlo Poerio: quella strana costruzione in gotico fiammingo, identica ad altre undici sparse per il globo, tutte dimore di insigni Rabbini.

In un batter d’occhio sono di nuovo a casa, quella casa in campagna che sento essere mia, sebbene io non vi abbia mai vissuto se non per qualche breve periodo. Osservo gli occhi di Lucille che nel frattempo è miracolosamente ricomparsa e comprendo che qualcosa è cambiato: l’ho perduta per sempre, non è già più la mia compagna. Non mi resta che lasciarla andare e rimanere con il rammarico di non aver saputo prendermi cura di un dono prezioso.

 Mi sveglio di soprassalto in preda a uno stordimento ansioso. Mi tranquillizzo non appena metto a fuoco il luogo in cui mi trovo: familiare, consueto. Macché via Tofane e il Naviglio Martesana, Venezia, via Poerio e la casa colonica della nonna, della quale mi sono disfatto senza esitazione alcuna appena dopo la sua scomparsa: mi trovo nel mio alloggio al quinto e ultimo piano di un vecchio palazzo in via Cappuccini, acquistato all’asta molti anni orsono, quando nella mia vita tutto cambiò. In quanto al rivolgermi proprio a mia madre, è la cosa meno sensata di questo sogno strampalato. D’altronde non è nemmeno la prima volta che accade: perché il pensiero di lei è una ruggine cocciuta che periodicamente riaffiora, anche dopo molte mani di vernice.

Benché abbia la sensazione di essere riemerso da un lungo sonno, mi accorgo che è passata da poco la una. Fuori regna un silenzio innaturale per una città avvezza a dormire poco come Milano: ma ora è diverso, questo virus tenace ci unisce e ci separa, ci accomuna e ci rende sempre più distanti. Per quel che mi riguarda, pratico un deciso distanziamento sociale ormai da qualche anno, da quando mi sono reso conto di avere fatto e visto tutto ciò che desideravo fare e vedere e non ho più trovato nulla che mi interessasse o almeno mi incuriosisse per davvero. Così ho deciso che avrei trascorso il tempo che mi rimaneva aspettando.

Eppure, in questa notte troppo quieta io non posso stare fermo, d’improvviso i muri sembrano accerchiarmi e divenire incombenti, questa casa non è più un confortevole rifugio ma un’intollerabile prigione. Devo uscire, al diavolo il coprifuoco. Manca poco alla fine di maggio; la notte è piacevolmente fresca e fragrante di timidi profumi da tempo dimenticati. Salgo in auto, abbasso i finestrini, riempio i polmoni d’aria benefica, respiro espiro respiro espiro, finché il battito del mio cuore incartapecorito non si placa, ritrovando un ritmo quasi regolare. Mi dirigo verso i bastioni di Porta Venezia; a parte qualche rara autovettura le strade sono deserte. Proseguo per piazza della Repubblica godendomi la libertà, il gusto di trasgredire una regola e questo singolare vuoto ferragostano fuori stagione. Sfreccio verso Porta Nuova. Non sto vagando senza meta: so bene dove sto andando e ora ho fretta di arrivare.

Qualche volta mia madre veniva a prendermi a scuola, quando frequentavo le elementari al San Carlo (con grande rammarico della nonna in quegli anni era già stato abolito l’internato). Certi giorni era avvolta in lunghe gonne a fiori, le gambe nude infilate dentro agli stivali di cuoio, gli occhi chiari bistrati di kajal come usava allora, la sigaretta in mano. Sovente invece le gonne erano terribilmente corte, le cosce magre quasi completamente in mostra. Ciò che non cambiava erano gli sguardi rivolti dalle mamme dei miei compagni: di muta riprovazione, sottilmente venata di pettegola curiosità. Non cambiava nemmeno lo scontento che albergava nel suo sguardo strafottente e ribollente di rabbia, tutt’altro che rassegnato.

