L’uomo con le mani in tasca

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L’Ispettore Capo Alberto Patané posò sul pianerottolo le due valigie ed aprì la porta di casa. Entrò e fece il giro di tutte le stanze, spalancando le finestre sulla notte milanese: una notte di fine febbraio fredda e vellutata, il cielo rischiarato dalla luna e dalle stelle che si vedevano palpitare persino lì, tra i condomini di via Padova, a pochi passi dalla perenne illuminazione artificiale di piazzale Loreto.

Dopo un poco richiuse i vetri, mise nel lettore un cd, prese una birra scura dal frigo, si tolse le scarpe e si buttò sul divano. Le valigie potevano aspettare. Sorseggiò adagio la bevanda troppo fredda e si abbandonò alla ruvida carezza della voce di Patti Smith (…because the night belongs to lovers…). Già, la notte appartiene agli amanti, ma anche ai ladri e agli assassini, agli spacciatori e ai tossici, agli insonni e a quelli talmente soli e da un tempo tanto lungo da desiderare l’oblio consolatorio del sonno.

L’Ispettore rifletté sulla storia appena chiusa con Giuliana, dopo un anno di quasi convivenza. Era la cognata di Rovelli, suo collega al Commissariato di Quarto Oggiaro e l’aveva conosciuta nel 2011 in occasione del pranzo natalizio a casa dei suoi, al quale il collega lo aveva invitato, sapendolo solo. Dopo diverse storie complicate, alcune delle quali decisamente fumose e travagliate, l’incontro con una donna solida e serena come Giuliana gli aveva fatto pensare di essere finalmente arrivato: ma ad un certo punto aveva incominciato a chiedersi “dove”.

Comunque, Giuliana non capì quella decisione e si irritò per la sua mancanza di ambizione, lui allora si rese conto di non essere disposto a darle tutte le attenzioni che reclamava né a confrontarsi su scelte che riteneva del tutto personali. Così quel sabato sera le disse pacatamente che ci avevano provato ma non funzionava ed era meglio salutarsi ed andarsene ognuno per la propria strada, e lei si disse subito d’accordo (forse un po’ troppo precipitosamente, ma a lui non interessava verificare la sincerità delle sue parole). Si lasciarono senza drammi, solo con un improvviso imbarazzo per la reciproca presenza.

Aveva quarantun anni ma non era ancora pronto o non era più pronto o forse non lo sarebbe mai stato, chissà. Assaporò la quiete della solitudine ritrovata e si addormentò vestito sul vecchio divano. Sognò di rincorrere una sconosciuta che desiderava con tutto il suo essere, ma quando infine la raggiunse questa si disfece come cera bollente, bruciandogli le mani.

“Padre, perdonatemi perché ho peccato…”

Don Lorenzo percepì una nota beffarda nella profonda voce maschile che profferì quelle parole al di là della grata del confessionale e si sentì a disagio. Il suo turbamento aumentò quando lo sconosciuto, dopo aver confessato di avere ucciso un uomo (con un’esposizione chiara e priva di qualsiasi emozione, men che meno pentimento), concluse dicendo

“d’altronde, questa cosa andava fatta e lei, Padre, dovrebbe capirlo”.

Il prete si accorse allora che l’uomo si era alzato dall’inginocchiatoio e se ne era andato senza aspettare l’assoluzione. Perché mai allora era venuto a confessarsi? Si precipitò fuori ma la chiesa era deserta. Ricordava che quando era entrato davanti al confessionale c’erano alcune donne in attesa, non aveva scorto figure maschili, l’uomo dunque doveva essere arrivato in seguito.

