L’uomo senza storia

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A Milano pioviggina, un’acquerugiola sottile, quasi un’impalpabile bruma che stende un velo di umidità sul lastricato di Piazzale Aquileia, dove il traffico scorre lento e frusciante.

 

Il rumore delle autovetture che transitano senza sosta in questo venerdì mattina invernale quassù si riduce ad un flebile mormorio grazie ai vetri insonorizzati delle ampie finestre. Mi piace questo appartamento all’ultimo piano di un moderno casamento affacciato su Piazzale Aquileia: è il segno tangibile del mio affrancamento dalla povertà e dall’assenza di una storia personale, dato che non so chi siano i miei genitori.

Né a questo punto mi interessa saperlo, perché passando da una casa famiglia all’altra, con un illuminante soggiorno al Beccaria che ha integrato e rifinito la mia formazione, ad  un certo punto ho capito che tanto valeva che me la inventassi, una storia. Tanto, il passato è passato, ciò che conta è oggi, e occorre cercare di operare per garantirsi un dignitoso domani. Che altro è la vita, se non questo?

Ha sempre avuto ragione il Commendator Gerlandi, che espresse questo semplice e brutale concetto fin da quella prima sera in cui mi avvicinò dopo avermi osservato combattere sul ring della Ursus, la palestra in Viale Umbria dove andavo a tirare di boxe. Avevo diciannove anni e mi era capitato di partecipare a qualche incontro a livello dilettantistico con modesti risultati: il livore rancoroso che corrodeva il mio animo faceva di me un combattente aggressivo e determinato ma non sempre lucido.

Avevo ascoltato per curiosità il discorso di quell’ometto calvo ed elegante dall’aria pacata e dai chiari occhi freddi e stretti come quelli di un serpente, mentre gli stavo seduto di fronte in un bar in zona Corvetto, dove mi aveva condotto. Mi spiegò di avere bisogno di un giovane forte e motivato per gestire certi suoi affari: si trattava di operare nel settore della riscossione dei crediti inevasi, e non mi ci volle molto per capire che il Commendator Gerlandi prestava soldi a strozzo.

“Ti osservo da un po’ di tempo e mi sono informato, perciò conosco bene il tuo passato, ragazzo: posso garantirti che quelli come te nella migliore delle ipotesi sono consegnati alla mediocrità, nella peggiore alla tragedia.  Io ti offro l’opportunità di cambiare le carte in tavola e di giocare una mano fortunata. Il passato è passato, te lo puoi scordare e puoi persino inventartene uno; ciò che conta è oggi perché da oggi puoi cominciare a garantirti un domani da uomo ricco. E libero”.

Era la fine del 2008, e mentre la crisi economica e finanziaria dilagava in tutta l’Europa gli affari del Commendator Gerlandi prosperavano, ma cresceva anche il numero di coloro che non pagavano puntualmente le rate pattuite.

Nel giro di un paio d’anni divenni il capo della squadra di “esattori” che battevano le vie di Milano e provincia per rammentare a imprenditori e liberi professionisti indebitati per malasorte, per avventatezza o per vizio e a poveri cristi con l’insostenibile peso sul gobbo del mutuo per uno schifoso appartamento in periferia, che un contratto è un contratto e dunque va onorato, a qualunque costo.

Il Commendatore, sposato con una donnetta rinsecchita e apparentemente muta che sembrava muoversi senza lasciare impronte sul terreno, presenza evanescente e persino superflua, non aveva figli e mi aveva preso in simpatia, tanto che mi offrì di stabilirmi in un monolocale che stava proprio a fianco del suo studio di consulenza contabile in via Millelire. Mi chiedo ancora oggi se fu uno scherzo casuale del fato o una deliberata e malignamente allusiva scelta, quella di esercitare l’attività di usuraio proprio nella via intitolata a un signore con quel nome curioso.

Per ricompensarmi del buon lavoro svolto – in verità sapevo essere molto convincente, rimanendo nei limiti suggeriti da un ragionevole senso della misura – mi affidò la direzione di una piccola impresa di autotrasporti della quale poco dopo mi cedette le quote già tutte intestate alla moglie, ritenendo opportuno che il suo nome non fosse in alcun modo ricollegabile alla Società. L’intesa era che ci saremmo spartiti i guadagni illeciti, che superavano di gran lunga quelli leciti. Tutti gli esattori risultavano alle mie dipendenze, e così il cerchio si chiudeva.