Era il 1975 e di rabbia ce n’era in giro parecchia, a Milano come altrove.

A casa nostra, o per meglio dire a casa della nonna (“villa gentilizia in stile liberty in via Pegaso”, avrei scritto anni dopo sull’annuncio di vendita), era un sentimento permanente e sedimentato, assai più vicino al rancore che alla furia. Lo respiravamo, ce ne nutrivamo, lo alimentavamo senza nemmeno farvi troppo caso.

La nonna Alida, alla quale la mamma si rivolgeva chiamandola provocatoriamente madre, intendendo con ciò stabilire e mantenere una certa distanza, apparteneva a una famiglia di farmacisti da generazioni. Negli anni si erano arricchiti, acquisendo diverse farmacie collocate prevalentemente in centro e nei rioni limitrofi. . Bene introdotti negli ambienti della borghesia milanese sin dai primi decenni del ‘900, seppero coltivare buoni rapporti con i politici che a Milano contavano qualcosa, chiunque essi fossero. Si era sposata giovanissima con un maturo colonnello di natali quasi nobili, stirpe meneghina dal doppio cognome che aveva conferito legittimità alle sue ambizioni, consentendole di celare la meschina avidità sotto la patina di un antico prestigio.

Prematuramente vedova (come peraltro era logico aspettarsi), si era dedicata con innegabile abilità alla gestione del patrimonio e dell’attività familiari, coltivando nel contempo un imprescindibile perbenismo. Ma proprio sul più bello ecco l’elemento dissonante, la scheggia impazzita: l’unica figlia Matilde, mia madre. Alta e bionda come i genitori, della medesima bellezza altera della madre (la quale vantava con fierezza un sospetto di sangue ariano nelle vene), ma cocciutamente ribelle a qualsiasi convenzione e capace di gesti e atteggiamenti imbarazzanti sin da bambina. A quindici anni aveva annunciato trionfalmente la sua gravidanza durante una cena di gala, precisando che non aveva nessuna intenzione di abortire.

Trascorsi la mia infanzia con una tata severamente legnosa, mentre la mamma terminava il liceo e frequentava l’Università: non Farmacia, come aveva cercato di imporle tra lusinghe e minacce la nonna, ma Scienze Politiche. Verso la fine degli anni ’70 mi capitò di frequentare la Taverna Mykonos, dove mia madre mi trascinava in un ennesimo gesto di sfida nei confronti della nonna, la quale cercava di ostacolare le sue uscite serali imponendole di occuparsi di suo figlio. Mia madre si prendeva cura di me a modo suo, gratificandomi dell’amorevole leggerezza con la quale i bambini accudiscono gli animali domestici e con eguale incostanza. Sovente mi parlava come se fossi un adulto e sebbene io faticassi a comprendere il senso dei suoi discorsi ne ero orgoglioso, come ero segretamente fiero del suo essere diversa da qualsiasi altra mamma che io conoscessi.

Non volle mai rivelare chi fosse mio padre; tuttavia, osservando i miei capelli e gli occhi scuri, la carnagione olivastra e i tratti marcati a volte esclamava ridendo:

“Tu sei il mio capolavoro!”

In quelle serate al Mykonos, quando si dimenticava della mia presenza, io mi rintanavo in un angolò della lunga tavolata e osservavo attentamente i suoi amici, ansioso di scovare nelle fattezze di uno di questi una qualche somiglianza. Frequentavo l’ultimo anno delle medie e mamma non si era ancora laureata; gli scontri con la nonna si facevano più reiterati e aspri. Non avrei mai avuto l’ardire di perorare la sua causa, ma ero intimamente persuaso che mia madre avesse ragione a rigettare il conformismo ottuso che la nonna cercava di imporre come stile di vita assoluto.

Successe all’inizio dell’estate, in una notte in cui un temporale scombussolava il cielo sopra Milano e innervosiva i cavalli del vicino ippodromo di San Siro. Mia madre entrò di soppiatto nella mia camera e quando si chinò per sussurrarmi qualcosa all’orecchio i suoi lunghi capelli mi fecero il solletico, distogliendomi un poco dalle parole.

