Come nascono i manager pubblici?

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No, non li porta la cicogna

Una roba che mi riempie di tristezza dell’Italia è la liturgia delle nomine dei manager pubblici; nello specifico, quelle fatte dal governo per le società controllate dal ministero dell’Economia. Nel marzo 2017 si è ripetuto il solito refrain degli stessi nomi che cambiano poltrona, alcuni vengono confermati, altri sono stati trombati, il tutto ovviamente senza nessuna leva meritocratica o di risultati ottenuti ma bensì con logiche di mero scacchiere politico, con i manager che sembrano cicerchie che si arrampicano nei gangli del sistema produttivo pubblico o come il calciomercato di riparazione fatto dalle squadre in bolletta che si scambiano i giocatori un po’ a caso, per vedere che effetto gli farà l’aria nuova.

Se questi nomi non li conoscete è meglio ancora, prendeteli come personaggi mitologici di una tragedia greca. Perché, in ogni caso, risulta del tutto indifferente sapere che i vertici di Eni (Claudio Descalzi amministratore delegato ed Emma Marcegaglia presidente) ed Enel (Francesco Starace a.d. e Patrizia Grieco presidente) restano al loro posto, mentre a Leonardo (ex Finmeccanica) arriva Alessandro Profumo (un ex banchiere, anche di Unicredit e, toccatevi i maroni, del Monte Paschi) che sostituisce Mauro Moretti, “trombato” obbligatoriamente dopo la condanna (in primo grado e riconducibile al suo incarico di numero uno di Rfi) per la strage ferroviaria a Viareggio del 2009. Alle Poste giunge Matteo Del Fante (da Terna), che prende il posto del trombato Francesco Caio (e come presidente Bianca Maria Farina subentra a Luisa Todini). In Terna l’a.d. diventa Luigi Ferraris (con un passato in Enel) e Catia Bastioli è confermata presidente. All’Enav viene lasciata a.d. Roberta Neri e viene “rottamato” il presidente Falco Beccalli per Roberto Scaramella.

Per un chiacchiericcio incasinato da far invidia al più bellicoso bar sport, con il Corriere della Sera del 18 marzo che commenta: “Lo spoils system si scioglie dopo una trattativa complessa tra il premier Paolo Gentiloni e il suo predecessore Matteo Renzi: non sembrano emergere vincitori, né vinti, ma le conferme a Eni e Enel (promosse tre anni fa dallo stesso Renzi), e l’arrivo di un autorevole manager come Matteo Del Fante al comando di Poste, una delle aziende più importanti, sono indizi di una trattativa dove Renzi non l’ha fatta da padrone”. Invece per il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, è l’esatto contrario: “Renzi piazza i suoi uomini: intollerabile”.

Chiacchiericcio mediatico che contempla anche il commento degli esclusi, alla stregua degli allenatori appena esonerati. “Non so quale presunta colpa dovrei pagare – spiega Francesco Caio su Repubblica –. Mi hanno detto di un’impuntatura dell’ex premier, ma non ho avuto modo di capire perché”. Con il Corriere della Sera che titola: “Moretti: ‘Su di me scelta politica’”.

E lo ripeto. Se non li conoscete, questi nomi, è uguale, perché rientrano nei miti classici o forse fanno parte del museo delle cere di Madame Tussaud.

Per essere seduti in queste poltrone bisogna aver leccato il culo a Renzi? Francamente non lo so. Posso dire che storicamente i manager di Stato, soprattutto quelli trombati, sono dei coglioni, perché prima si buttano nel gioco (sporco) della politica e poi, quando per logiche insite nel gioco stesso, vengono mandati a casa, si indignano.

Ipocriti?

Imbecilli?

O falliti?

Decidete voi, amici miei, a quale categoria possano appartenere. Con una domanda che risuona un’eco assordante: ma questa gente, fuori da queste dinamiche, troverebbe un lavoro serio?

Il silenzio è la miglior risposta. E senza inutili personalizzazioni, sui manager sopra citati, il tourbillon delle nomine induce a questa amara riflessione: quando un manager serio si riduce alla politica significa una di queste cinque opzioni:

  1. Non trova nessun altro incarico decente;
  2. È alla canna del gas;
  3. Non si rassegna al viale del tramonto;
  4. Non ha fantasia;
  5. Non è al passo con i tempi.

Infine, ciò che più mi intristisce pensando ai manager di Stato, è che dovrebbero sapere che la politica chiede sempre un prezzo troppo alto…

La mancanza della libertà.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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