Ma che belle curve!

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I primi economisti, da J.S.Mill a D.Hume fino ai c.d.”marginalisti”, godevano di un rispetto notevole, benchè non fossero economisti nel senso moderno del termine: erano uomini altolocati, brillanti e intelligenti che vedevano l’economia come una branca delle scienze sociali e politiche e erano interessati allo sviluppo e al progresso sociale tramite l’applicazione di questa scienza speculativa. Dopo vennero i ricercatori veri e propri.
Tuttavia il rispetto, accordato ai vecchi “fondatori”, si stava progressivamente sfilacciando per colpa delle tante vicissitudini dei cicli avversi dell’economia, ai quali sembravano sempre meno capaci di risposte adeguate, men che meno di previsioni attendibili. Tale era la percezione dell’economia e del lavoro degli economisti fra il grande pubblico che addirittura Keynes scrisse questa frase:

gli economisti di professione sono rimasti impassibili di fronte al difetto di corrispondenza fra i risultati della loro teoria e i fatti dell’osservazione, discordanza che l’uomo comune non ha mancato di rilevare e ha provocato da parte sua una riluttanza crescente a concedere agli economisti lo stesso rispetto che riserva ad altre categorie di scienziati (General Theory, Libro I cap.III)

Eppure venne un periodo, e i (meritati) funerali da eroe attribuiti a Keynes nel 1946 ne furono il primo esempio, in cui l’economista tornò a respirare la pura aria di alta quota e girare in città a testa alta a braccetto delle rispettive mogli rispondendo ai saluti dei compatrioti.

Merito delle sue belle curve

Non quelle delle signore mogli…anzi a dir il vero merito di una sola curva. Permettemi un tuffo nel passato.

Keynes, lo sappiamo, non si era molto preoccupato del tema della variazione dei prezzi e delle sue cause, e lo aveva ridotto nel suo Trattato sulla moneta ad un problema di eccesso di domanda aggregata esclusivamente in presenza di piena occupazione (la curva di offerta aggregata AS  è orizzontale fino quasi alla piena occupazione e poi rapidamente si impenna al raggiungimento della stessa).

curve Keynes3.1

Questa impostazione, oltre a non sembrare elegante, stonava con quei fastidiosi dati empirici che sostenevano esistere inflazione anche fuori dalla piena occupazione e la collegavano alla domanda aggregata e non solo a slittamenti dell’offerta.
Perciò fu con tripudio che i neoclassici la abbandonarono tutti per abbracciare una nuova interpretazione il cui fondamento empirico era stato dato dal lavoro di A.Phillips del 1958. Phillips prese i dati di oltre novanta anni del mercato inglese del lavoro e trovò una stabile relazione decrescente fra disoccupazione (variabile reale) e variazione dei salari nominali (variabile monetaria).

curve Phillips

Una relazione che infastidiva parecchi perchè, legando grandezze reali e nominali, contraddiceva alla base gli assunti della teoria classica. Gli economisti credettero da subito che la relazione di Phillips fosse stabile nel lungo periodo.

Lpsey nel 1960 ne diede una spiegazione che divenne immediatamente ortodossia: i salari monetari variano per reazione ad un eccesso di offerta di lavoro (disoccupazione), e quindi dava ragione della assunzione neoclassica che nel lungo periodo i salari si muovessero per equilibrare il mercato del lavoro e portare il sistema alla piena occupazione.
Lipsey aveva messo in guardia da un utilizzo “semplicistico” della curva a livello aggregato, ma l’entusiasmo era alle stelle, e già nel dicembre 1959 Samuelson e Solow avevano presentato una ricerca basata sulla curva di Phillips, dove si era sostituita l’inflazione alla variazione dei salari nominali (c.d.Curva di Phillips nei prezzi), relazione che conobbe una immensa fortuna.

Benchè le prime evidenze empiriche della relazione prezzi-disoccupazione non fossero del tutto incoraggianti, la successiva ricerca ne trovò di robuste.
La nuova curva di Phillips era il miglior strumento che potesse finire in mano ai teorici della Sintesi per integrare l’inflazione nell’edificio neoclassico. E si poteva utilizzare quale strumento di politica economica per stimare gli effetti delle decisioni di politica fiscale e monetaria: movimenti lungo la curva rappresentano la pressione della domanda aggregata sulla economia man mano che si raggiunge il pieno impiego; movimenti della curva (verso il basso o l’alto) invece rappresentano l’inflazione da costi e l’agire della offerta aggregata.

Al pari dei salari nominali, anche i prezzi sarebbero perciò vischiosi, si adeguano cioè lentamente e progressivamente, non a salti o con periodi di immobilità seguiti da frenetiche risalite .
Inoltre, i dati empirici mostrano che, di solito, la velocità con cui i salari aumentano nelle fasi di alta congiuntura è maggiore di quella con cui scendono nelle fasi di bassa congiuntura: vi è cioè asimmetria nella velocità di aggiustamento il che spiega, sempre keynesianamente, il persistere della disoccupazione e la lentezza con cui il mercato del lavoro si riequilibra (ed è essenzialmente il motivo per cui la curva di Phillips viene disegnata concava, come in figura)

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La Curva di Phillips nei prezzi, scritta nella più realistica ipotesi di mercati di imperfetta concorrenza, permetteva quindi di formulare diversamente l’equazione della curva di offerta aggregata AS, inclinata positivamente, abbandonando così le ipotesi keynesiane.
Si raggiungeva perciò l’obiettivo di permettere una stima non solo dell’equilibrio economico attuale, ma anche quello di ogni periodo futuro.

Una pacchia, che sembrava spianare la strada alla programmazione economica e faceva dell’economista uno scienziato in piena regola. Forse mai l’economia e i suoi artefici conobbero una fortuna e riconoscimenti maggiori e furono apprezzati e stimati più di così.
Economisti della Sintesi, e qualche sporadico sostenitore del classicismo, sedettero per anni nelle stanze dei consiglieri economici del Presidente degli Stati Uniti, avvicendandosi alla presidenza di importanti istituzioni di ricerca e governo dell’economia, dando consigli e moniti basati sulle ricette di deficit spending keynesiano corretto con la curva di Phillips nei prezzi.

E a questo punto si accorsero per la prima volta che una cosa è l’homo oeconomicus e ben altra l’homo politicus. Lo vedremo la prossima volta.

POST SCRIPTUM TECNICO, tanto per fare l’impertinente:
Vale la pena svelare una fallacia del ragionamento degli economisti del MIT. I passaggi matematici usati per sostituire i prezzi ai salari nominali svelano due pesanti assunzioni implicite:
1) la produttività del lavoro sia costante, e
2) le quote distributive del reddito (labor share e capital share) siano costanti.
Noi sappiamo che entrambe queste assunzioni sono valide solo nel breve periodo.
Si è successivamente obiettato ai teorici della Sintesi di aver fatto relativamente poco per spiegare la curva di Phillips, cioè di costruire modelli microeconomici che spiegassero i risultati empirici partendo dal comportamento razionale e ottimizzante di imprese e lavoratori.
Lo farà Milton Friedman, e i risultati saranno scioccanti, ma anche questa è un’altra storia.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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