“Vado via, Giulio. Quando mi sarò sistemata tornerò a prenderti, te lo prometto”.

Rammento ancora le labbra fresche nel bacio frettoloso e la scia dolce del suo profumo al mughetto. Non ne seppi più nulla per molti anni.

La nonna non apparve turbata dall’evento, ma quand’anche lo fosse stata non avrebbe lasciato trasparire alcunché. Tuttavia, da quel momento applicò alla mia educazione un rigore ancora più inflessibile; d’altronde se sul patrimonio genetico paterno nutriva molti dubbi destinati a rimanere tali, quello materno aveva già mostrato di essere inspiegabilmente avariato. Seppe anche blandirmi con perfida scaltrezza, chiosando con osservazioni piazzate ad arte che, avendo diseredato quella disgraziata di sua figlia, un giorno avrei ereditato tutto quanto: dunque la sua severità serviva a forgiarmi per quel compito impegnativo. Mio malgrado, mi accorsi che prendeva forma un sentimento che aborrivo e da cui ero tuttavia soggiogato: la cupidigia. Incominciai allora a covare un odio paziente, capace di attendere in silenzio il momento più propizio per esprimersi.

Intanto passarono gli anni e con una prevedibile laurea in farmacia mi ritrovai a fare il commesso in una delle farmacie della nonna, con un bianco camice dai lembi svolazzanti e un compenso adeguato alla mansione, dal quale la vecchia signora tratteneva una quota per il mio mantenimento. Vivevo dunque da povero in casa di gente ricca, mentre la nonna seguitava a gestire i beni della famiglia con la consueta meticolosa piccineria, finché il giorno del mio trentesimo compleanno non successe qualcosa.

Ero riuscito a racimolare quanto bastava per pagare uno scalcagnato investigatore privato grazie al quale venni a sapere che mia madre viveva a Venezia, dove aveva sposato un albergatore. Durante un fine settimana presi il treno e mi recai in Calle Frezzana; piazza San Marco distava pochi metri dall’albergo dall’antica facciata candida. La mamma stava al banco dell’accettazione, i capelli biondi elegantemente raccolti sulla nuca; notai che col tempo a sua bellezza si era ingentilita e lo sguardo era luminoso e fermo, senza traccia alcuna di irrequietezza. Un ragazzino l’avvicinò e le disse qualcosa, lei sorrise e gli scompigliò i capelli con un gesto che ancora ricordavo.

Poco dopo mi mossi per avvicinarla. Mi fermai di colpo accorgendomi che il suo sguardo si era posato su di me per un istante e vi avevo letto un repentino stupore, prima che si distogliesse con infastidita risolutezza. Rimasi lì come un fesso, aggrappato a quegli occhi azzurri e vuoti, poi me ne andai con la certezza di un rifiuto inappellabile: nella nuova vita di mia madre non c’era posto per me, né vi sarebbe mai stato.

Preso atto di ciò, rivolsi altrove la mia frustrazione. Mi pesava molto di essere trattato alla stregua degli altri commessi delle farmacie di famiglia; ancor più trovavo intollerabile dover vivere modestamente nonostante le ingenti ricchezze di cui avrei potuto disporre, poiché ne avevo diritto. Cedendo all’impazienza, mi lagnai con la nonna della mia condizione.

“Diritto? Finché sarò viva io, tu non hai diritto a un bel niente, e sono sempre in tempo a cambiare il testamento, ricordatelo”.

Il suo sprezzante diniego scatenò una furibonda lite e uscii di casa sbattendo la porta.

