L’uomo invisibile

“Davvero ci sono momenti in cui l’onnipresente logica delle sequenze casuali si arrende, colta di sorpresa dalla vita, e scende in platea, mescolandosi tra il pubblico, per lasciare che sul palco, sotto le luci della libertà vertiginosa e improvvisa, una mano invisibile peschi nell’infinito grembo del possibile e tra milioni e milioni di cose, una sola ne lasci accadere.” (Alessandro Baricco, “Oceano Mare”)

In equilibrio precario, reggendosi ai mancorrenti in un angolo al fondo del bus 57, che da via Varesina lo avrebbe condotto in Largo Cairoli, Leone Marelli osservò con deliberata e golosa sfacciataggine la bella ragazza che salì alla fermata di Piazza Firenze.

Era imponente e bruna e guardava il mondo con altera condiscendenza, dall’alto di una bellezza ferina, tranquillamente cosciente della sua latente capacità di ferire e dilaniare. Totalmente al di fuori della sua portata, e infatti lo sguardo della bella lo sfiorò appena e puntò altrove, forse al panorama milanese che scorreva veloce dall’ampia finestra posteriore del bus o forse molto più lontano, verso qualche intimo orizzonte, a lei sola accessibile.

Trentasei anni appena compiuti, Leone era di costituzione gracile, alto e allampanato, le spalle ossute e spioventi sempre un poco curve, il capo leggermente in avanti. Era chiaro di carnagione, il viso scarno dal naso lungo e dalle labbra sottili, gli occhi di un azzurro slavato, i capelli castani già un poco radi sulla nuca. Gentile ed educato, uno che pareva sempre scusarsi di essere lì ad occupare dello spazio e a respirare, sottraendo aria agli altri più meritevoli per qualche oscura ed inoppugnabile ragione. Non era di aspetto così sgradevole, ma piuttosto anonimo: era una di quelle persone che si faticherebbe a descrivere, sulle quali l’occhio non si sofferma e si distrae, subito annoiato, una presenza tanto evanescente da risultare invisibile ai più.

Era così da sempre, o perlomeno da quando aveva memoria dei suoi giorni su questo pianeta. Sua madre era stata una giovane sventata ma di belle speranze che faceva le pulizie in un alberghetto nei pressi della Stazione Centrale sognando un più nobile destino. Quando nel ’49 rimase incinta, consolidando una tradizione di famiglia, peraltro, poiché lei stessa era figlia di madre nubile, per un poco contò su quello che all’epoca si definiva un “matrimonio riparatore”, ed e’ interessante notare come il termine riparatore  induca a pensare ad un guasto, ad una rottura o a un malfunzionamento. Quando le fu chiaro che nessuno avrebbe riparato nulla, si rassegnò a partorire un marmocchio senza padre, una creatura che come lei avrebbe subito dovuto comprendere che partiva da una posizione di netto svantaggio. Gli appioppò quel nome pretenzioso ed ingombrante che fu sempre abbreviato in un meno impegnativo “Leo” e si occupò di lui con diligente ed infastidito distacco, guardandolo senza vederlo.

Mi mettevo in un angolo della sua stanza e la osservavo piegare la biancheria con gesti precisi ed efficienti, o darsi lo smalto alle unghie canticchiando sottovoce. Speravo che prima o poi si sarebbe accorta della mia presenza, in quella stanza o più in generale nella sua vita, e che mi avrebbe incluso nel suo spazio vitale. Non avvenne mai, e quando se ne andò fu come se non ci fosse mai stata.

 Leo aveva cinque anni quando la madre si sposò con un militare di carriera che viveva a Roma, dove lei lo seguì lasciando l’ingombrante fardello di quel figlio non voluto alla nonna Ida, che fece del suo meglio per circondarlo di quell’affetto che spetterebbe ad ogni bimbo per semplice diritto di nascita. Crebbe in un ambiente modesto, perché i soldi erano davvero pochi, ed appartato, come sovente capita convivendo con le persone anziane, i cui orizzonti divengono via via più circoscritti. Coltivò così una solitudine in parte connaturata al carattere timido ed introverso, in parte indotta dalle circostanze.

Quando Leo, diplomato in ragioneria, fu assunto come capoufficio contabile presso una piccola ma solida cartotecnica in viale Fulvio Testi, la nonna considerò esaurito il suo compito e si arrese alla vecchiezza e ad una subdola malattia che la rosicchiava implacabile ormai da qualche anno. Si spense in una calda notte d’estate senza disturbare nessuno, come aveva fatto per tutta la vita: semplicemente, quella mattina non si risvegliò, ma in cucina il piccolo tavolo in formica era apparecchiato per la colazione del nipote, e la moka era già pronta sul fornello.