Don Lorenzo era un uomo alto e robusto sulla quarantina che aveva trascorso circa dieci anni in missione nei villaggi più poveri e remoti all’interno della Repubblica del Congo. Dopo essere scampato a diverse situazioni rischiose si era ammalato di epatite B ed era stato costretto a rientrare in Italia. Aveva accettato di sostituire l’ormai decrepito Don Stefano nella parrocchia di Santa Lucia in via De Roberto ed era molto attivo con i giovani del quartiere, che cercava in tutti i modi di distogliere dalla strada, dalla droga e dalla micro criminalità, aiutandoli come poteva. Rimase per parecchi minuti in piedi davanti all’altare, senza sapere cosa fare né cosa pensare.

Era domenica mattina e l’Ispettore Patané era di turno insieme a Lo Russo. Rovelli era di riposo e non gli spiaceva affatto di rimandare il discorso che avrebbe dovuto fargli sulla rottura della relazione con sua cognata: non ne aveva voglia ma si rendeva conto che era necessario, perché erano colleghi ma anche amici. Negli uffici di via Satta la mattinata stava scorrendo tranquilla, l’Ispettore osservava distratto dalla finestra i rari passanti imbacuccati  mentre il suono registrato delle campane chiamava i fedeli alla Santa Messa delle 10,30. Fu proprio in quel momento che l’agente Lombardi bussò leggermente alla porta ed entrò, inalberando un’espressione perplessa sul viso quasi imberbe da bravo ragazzo:

“…Ispettore, credo che sia il caso che lei parli con la signora che c’è qui fuori…”

“Va bene, falla accomodare”.

La donna dimostrava una settantina d’anni, era in ordine e ben vestita e aveva occhi azzurri e vivaci. Entrò a passo di marcia ed esordì con voce ferma e spazientita:

“…dunque, mi chiamo Oriana Sabelli e come ho già detto al suo collega là fuori, stamattina uscendo di casa ho visto che nel cortile sul retro del condominio dove abito, al 35 di via Pascarella, proprio vicino alla porta di uno dei locali dove ci sono i rifiuti, c’è un uomo lungo e disteso per terra con le mani in tasca”.

“…sì, signora, capisco, ma starsene sdraiati sul suolo pubblico con le mani in tasca, per quanto indecoroso, non è propriamente un reato…”

“…sì, ma l’uomo è morto e le mani sono staccate dalle braccia. Infilate in tasca. Ha capito adesso?”

L’Ispettore Patané, per quanto avvezzo alle storie strane, si smarrì in quella rappresentazione surreale mentre la signora Oriana Sabelli lo guardava, aspettando che lui si scuotesse dal suo evidente intorpidimento cerebrale. Subito dopo chiamò  l’agente speciale Lo Russo ed uscirono insieme alla donna.

Al 35 di via Pascarella il cortile interno aveva un’uscita su una piazzetta adibita a parcheggio dove c’era un’edicola, a destra si accedeva a via Amoretti e a sinistra alla piazza con i negozi sotto i portici. Il cancello era sempre aperto ed era noto a tutti che quelle corti desolate e polverose che erano i campi giochi per i bambini durante le ore notturne erano frequentate dai tossici. Il sopralluogo della polizia attirò la curiosità di molti inquilini che si affacciarono incuranti del freddo per godersi lo spettacolo, scambiandosi commenti ed esclamazioni dalle finestre.

L’uomo – un ragazzo di 20 anni, per la verità, come risultò dai documenti rinvenuti nel portafogli – era supino e dalle tasche del giaccone che indossava sopra i jeans spuntavano le dita delle sue mani, infilate come se fossero dei guanti. Il medico legale rilevò che la causa della morte era lo strangolamento, i cui segni erano ben visibili sul collo; l’amputazione delle mani era avvenuta post mortem. Nei giorni successivi, dall’autopsia risultò che l’assassino aveva usato una robusta corda per strozzarlo (erano presenti tracce di fibre sulle escoriazioni del collo)  mentre le mani erano state recise all’altezza del polso con uno strumento pesante ed affilato, come una scure da macellaio o un machete. Il defunto rispondeva al nome di Luigi Mennella, incensurato e figlio di immigrati napoletani, persone tranquille che non si capacitavano della morte violenta del figlio, sulla cui onestà erano disposti a giurare. Tuttavia c’era qualcosa che non quadrava con il ritratto fornito dai genitori, perché benché disoccupato il ragazzo aveva nel portafogli circa tremila euro (il che faceva anche escludere una rapina) e risultò che girava per il quartiere su una Golf 2000 nuova di zecca, della quale in famiglia nessuno sapeva nulla.