I lunghi anni di recessione non fecero che consolidare la floridezza dei nostri affari, e sebbene fosse saggio mantenere un profilo contenuto le ristrettezze dell’infanzia e dell’adolescenza divennero un ricordo sbiadito e appena fastidioso. Era il ricordo di un decennio abbondante di sballottamenti, con quattro stracci gettati in una sacca sempre più consunta, passando da una casa all’altra senza mai veramente cambiare scenario, perché era sempre il medesimo brutto appartamento di periferia puzzolente di cavolfiore bollito e di soffritto con troppo aglio, da condividere con altri tre o quattro sciagurati come me e con due estranei che decidevano di espiare cristianamente qualunque colpa di cui si ritenessero responsabili, o viceversa che erano solo interessati ad intascare il contributo statale per la nostra ospitalità.

Poi vi era il periodo buio del Beccaria, il carcere minorile altrimenti definito riformatorio per la pretesa di rieducazione che è l’impronta del regime applicato: ma “riformare” un individuo significa imporgli una forma differente, e per farlo è indispensabile violare e spezzare quella originale, e solo chi è stato tra quelle mura può comprenderne il significato più profondo.

Fu anche in virtù di queste considerazioni che il giorno in cui comprai l’appartamento di Piazzale Aquileia da un dentista che aveva dilapidato una fortuna sui tavoli di tutte le bische milanesi, pagandolo una cifra assai modesta che gli serviva per estinguere il debito con il Commendatore, se non voleva finire al pronto soccorso una seconda volta, sentii di avere raggiunto un importante traguardo. Mi avvicinavo ai trent’anni e sentivo che da lì sarebbe incominciata una nuova fase della mia vita: era ora di lasciarsi definitivamente alle spalle il passato. Il fatto di campare sulle disgrazie e debolezze altrui e di minacciare e malmenare delle persone non mi creava nessun problema di coscienza: la vita non mi aveva insegnato la compassione, né tantomeno la solidarietà.

Qualcosa cambiò il giorno in cui incontrai Enrica al Bar Magenta. Era una giornata di dicembre fredda e grigia che nemmeno gli addobbi natalizi  sparsi a profusione per le vie del centro riuscivano a schiarire. Aspettavo il Commendatore, avremmo discusso di un paio di cose consumando un veloce spuntino, ma era in ritardo. Stavo seduto ad un tavolino dal quale potevo tenere d’occhio la porta di ingresso, così la vidi entrare nel locale che si stava svuotando: erano ormai le due e gli impiegati che usavano pranzare al Bar erano già usciti per tornare al lavoro.

Era certo molto carina, non molto alta e sottile, i lunghi capelli castano chiaro sciolti sulle spalle, il viso dai lineamenti delicati, la pelle chiara subito arrossata sulle gote per reazione al calore persino esagerato del locale rispetto alla temperatura esterna. Ma non furono tanto questi apprezzabili dettagli ad attrarre la mia attenzione, quanto l’eleganza naturale della sua persona, del tutto indipendente dall’abbigliamento dato che indossava jeans, anfibi e giacca a vento, e la pacata sicurezza dei suoi gesti. La osservavo, e avevo l’impressione che la sua figura emanasse una sorta di calda luminescenza.

Mentre rispondevo al cellulare ed era il Commendatore che mi avvisava che era trattenuto altrove, non riuscivo a levarle lo sguardo di dosso e il desiderio di lei si faceva strada nella mia mente: ma non era certo il tipo che potessi abbordare con la tranquilla sfacciataggine con la quale mi comportavo con le ragazze alle quali difficilmente intendevo dedicare più di una serata; era chiarissimo che con lei una qualsiasi tattica da tanghero da night club non avrebbe mai funzionato. Potevo contare su di un aspetto che sapevo prestante, e negli anni trascorsi accanto al Commendatore avevo imparato a comportarmi e a vestirmi; grazie ai suoi pazienti insegnamenti ero anche perfettamente in grado di sostenere una conversazione con chiunque, ma sotto quella mano di vernice rilucente permaneva la ruggine corrosiva della mia insormontabile pochezza, che di tanto in tanto affiorava.

Mi ero inventato una storia accettabile: orfano di entrambi i genitori periti in un tragico incidente, adottato da uno zio materno, il Commendator Gerlandi, che aveva provveduto alla mia istruzione e mi aveva avviato al mestiere di imprenditore che oggi mi consentiva di vivere con un certo agio improntato tuttavia a una prudente sobrietà. Avevo imparato a vestirmi con eleganza, a misurare le parole e i gesti e a controllare l’aggressività, ma nel profondo dell’animo rimanevo Ivano Tortorelli, tale il nome e il cognome che mi affibbiarono all’Ospedale Maggiore, dove venni abbandonato un giorno d’estate in un corridoio dei sotterranei semibuio ed olente degli effluvi delle cucine, come non mancarono di sottolineare in ogni occasione di rimprovero le religiose dell’Istituto che mi accolse: uno che nessuno aveva voluto né amato, un pugile fallito che portava a spasso il suo rancore celandolo dietro un sorriso.