Era una dolce serata di inizio giugno e mi sentivo l’animo oppresso da una rabbia cupa; mi ritrovai ai piedi della Montagnetta e presi la strada che attraversando il parco sale verso la cima. Mentre camminavo, mi rivolgevo a mia madre come se potesse ascoltarmi:

“Sai, mamma, vorrei avere anch’io il coraggio di andarmene, scegliere la fatica dell’indipendenza: ma non ce l’ho. Tu hai scelto la libertà, io preferisco i soldi e prima o poi li avrò, ma li vorrei ora”.

Sotto la Montagnetta, nel buio vellutato e odoroso di erba tagliata di fresco brillavano le luci di Milano, suoni e rumori giungevano ovattati dalla distanza. Ci misi un poco a distinguere la sagoma dell’uomo che se ne stava seduto a contemplare il medesimo buio luccicante che pulsava dinanzi ai miei occhi.

Mi offrì una sigaretta e ancora oggi non so perché presi a raccontargli la mia storia senza remora alcuna, come si può fare solo con uno sconosciuto incontrato per caso una notte, con la certezza di non rivederlo mai più. Si trattò a tutti gli effetti di una confessione; non provai vergogna né imbarazzo nel mettere a nudo il disprezzo e il rancore per nonna Alida, alla quale attribuivo sia la colpa dell’abbandono di mia madre, sia il disvelarsi di una grettezza neghittosa che mi impediva qualsiasi altro progetto diverso dalla semplice attesa della sua morte, unica condizione per accedere alla ricchezza che bramavo. Non nascosi nemmeno la mia impazienza, la fretta di riscuotere ciò che ritenevo una ragionevole ricompensa per tutto ciò che mi era stato negato e che nemmeno desideravo più. Lo sconosciuto si limitava ad annuire comprensivo, incoraggiando il mio impudico sfogo.

“La strangolerei con le mie mani, se fossi sicuro di farla franca”,

sbottai infine. In quel momento una saettante scarica elettrica sfrigolò nel cielo scuro; ebbi per un istante la bizzarra impressione che l’improvviso chiarore si riflettesse nello sguardo dello sconosciuto, accendendolo di una luce sinistra. Lo udii ridere sommessamente e poi mormorare, quasi tra sé:

“Le cose possono cambiare da un momento all’altro, se davvero lo si desidera”.

Mi sembrò una conclusione banalmente superficiale e ne fui deluso, ma subito dopo mi diedi dello sciocco: che mi aspettavo da uno sconosciuto?

Il temporale si avvicinava; salutai sbrigativamente l’uomo e mi stupii dell’agilità con la quale scendeva sul sentiero, distanziandomi rapidamente: mi era sembrato anziano, probabilmente mi ero sbagliato.

Entrai in casa che stava già diluviando con un imponente frastuono di tuoni e di scrosci d’acqua. Mi accorsi che in salotto la luce era ancora accesa. La donna di servizio se ne andava alle sette e poiché era passata la mezzanotte immaginai che la vecchia signora l’avesse dimenticata accesa, conoscendo la sua abitudine di ritirarsi presto.

Rimasi invece impietrito sulla soglia: nonna Alida giaceva scompostamente adagiata sul divano. Il volto arcigno, dal quale ogni traccia della giovanile bellezza era da tempo defluita, appariva livido e contorto in una smorfia di dolore, le mani scarne strette a pugno vicino al collo. Si accorse della mia presenza, spalancò ancora di più gli occhi allungando un braccio nella mia direzione. Ristetti per un poco ad ascoltare il furibondo brontolio dei tuoni, il sibilo del vento che si insinuava sotto i vecchi infissi e l’affanno raschiante della vecchia signora, poi chiusi adagio la porta e salii nella mia camera. Mi addormentai pensando che poiché non avevo il coraggio di fare, potevo senz’altro trovare quello di non fare.

Il medico stabilì l’ora del decesso attorno alle cinque del mattino in conseguenza di un infarto; io affermai, con la dovuta contrizione, di essermi coricato a mezzanotte dopo aver preso un sonnifero e di non aver udito prima di allora alcun rumore anomalo, oltre a quelli del temporale.