Era il 30 dicembre del 1985 e Milano, la città più insostenibilmente leggera d’Italia durante il decennio più euforicamente rampante, si preparava in maniera consona al veglione di Capodanno. Leo si era educatamente sottratto all’invito dell’impiegata della contabilità per quella sera, masticando sottovoce di un impegno da tempo fissato con degli amici. Aveva distolto subito gli occhi per il fastidio della menzogna, alla quale non era avvezzo, e per l’imbarazzo di fronte all’evidente delusione che si era dipinto sul faccione baffuto della signorina Angela.

La signorina, come soleva orgogliosamente puntualizzare, era una zitella che aveva passato la cinquantina da un tempo imprecisato ed era stata sin dal principio entusiasta del suo nuovo capo “tanto giovane ed educato, e poi uno che ne sa”. Lo chiamava con rispettosa ed orgogliosa venerazione “il mio ragioniere”, e da quando aveva appreso della morte della nonna, sapendolo solo si era lanciata a corpo morto nella difficile missione di accasarlo.

Gli era già capitato un paio di volte di sentirsi obbligato ad accettare un invito in pizzeria,

“…viene anche la figlia di una mia amica, tanto intelligente e simpatica”,

e in entrambe le circostanze a serata appena iniziata se ne sarebbe già andato a gambe levate, e invece naturalmente era rimasto a sostenere una conversazione che non gli interessava con una frizzante, imbellettata e sgrammaticata signorina Angela ed una poveretta insipida come un semolino senza sale e a disagio al pari di lui.

Così aveva subito declinato il cortese invito, evitando il rischio certo di accogliere il nuovo anno con una zitella ipertrofica ed una qualche malcapitata ancora più sfigata di lui. Non era la prima volta che trascorreva l’ultimo dell’anno da solo, al cinema o a casa: si era annoiato ed intristito di più a certe feste durante le quali era rimasto per lo più incollato ad una parete con un bicchiere in mano fino ad amalgamarsi con la tappezzeria, e ricevendo in cambio la stessa attenzione.

Con l’ufficio chiuso per le festività natalizie le giornate erano lunghe da far passare, così in quel pomeriggio dicembrino tirato a lucido da uno smagliante e freddo sole invernale, aveva lasciato il confortevole tepore del trilocale in via Varesina, ancora arredato con i mobili della nonna un po’ per mancanza di fondi e un po’ per una opinabile ma sinceramente affettuosa forma di celebrazione della sua memoria, e aveva preso l’autobus per il centro della città.

A mano a mano che lo sbuffante e puzzolente autoveicolo si allontanava dalla periferia, le decorazioni natalizie nelle vie, nelle vetrine dei negozi e sui balconi dei caseggiati divenivano più elaborate e scintillanti. Quando scese al capolinea di Largo Cairoli erano ormai le cinque e il cielo si tingeva di rosso e di arancio, sfoggiando un rutilante tramonto da cartolina, come a Milano può capitare in certe limpide giornate d’inverno, tanto da fare apparire vanamente pacchiano l’albero di Natale che illuminava con le lucette a intermittenza la vetrina centrale dell’Upim. Leo ristette per qualche attimo ad osservare la sagoma imponente del Castello Sforzesco che si stagliava su quel cielo infuocato, poi prese per via Dante mescolandosi alla folla che passeggiava, indugiando a guardare le vetrine dei negozi. Attraversò Piazza Cordusio, prese per via Orefici ed infine sbucò in Piazza del Duomo.

Quella Milano lì era bella: in quella larga piazza davanti alla Cattedrale, abbracciata dalle facciate dei sontuosi palazzi che vi si affacciavano si respirava un’aria diversa da quella delle periferie. Osservando la gente attorno, si rese conto che vi era una visibile differenza tra gli abitanti del centro e coloro che provenivano dai rioni periferici: i primi, eleganti e disinvolti, procedevano con il passo spedito di chi è ormai assuefatto alla bellezza di casa sua, gli altri sempre con un dettaglio sbagliato nonostante gli sforzi di apparire uguali ai primi, un poco titubanti ed intimiditi da un benessere dal quale erano esclusi, e che potevano solo osservare da estranei.

Si infilò in Galleria e quando passò davanti alla Rinascente decise d’istinto di entrare, un po’ perché aveva freddo e un po’ perché quei piani collegati da fruscianti scale mobili, ordinati e pieni di belle cose, lo avevano sempre affascinato. La Rinascente era da sempre il grande magazzino di lusso della borghesia milanese: molte persone di estrazione sociale modesta vi spendevano il sabato pomeriggio, guardavano ed ammiravano ma poi compravano all’Upim o alla Standa, o nel negozietto sotto casa.