Il pomeriggio in cui l’Ispettore Patané si recò a casa della signora Sabelli per rivolgerle ancora qualche domanda gli aprì la porta una giovane donna bionda che della signora aveva gli stessi vispi occhi azzurri ed il medesimo piglio energico, che traspariva da tutta la sua persona. Mentre lui si presentava la donna lo squadrò apertamente, soffermandosi sulla chioma ricciuta e scura e fissando infine  uno sguardo impertinente nei suoi obliqui occhi verdi.

“Entri pure, Ispettore, sono la figlia, mi chiamo Ines”.

In effetti non fu l’anziana signora a riferire qualcosa di utile ma la figlia, che faceva l’insegnante alla scuola media del comprensorio di via Trilussa:

“Ispettore, quel ragazzo spacciava già da un po’ proprio davanti alla scuola. Io non l’ho mai visto ma ho sentito dei ragazzi di terza parlarne ed anche una bidella. Pare che il parroco nuovo, l’ex missionario, abbia cercato in tutti i modi di tenerselo vicino, evidentemente con scarsi risultati. I genitori erano dei poveri cristi con le fette di salame sugli occhi, come molti genitori. Non dovrei dirlo poiché non ho figli, ma vivo con i ragazzi tutti i giorni, ne so qualcosa.”

L’Ispettore decise allora di andare a parlare con Don Lorenzo.

Quando aveva appreso della morte di Luigi, Don Lorenzo ne era stato sconvolto: era amareggiato e deluso da quel ragazzo che infine gli era sfuggito, attratto dai guadagni facili e da una vita superficiale e dissipata, ed aveva capito perché lo sconosciuto gli aveva confessato il delitto: doveva sapere quanto quel ragazzo gli fosse caro ma anche che lui era al corrente dei suoi traffici, dai quali non aveva saputo dissuaderlo. Un’anima perduta, e il prete si tormentava perché se lo avesse denunciato sarebbe finito in prigione ma vivo, e con la possibilità di ricominciare.

L’Ispettore Patané aveva già avuto modo di incontrare il religioso, che gli era parso un uomo carismatico e vigoroso e che lo aveva colpito per l’energia con la quale si dedicava alle famiglie più disagiate; conosceva i suoi trascorsi nei villaggi più poveri della Repubblica del Congo e ricordava anche alcuni rozzi manufatti che aveva visto in canonica, ricordi della sua vita laggiù alla quale aveva dovuto rinunciare suo malgrado. Si meravigliò di trovarlo tanto prostrato e sofferente, pur comprendendo il dispiacere per la fine tragica di un ragazzo a cui era affezionato e si chiese se non gli stesse nascondendo qualcosa.

Le indagini confermarono che il Mennella spacciava per conto di una delle due famiglie che si dividevano il quartiere: queste si erano da tempo spartite il territorio secondo una mappatura che era nota alla polizia, il ragazzo non aveva sconfinato e non c’erano motivi perché uno dei due clan volesse eliminarlo. Non in quel modo, poi, che faceva pensare ad una faccenda molto personale.