La mia vita di colpo cambiò: nel giro di qualche mese entrai in possesso dei beni della vecchia signora; mia madre, benché avvisata dal notaio, non presenziò alla cerimonia funebre né all’apertura del testamento. Vendetti tutto: case, farmacie e licenza e mi ritrovai con una montagna di denaro e con la libertà di disporre dei miei giorni come mi aggradava.

Da quel momento in poi, mi sono alzato dal letto quando ne avevo voglia e mi sono coricato quando ne avevo bisogno; ho assistito a diverse aurore boreali, attraversato il deserto australiano ed esplorato luoghi incontaminati. Ho frequentato i locali più alla moda in tutto il mondo e intrecciato innumerevoli relazioni, tutte di breve durata. Non conosco l’amore e non l’ho mai cercato o non mi è mai capitato di incontrarlo, così come non ho mai preteso la felicità ma semmai un fugace piacere. Ho sperimentato tutto ciò che mi incuriosiva con incosciente determinazione, ho guardato dentro più di un baratro e mi ci sono sempre buttato a capofitto uscendone mio malgrado indenne, almeno all’apparenza.

Alla fine di questa lunga strada ho trovato la noia, la solitudine, la lucida percezione dello spreco non solo di denaro, ma di qualcosa di assai più prezioso: il tempo, la vita.

Lasciarsi andare, arrendersi a una sonnolenza soavemente tossica, scivolare sempre più giù. Smettere di pensare e poi di respirare, ebbro del tiepido abbraccio di un tedio denso e soffocante. Smettere di lottare per tenere in piedi questa farsa, una volta per tutte. Facile come annegare, dopotutto.

 Come quella notte di tanti anni orsono, salgo a piedi verso la cima della Montagnetta attraversando il parco che oggi è dedicato ai Giusti di tutto il mondo. Parrebbe ironico, invece intravvedo in ciò una logica sottilmente beffarda: qui pagherò il prezzo che è giusto pagare, per quello che ho voluto e ottenuto forzando la mano al destino. Procedo con una certa fatica; sebbene io non sia così vecchio sono consumato: un animo inaridito logora precocemente il corpo, in modo che tutti possano vedere la sconfitta.

Lo sconosciuto (ma ora non lo è più, in realtà) mi attende sulla cima. Le sue sembianze non sono per nulla mutate, identico il sorriso mellifluo.

Là sotto, malgrado tutto, Milano brilla con le sue piccole luci. Milano alla fine si è dovuta fermare, ma non si spegne.

Luci a San Siro di quella sera, che c’è di strano siamo stati tutti là, te la ricordi, mamma? Non volevi mai ascoltarla fino in fondo, dicevi che ti metteva malinconia”.

Il silenzio è rotto a un tratto dal frinire di un grillo, dapprima timido e spezzato poi via via saldo e armonioso; allora mi commuovo, penso a quante cose ho perduto per non averle mai cercate.  Che mi resta, infine? Null’altro che il ricordo di una vecchia canzone e l’ingenuo incanto del canto di un grillo.

Lo sconosciuto aspetta: è ora di pagare e andarsene.

“…concludiamo il notiziario con una breve notizia di cronaca: Milano, il cadavere rinvenuto stamane all’alba nel Giardino dei Giusti appartiene all’ultimo componente di una rinomata famiglia meneghina, assai noto alle cronache per l’intensa vita mondana e per la frequentazione di attrici e modelle. Secondo indiscrezioni trapelate dagli uffici della Procura l’uomo, che si trovava in quel luogo nonostante il vigente coprifuoco, sarebbe stato colpito da infarto. Desta tuttavia qualche perplessità l’importante ustione presente sul petto: secondo il medico legale parrebbe un’ustione da fulmine, compatibile anche con il conseguente arresto cardiaco. Tuttavia, nella scorsa notte nella zona non è stata rilevata alcuna attività temporalesca”.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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