Leo gettava occhiate distratte alle mercanzie variopinte, alle signore elegantemente impellicciate e alle ragazzine chiassose agghindate della loro giovanile bellezza. Decise di salire all’ultimo piano per bere qualcosa di caldo al bar. Se ne stette seduto tranquillo a un tavolino d’angolo, assaporando una cioccolata densa e bollente infiocchettata da una nuvola di panna montata, e lasciandosi distrarre dalla confusione vociante. Ridiscese con calma e lasciò il calore un poco asfissiante dei grandi magazzini, proseguendo verso piazza San Babila.

La prima fitta lo colse in Galleria Passarella, davanti al negozio di Fiorucci. Uno spasmo lancinante, che lo piegò letteralmente in due. Doveva essere colpa dello sbalzo brusco di temperatura dopo quella cioccolata. Incominciò a sudare freddo, mentre le sue viscere si contraevano e si annodavano, e allora tornò repentinamente sui suoi passi, verso La Rinascente.

Erano già le sette e un quarto ma i Grandi Magazzini rimanevano aperti fino alle sette e mezza. Entrò di corsa, attraversò il reparto cosmetici a piano terra, si fiondò sulle scale mobili pregando di non svenire, su fino ai bagni dell’ultimo piano, dove sperava ci sarebbe stata meno gente. Infatti erano deserti, e una volta che si fu chiuso la porta alle spalle credette seriamente che lì avrebbe esalato l’ultimo respiro.

“Che fine beffarda, morire da solo in un cesso della Rinascente alla vigilia dell’ultimo dell’anno”,

pensò in un insolito eccesso di autocommiserazione.

Dopo che la furia della colica si fu placata, si alzò forse un po’ troppo bruscamente e le pareti piastrellate di bianco incominciarono a girargli attorno. Ebbe paura di cadere e di battere la testa in quell’ambiente angusto, così si sedette per terra e appoggiò la nuca a quella superficie liscia e fredda. Chiuse gli occhi, ebbe all’improvviso la sensazione di essere risucchiato da un frullatore, e svenne.

Quando riprese i sensi era al buio, e pensò che forse la luce nei bagni era regolata da un temporizzatore, ma poi fu colpito da un insolito silenzio. Guardò le lancette fosforescenti del suo orologio da polso e vide che segnavano le sette e cinquanta: era quindi rimasto chiuso nei Grandi Magazzini.

Uscì dai servizi e si diresse verso il bar, guidato dal debole chiarore degli addobbi natalizie e di alcuni neon che evidentemente rimanevano sempre accesi, fiducioso di imbattersi nel personale delle pulizie, ma non incontrò nessuno, anche gli altri piani erano deserti. Pensò allora che sicuramente nei reparti vi erano dei telefoni che potevano comunicare anche con l’esterno, avrebbe potuto chiamare…già, chi? La polizia?

Fu colpito da un pensiero: là fuori nessuno si sarebbe accorto della sua assenza. Allora fu pervaso da una repentina euforia, come quando da bambino si ruppe il rubinetto di uno di quei distributori sferici di gomme da masticare, che caddero ai suoi piedi, tutte per lui.

Risalì a piedi le scale mobili, immote e silenziose, e tornò al bar. Girò dietro il bancone, prese un paio di panini, un dolce e una bottiglietta di Coca Cola, e consumò la sua cena con calma, rimanendo a lungo ad ammirare la selva di guglie del Duomo visibili dagli alti finestroni della sala, ed erano così vicine nell’oscurità morbida del cielo rischiarato da una luna quasi piena. Scese al reparto di abbigliamento maschile e si divertì a provarsi alcuni eleganti capi, e quando nel fioco chiarore si vide riflesso nello specchio in camicia bianca, smoking nero e scarpe di vernice nera, si innamorò di quell’immagine e decise che per quella notte sarebbe stato quell’uomo.

Da fuori, i rumori della città giungevano ovattati e lontanissimi.

Discese al pianterreno e guardò la Galleria attraverso le vetrine illuminate: erano ormai le undici di sera e non passava nessuno, chi era andato al cinema al secondo spettacolo o a teatro sarebbe uscito dopo la mezzanotte. Si avvicinò ad una vetrina popolata da manichini pronti per andare ad una festa, due ragazzi in completo elegante e due ragazze con corti abitini da sera luccicanti e scarpe dal tacco alto e sottile. Gli venne in mente che vestito in quel modo avrebbe potuto unirsi a loro e rimanere immobile, il medesimo sguardo vuoto e il volto inespressivo, a lasciarsi guardare senza vedere la vita che passava.