Fu certamente il destino a decidere che le nostre strade si dovessero incrociare, perché quando la ragazza si avviò alla cassa e frugò nel grosso zaino alla ricerca del portafogli per pagare la consumazione mi accorsi della sua improvvisa preoccupazione che divenne presto sconcerto: il portafogli non si trovava, e le sue guance si accesero nuovamente di rossore.

“…ci penso io, non si preoccupi”,

ero balzato in piedi con i soldi in mano levandola dall’imbarazzo, e lei mi aveva guardato dapprima con diffidenza e poi con sollevata gratitudine: in qualche modo dovevo aver superato una sorta di rapido esame.

Ci eravamo presentati nel freddo della strada smettendo subito di darci del “lei”, ed avevo insistito per accompagnarla a casa in taxi. Appresi che studiava alla Bocconi, era all’ultimo anno e dato che arrivava dalla provincia di Alessandria  aveva affittato un monolocale nei pressi dell’Università.

“…sono certa di avere lasciato il portafogli in casa, da qualche parte”,

disse, quando giungemmo a destinazione, e dopo una lieve titubanza aggiunse:

“…ti ringrazio ancora, ma lasciami il tuo numero di cellulare, ti chiamerò per incontrarci e restituirti i soldi”,

e io avrei detto molte cose, ma dissi solo

“…va bene”.

Sentivo le tempie pulsare e il cuore battere forte ed ero pervaso da una sorta di dolcissima commozione, e non sapevo nulla di tutto ciò.

Mi chiamò dopo due settimane ma potrei essere preciso anche sulle ore, i minuti e i secondi, poiché fu come se avessi trattenuto il fiato fino a quello squillo di telefono, un’interminabile, ottundente apnea durante la quale rischiai di scivolare in una immobile accidia che non potevo peraltro permettermi.

Trascorsero mesi prima che dormissimo insieme ma fu un’attesa dolce e piena, mi bastava la sua luminosa presenza, e con lei incominciavo a capire che esistono situazioni che hanno bisogno di maturare attraverso un paziente lavoro di avvicinamento e di conoscenza.

All’inizio dell’estate conobbi la sua famiglia. Quando lasciammo l’autostrada e incominciammo a salire verso il Monferrato casalese fui affascinato dal morbido movimento delle linee curve di quei colli e dalle perfette geometrie delle vigne, dei campi di grano e di impettiti girasoli, macchie di verde, di giallo e di ocra contro il limpido azzurro del cielo. Attraversammo paesetti deserti nell’ora canicolare, strette viuzze che si inerpicavano impervie tra case in tufo e mattoni per poi rituffarsi tra vigne e campi coltivati, in un paesaggio magnifico e fiero della sua bellezza un poco decadente, come presaga di un imminente abbandono.

I genitori di Enrica erano viticultori e abitavano in una bella e grande dimora di famiglia. Percepii immediatamente la loro diffidenza nei miei confronti, quasi riuscissero ad annusare la puzza di marcio sotto la patina di rispettabilità e di cortesia.

Presi a patire un sottile ma innegabile disagio per la discrasia nella quale vivevo quotidianamente, e più di una volta pensai che sarebbe stato saggio troncare con Enrica: la strada che avevo intrapreso con il Commendatore era una scelta definitiva, poiché da certe collusioni non ci si può più sottrarre. Almeno, non da vivi. Ma lasciarla non era ciò che volevo. Sperai che i nostri mondi tanto lontani potessero seguitare a percorrere orbite parallele, consentendoci di condividere uno spazio in una sorta di neutrale terra di mezzo.

Non saprei dire se fu amore vero o piuttosto l’esigenza di aggrapparmi a ciò che non potevo essere e a quel che non potevo avere e di cui Enrica era la perfetta rappresentazione, per non sprofondare in un baratro privo di qualsiasi empatia.

Avvenne che una sera Enrica, la quale si fermava sempre più spesso a casa mia, scorse la Glock 22 nel cassetto del comodino. Non la convinse la spiegazione che un imprenditore come me correva qualche rischio, o forse la Glock diede corpo e spessore a qualche dubbio che già covava, in ciò certamente influenzata dalla sussiegosa madre. La sentii irrigidirsi e ritrarsi, e dopo qualche giorno di silenzio da parte sua mi accorsi di essere pedinato: scoprii facilmente che si trattava di un giovane investigatore privato e realizzai di colpo i rischi ai quali mi stava esponendo quella storia.