Era molto tardi quando uscì dal Commissariato quella sera, aveva piovuto tutto il giorno ed ora alla pioggia battente si erano aggiunte raffiche di vento che gli rovesciarono subito l’ombrello, mentre le falde dell’impermeabile gli frustavano le gambe. Salì in auto bagnato fradicio; quando arrivò in via Padova non aprì nemmeno l’ombrello e attraversò la strada di corsa incassando la testa nelle spalle. Si fece una doccia calda e si coricò ma non riusciva a prendere sonno: una specie di uragano sbatacchiava rumorosamente le tapparelle di legno e si infilava sibilando sotto le porte, scuotendole anche se erano chiuse. L’Ispettore si mise a pensare a Giuliana, al Mennella e a Don Lorenzo, a Ines e alla sua stretta di mano calda e ferma

(ma ora che c’entra Ines?),

fino a quando tutto non si rimescolò e si confuse in una foschia sempre più densa.

Una porta metallica sbatté violentemente da qualche parte e si ritrovò seduto sul letto con il cuore in gola e le idee finalmente chiare:

“…nella canonica di Don Lorenzo ho visto un machete appeso al muro, nell’ingresso! E lui era così sconvolto per la morte del ragazzo perché…lo ha fermato lui. Quelle mani distribuivano morte, ecco perché le ha tagliate, in una specie di delirio mistico. Domani mattina…”

Un altro pensiero. Non poteva aspettare domani mattina.

Non pioveva più ma il vento era ancora impetuoso, attraversò la città deserta in un quarto d’ora scarso e quando arrivò davanti alla parrocchia di Santa Lucia si accorse che l’interno era illuminato.

In quella notte di tempesta Don Lorenzo era raccolto in preghiera davanti all’altare maggiore. Pregava per l’anima dannata di Luigi, che non aveva saputo salvare, quando alla sua mente angosciata si affacciò la voce dello sconosciuto omicida:

“non hai potuto salvare la sua, ma hai salvato quelle di molti ragazzi innocenti che avrebbero potuto cedere alla tentazione della droga. Come facesti tante volte in Congo, quando imbracciasti il fucile per difendere i contadini del tuo villaggio dalle violenze dei miliziani dei diversi schieramenti”.

E allora Don Lorenzo capì perché quel giorno fuori dal confessionale non vide nessuno. Solo, non poté sopportarlo. Non più.

L’Ispettore Patané incominciò a correre appena mise i piedi fuori dall’auto, la porta della Chiesa era aperta, entrò e vide l’imponente figura di Don Lorenzo in piedi, davanti all’altare.

“DON LORENZO!”

e continuò a correre lungo la navata della chiesa e gli sembrava di muoversi nell’acqua, o come in certi sogni nei quali ti affanni eppure non avanzi di un passo, ma proseguì ostinato nella sua corsa.

Il prete si voltò lentamente e lo guardò senza vederlo, puntandosi verso il petto la canna di una pistola. L’Ispettore fece un balzo nella sua direzione e gli afferrò le gambe, volando a terra insieme a lui. Il colpo che partì dall’arma colpì la statua di Santa Lucia, per la precisione le sue mani giunte sul petto, che andarono in frantumi.

Il giorno dopo il vento era cessato ma il cielo rimaneva grigio e chiuso. L’Ispettore Patané consegnò il suo rapporto al Commissario Sabelli, che gli fece i complimenti per la risoluzione del caso. Verso le quattro del pomeriggio decise di andarsene perché crollava dal sonno, ma quando fu fuori dall’ufficio si rese conto che non aveva voglia di tornare a casa da solo: troppo amaro in bocca, troppa tristezza, anche se questa volta era arrivato in tempo.

Allora si piazzò davanti al comprensorio scolastico di via Trilussa e aspettò che ne uscisse Ines: la quale non si mostrò troppo sorpresa di vederlo e gli rivolse un sorriso, provando un’inspiegabile tenerezza per l’uomo che le veniva incontro con un’andatura dinoccolata e un poco curva che sapeva di scoramento.

Ecco, un sorriso, giusto quello di cui l’Ispettore aveva bisogno: quella sera, quella notte, non se la sentiva proprio di stare da solo.

 

 

 

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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