Stava osservando le due ragazze manichino, pensando che la biondina in abito dorato avrebbe potuto chiamarsi Lara, e la brunetta con la lunga frangia sugli occhi blu e il vestito di lucente raso nero con la gonna a palloncino avrebbe potuto essere Wendy. Quel che era certo era che nella vita di tutti i giorni nessuna delle due si sarebbe accorta di lui.

Fu in quel momento che udì una musica dapprima sommessa e poi sempre più chiara, la sentiva tutta attorno ma anche dentro la sua testa. Vide allora il manichino Wendy girarsi lentamente, scendere dalla vetrina e muoversi nella sua direzione, e mentre avanzava le sue guance si accendevano di un calore rosato, le labbra piene e rosse si schiudevano in un sorriso e i luminosi occhi blu lo scrutavano come se volessero leggere i suoi pensieri.

Ballarono a lungo sulle note di quella musica dolce, e Leo sentiva la pelle morbida delle spalle nude di Wendy sotto le dita, e il suo alito caldo vicino al viso. Ballarono fino a quando la musica non si spense a poco a poco, e allora Wendy lo prese per mano e salirono di corsa le scale mobili fino all’ultimo piano e il ticchettio delle scarpe di lei era un suono prepotente e gioioso. Rimasero per un poco a guardare la luna e le eteree guglie marmoree, poi si coricarono sul pavimento e si addormentarono, chiusi in un abbraccio.

Si risvegliò che l’alba pennellava d’oro le vetrate dell’ultimo piano e dopo un comprensibile momento di smarrimento ricordò tutto quanto. Naturalmente era solo e si sentiva tutto indolenzito, e pensava che raramente gli era capitato di fare un sogno tanto bizzarro e tanto bello, e di ricordarlo con tale nitidezza.

Avrebbe avuto voglia di un caffè ma non sapeva usare la macchina del bar, così si accontentò di un paio di paste. Scese al reparto abbigliamento maschile, muovendosi per quei saloni come se fosse a casa sua al mattino appena sveglio, per riporre gli abiti che indossava e riprendersi i suoi. I Grandi Magazzini stavano preparandosi a riaprire i battenti e riuscì ad evitare il personale delle pulizie nascondendosi in una specie di magazzino al piano interrato. Aspettò che entrasse un po’ di gente,  poi tornò a pianterreno per uscire in Galleria.

Stava meditando sulla strana notte appena trascorsa e sull’inspiegabile contentezza che gli aveva messo addosso, quando poco prima delle porte a vetri fu letteralmente travolto da una ragazza che procedeva a testa bassa e quasi di corsa reggendo un grosso bicchiere di carta colmo di caffè, che gli scaraventò addosso.

“…oddio, scusi…che disastro!”

“..ma no. Non è niente”,

disse Leo, incuriosito dal viso appuntito e vivace della ragazza minuta e bruna, con la divisa delle commesse della Rinascente, che ora lo guardava con gli occhi grigi spalancati dietro le lenti dalla sottile montatura tonda.

“Aspetti, venga con me, cerco qualcosa per ripulirla…”.

La seguì docilmente, pensando che nelle ultime ore aveva perso il controllo della sua vita, in un certo senso, ma la cosa non gli dispiaceva.

La ragazza recuperò uno smacchiatore che non fece che peggiorare le cose, e lui intuendo la sua agitazione le disse

“vada a lavorare tranquilla, non è così grave. Ora vado a casa e mi cambio, tutto qui”,

e fece per voltarsi e andarsene, ma lei lo trattenne per la manica e allora riconobbe nei suoi occhi la desolazione di una sfilza di serate solitarie in un brutto caseggiato lontano dal centro, e la paura di rimanerne intrappolati per sempre.

“…mi chiamo Laura e…be’, se vuole portarmi il conto della tintoria sa dove trovarmi”.

Leo allora pensò che poteva ancora essere l’uomo con lo smoking di quella stramba notte e ribatté:

“…facciamo così: mi lasci il suo numero di telefono, così le faccio sapere se sono riuscito a ripulirmi”.

Laura gli mise in mano un bigliettino con un numero della zona Giambellino, e gli tese la mano, una mano piccola, asciutta e calda, con una stretta energica e sincera.

Leo uscì in Galleria fischiettando un motivo che gli girava per la testa sin da quando si era svegliato e si soffermò a guardare la vetrina con i quattro manichini agghindati per la festa. Vide allora che il manichino Wendy aveva la gonna dell’abito di raso nero spiegazzata e impolverata, come se si fosse sdraiato per terra e, unico fra quei fantocci inanimati, aveva il trucco degli occhi decisamente sfatto, e sorrideva.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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