La pace in Medio Oriente

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Israele, Palestina e l’opinione pubblica mondiale al bivio della storia

Torno sui ragionamenti del diplomatico americano di lungo corso – anche nel mondo arabo – Chas W. Freeman Jr., stavolta in merito alle prospettive di pace tra Israele e Palestina, alla luce di due fattori: alcune dinamiche in Italia che non sono così note e un sondaggio – Pew Charitable Trust, 2016 – dai risultati più che interessanti.

Sintetizzando, nel 1947 la comunità internazionale ha sostenuto la creazione di uno Stato ebraico in Palestina ma la continua espansione di Israele in queste terre ha inevitabilmente reso impraticabile una soluzione a “due Stati”. Con Israele che ha dimostrato ripetutamente di preferire la “terra” alla pace, perseguendo tra terrore e riconciliazione la prima strategia.

Così sappiamo tutti che lo Stato ebraico, da tempo, cerca di normalizzare le sue relazioni con i Paesi arabi ma senza dover affrontare lo status delle sue popolazioni tra Cisgiordania e Gaza, con un guadagno strategico senza costi. D’altro canto la normalizzazione delle relazioni tra Israele e suoi vicini è da sempre nell’interesse occidentale, che oggi varrebbe anche per equilibrare il potere dell’Iran nella regione, alla luce del fatto che questo ruolo non può svolgerlo l’Iraq, avendo anch’esso un regime filo-iraniano.

Peraltro il timore condiviso verso il pericolo – anche nucleare – iraniano ha già prodotto una partnership, tanto segreta quanto teoricamente antitetica, tra Israele e Paesi del Golfo su due fronti: la cooperazione in materia di intelligence e l’intervento nella politica interna americana per bloccare il miglioramento delle relazioni tra USA e Iran.

Detto ciò, va ricordato che nel 2002 tutti i ventitré Stati arabi hanno offerto la pace e normali relazioni politico-economiche a Israele se avesse trovato un accordo con i palestinesi. Offerta ribadita nel 2007 e ancora, a inizio 2017, altre trentacinque nazioni in prevalenza musulmane hanno di nuovo proposto la stessa offerta. La risposta di Israele la conosciamo: niente da fare. Con la comunità internazionale che tollera l’arroganza israeliana per perseguire obiettivi strategici più ampi, anche perché i palestinesi – il presidente Mahmoud Abbas in primis – non hanno mai fatto nulla per farsi amare dallo stesso mondo arabo.

L’odierna Israele è per metà ebraica e per metà arabo-palestinese. Gli ebrei israeliani godono di pieni diritti come cittadini di una democrazia. Alcuni arabi – un ottavo della cittadinanza – sono ufficialmente rappresentati nel Knesset, il parlamento monocamerale, ma affrontano una discriminazione sempre crescente. Mentre i restanti tre ottavi della popolazione sono musulmani e cristiani che vivono sotto lo scacco della legge marziale tra Cisgiordania, Gerusalemme e Striscia di Gaza.

E Freeman Jr. fa notare che la parola “apartheid” – tristemente nota in tutto il mondo per colpa del Sudafrica e per merito della battaglia di Nelson Mandela – è ormai sempre più utilizzata a livello internazionale per descrivere la situazione di questi luoghi. Con gli israeliani che sono la classe superiore, alla stregua degli “afrikaner” nel Sudafrica di Mandela, tra dominazione razziale e privazione dei diritti civili degli oppressi.

Chiaramente Israele non immagina uno “sviluppo separato” – come per l’apartheid – ma la supremazia ebraica su tutta la Palestina (e il conseguente rifiuto all’autodeterminazione per gli arabi palestinesi) è un dato di fatto inoppugnabile, con le autorità israeliane che non solo ostacolano lo sviluppo economico e sociale nelle aree non ebraiche del proprio dominio, ma mettono in pericolo i loro abitanti per esortarli a lasciare il territorio.

È altrettanto palese che di fronte a un simile quadro sarà molto difficile, se non impossibile, convincere gli Stati arabi e le loro popolazioni a normalizzare i rapporti con Israele e anzi è del tutto probabile che la sua designazione a nemico dell’Islam possa consentire al mondo arabo di sospendere le guerre settarie e le rivalità geopolitiche che dividono la regione per fare fronte comune.

Il punto è che Israele, una volta per tutte, deve scegliere tra democrazia moderna e fede. Ed è qui che la matassa si complica perché la maggior parte degli israeliani sembra preferire l’identità religiosa a quella democratica. Per esempio, alla domanda del sondaggio citato all’inizio

“Cosa significa essere un ebreo in Israele?”

il 69% degli ebrei in America ha risposto “vivere una vita etica e morale” – aspetto evidentemente essenziale per l’ebraismo – ma scende al 47% nella risposta degli ebrei israeliani. Il 56% degli ebrei americani dice che una parte fondamentale della loro religione equivale a “lavorare per la giustizia e l’uguaglianza” ma è così solo per il 27% degli israeliani. Per il 49% degli ebrei americani è un aspetto rilevante “essere intellettualmente curioso” che scende al 16% per gli israeliani. E ancora tra gli americani over 65enni, il 53% sostiene che il bene di Israele è essenziale per l’ebraismo mentre questa visione scende al 32% per gli under 30. Poi quasi nove decimi degli intervistati reputano che un buon ebreo possa anche criticare fortemente la politica di Israele.

Insomma, in sostanza, c’è uno scartamento notevole tra ebrei americani e israeliani sui valori universali e, nel frattempo, il sostegno a Israele è diventato un tema per il grande pubblico con tanto di partigiani pro e contro.

E le considerazioni finali di Chas W. Freeman Jr. tornano a quello che ci ha insegnato la storia in Sudafrica. Quando arriverà una soluzione, essa non sarà guidata dai governi ma dalla spinta della società civile internazionale, a prescindere dalle lobby e dai servizi segreti. Anche perché la riconciliazione tra israeliani e palestinesi è nell’interesse di entrambi i popoli. Ed è anche la chiave per ripristinare la stabilità in Medio Oriente.

E ciò avverrà quando l’opinione pubblica mondiale farà capire agli israeliani che devono riavvicinarsi ai valori fondamentali di giustizia e umanità della civiltà occidentale e dell’ebraismo. Il problema è che passeranno altri decenni prima che l’opinione pubblica ci si metta seriamente, impegnata com’è oggi a far finta di occuparsi del dramma dei migranti nel Mediterraneo.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor
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