Sono un picchiatore professionista, non mi serve nemmeno la Glock per uccidere un uomo. Liberarmi del corpo fu un poco più complicato, ma conosco posti nei dintorni di Milano dove passerà tanto di quel tempo prima che venga  – eventualmente – rinvenuto il cadavere che qualsiasi traccia a me riconducibile sarà irrimediabilmente cancellata.

Fu Enrica a dirmi al telefono che intendeva porre fine alla nostra relazione, ma ero consapevole che i due mondi paralleli si erano avvicinati pericolosamente, bruciando quella fragile terra di mezzo. Ciononostante, al termine della breve telefonata fui colto da una collera cupa, alimentata dall’oscuro timore che qualcuno dei miei tanti segreti potesse essersi disvelato.

Era passato un anno dal nostro primo incontro, mancava poco a Natale e riuscii a scoprire che Enrica si era recata nella tenuta dei genitori. Mi appostai nei dintorni e per un paio di giorni dormii in auto, recandomi in un centro commerciale a qualche chilometro di distanza per mangiare e andare in bagno, in modo da non lasciare segni della mia presenza, anche se in realtà non sapevo cosa volessi fare.

Il terzo giorno la scorsi uscire in auto dal grande cancello in ferro battuto. Erano passate da poco le quattro di un pomeriggio umido e freddo, e una foschia densa stava salendo verso le colline. La seguii fino a quando non fu in aperta campagna, allora la affiancai e le feci cenno di fermarsi ma intravvidi la sua espressione spaventata, mentre accelerava sulla strada a mezza costa dove la nebbia si infittiva sempre di più. Compresi all’improvviso perché ero andato a cercarla: era una parte della mia costruzione che non reggeva, anzi che rischiava di compromettere presente e futuro, e dunque andava corretta, ovvero cancellata. Se ero stato un bambino senza storia, ormai ero un uomo con un passato dal quale non avrei mai più potuto prescindere.

Mi incollai al posteriore della sua vettura, spingendola a correre in quel buio opaco, ed evitai per un pelo di seguirla anche quando mancò una curva, precipitando nella valletta sottostante. Scesi dall’auto e rimasi ad ascoltare una serie di rumori attutiti, osservando le evoluzioni incoerenti del fascio di luce dei fari dell’auto che precipitava nell’oscurità. Dopo qualche istante di silenzio rotto dal lontano latrare di un cane, un’esplosione cupa ed un chiarore rossastro. Risalito in auto, guidai con circospezione fino a quando non riuscii ad arrivare all’imbocco dell’autostrada, le mani strette sul volante, la mente completamente vuota.

Ora so che fu un errore coltivare l’inconscia illusione che l’amore potesse fare di me un uomo migliore: sono uno che nessuno ha voluto, un pugile fallito che coltiva il suo rancore e non ha imparato ad amare, a compatire o perdonare, ma certamente ha imparato a difendersi.

Non so nemmeno perché in questo venerdì mattina uggioso e maledettamente triste sono uscito di casa e mi sto dirigendo verso le colline del Monferrato casalese per assistere alle esequie di Enrica. Osservo la sagoma dei colli brulli, con le vigne nude e i campi dalla terra bruna e grassa sotto un cielo basso ed incolore, e non trovo nessuna reminiscenza dello splendore baldanzoso della stagione estiva, e nessuna certezza che si potrà ripetere all’infinito.

L’interno della Chiesa dall’austera facciata romanica è straordinariamente ricco, luccicante di orpelli argentei, di lucidi marmi e di legni decorati in oro zecchino. La voce dell’officiante rimbomba amplificata dalle alte navate:

“…guai all’anima che lascia questa terra senza aver saputo amare e perdonare. Guai a quell’anima che nessuno piange: perché allora avrà sprecato il dono della vita”.

C’è molta gente in Chiesa, e me ne vado prima della fine della funzione, per evitare di incontrare i genitori di Enrica. Ho fretta di tornare a Milano, tra le case, le auto e i grattacieli, il rumore e lo smog.

Entro in casa e accendo tutte le luci, pigio il tasto di avvio dello stereo, voglio della musica, e voglio tornare al mio mondo e alla mia realtà, l’unica che io possieda: perché sarò sempre uno che nessuno ha voluto, un pugile fallito, uno che non sa amare né compatire o perdonare. Nemmeno se stesso.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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