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Mezzogiorno: questione di domanda o di offerta?

Mezzogiorno sussidi

Negli ultimi anni, l’ampliamento del divario Nord-Sud e la ripartizione tra queste due macro aree delle risorse del Recovery Fund hanno fatto in modo che la Questione Meridionale diventasse sempre più centrale.

Alcuni dei partecipanti al dibattito pubblico sostengono da molto tempo la necessità di incrementare la spesa e gli investimenti pubblici nelle regioni meridionali al fine di promuoverne la crescita economica.

Premesso che si tratta di un problema complesso e assai dibattuto a livello accademico (il celebre economista Riccardo Faini parlò di “una lunga serie di enigmi irrisolti”), è giusto chiedersi se una politica di sostegno alla domanda aggregata (per definizione pari alla somma di spesa in consumi ed investimenti di famiglie, imprese e settore pubblico) possa effettivamente rivelarsi efficace a tale scopo.

La domanda non è affatto banale, visto che esiste una parte della teoria economica che si rifà a Keynes, Kalecki, Verdoorn e Kaldor secondo la quale nel lungo periodo la crescita economica dipenderebbe dalla domanda aggregata (Demand-led growth). Tale visione è in contrapposizione a quella neoclassica che considera la crescita un fenomeno legato all’offerta aggregata.

Dall’analisi dei contributi proposti in letteratura e dalle evidenze empiriche relative al Sud si evincono due elementi. Il primo è che spesa corrente ed investimenti non sono equivalenti in termini di impatto e che bisogna discernere gli investimenti in base alla loro destinazione ed al contesto in cui vengono effettuati. Il secondo è che il lato dell’offerta è certamente non meno rilevante di quanto non lo sia quello della domanda.

È importante anzitutto notare come già oggi la spesa pubblica sia maggiore proprio nelle regioni a statuto ordinario del Mezzogiorno rispetto a quelle del Nord.

Questa è la conclusione alla quale sono giunti Giampaolo Galli e Giulio Gottardo in una nota dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani (CPI) del 26 Settembre 2020, in cui replicano all’accusa lanciata da Adriano Giannola, presidente dell’Istituto per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno (SVIMEZ), alle regioni settentrionali di aver sottratto ogni anno 60 miliardi di euro di spesa  alle regioni del Sud negli ultimi dieci anni.

I due economisti, infatti, dimostrano, utilizzando i dati ISTAT, che nel biennio 2014-2016 la spesa pro capite della PA a Parità di Potere d’Acquisto (cioè tenendo conto del differente costo della vita) e al netto di interessi passivi e della spesa pensionistica, risulta più elevata nelle regioni meridionali di 1400 euro.

Dalla lettura della nota sembra però evincersi anche che esiste un gap in termini di investimenti effettuati dalle società a partecipazione statale (Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo) a favore del Nord motivato, spiegano gli autori, da ragioni di profittabilità.

Appurato che a spesa corrente maggiore non corrisponde crescita economica più elevata, rimane appunto da comprendere quali investimenti possano essere più adeguati per il Mezzogiorno.

Nel loro saggio “Morire di aiuti: I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli)” edito nel 2019 da IBL Libri, Antonio Accetturo e Guido De Blasio argomentano che, tra tutti gli interventi a favore dello sviluppo del Meridione, solo due hanno avuto una limitata efficacia: la Cassa per il Mezzogiorno tra il 1950 ed il 1970 ed i fondi strutturali europei. Secondo i due studiosi, queste parziali eccezioni sono dovute soprattutto al fatto che l’allocazione dei capitali è avvenuta sotto l’egida di autorità sovranazionali, impedendo così che la politica locale potesse impiegarli per foraggiare le proprie clientele.

Le “Cattedrali nel deserto”

Come evidenziato spesso dai più disparati commentatori, nel caso degli investimenti infrastrutturali è opportuno evitare di costruire quelle che vengono comunemente definite “Cattedrali nel deserto”, ovvero opere isolate e poco integrate con il contesto produttivo del territorio.

Nel libro “International Social Policy: Welfare Regimes in the Developed World”, Valeria Fargion rileva come la strategia di realizzare cattedrali nel deserto nel Sud nel corso degli anni ‘80 si sia rivelata totalmente fallimentare.

Si tenga inoltre conto che nel 2018 la maggior parte delle 544 grandi opere incompiute a livello nazionale risultava ubicata proprio nelle regioni del Mezzogiorno (Sicilia, Sardegna, Puglia, Abruzzo, Calabria e Campania).

Altri esperti hanno rimarcato invece l’importanza degli investimenti in capitale umano. Luisa Gagliardi e Marco Percoco dell’Università Bocconi di Milano affrontano il tema in un articolo pubblicato nel 2011 sul Revue Région et Développement dal titolo “Regional disparities in Italy over the long run: the role of the human capital and trade policy”.

Le stime da essi prodotte indicano che il driver principale della crescita economica italiana tra il 1891 ed il 1951 è stato il capitale umano. Il Mezzogiorno avrebbe accumulato il proprio ritardo a causa della sua dotazione di capitale umano che risultava inferiore rispetto a quella del resto della penisola già all’indomani della nascita dello Stato unitario (15,9% di popolazione alfabetizzata contro il 57,7% del Nord ovest nel 1871).  Inoltre, a causa delle politiche protezioniste intraprese verso la fine del secolo, il Sud avrebbe preferito specializzarsi nel settore primario piuttosto che puntare sul capitale umano, aggravando ulteriormente la propria situazione di svantaggio.

Esistono in letteratura altri contributi interessanti che possono aiutare a valutare le responsabilità dei fattori di offerta.

In “The Economic Costs of Organised Crime: Evidence from Southern Italy”, ricerca uscita nel 2015 sul “The Economic Journal”, il bocconiano Paolo Pinotti si avvale del metodo del controllo sintetico per stimare l’impatto economico della criminalità organizzata. Egli scopre che tra il 1951 ed il 2007 le attività criminali hanno ridotto il PIL del Mezzogiorno del 16% ed hanno comportato una sostituzione di capitale privato con capitale pubblico meno produttivo.

Domenico Sarno in “Liquidity Constraint on the Production of Firms in Southern Italy” (Small Business Economics, 2005) verifica che le PMI meridionali sono sottoposte ad vincolo di razionamento del credito più stringente rispetto a quelle del resto d’Italia per via della loro dimensione sub-ottimale e del maggiore rischio d’impresa a cui sono sottoposte. Conseguentemente, le aziende meridionali fronteggiano maggiori difficoltà nell’approvvigionarsi di capitale circolante.

Gianluigi Coppola, Maria Rosaria Garofalo e Fernanda Mazzotta in un paper pubblicato nel 2013 sulla Rivista economica del Mezzogiorno con il titolo “Fattori di Sviluppo nel Mezzogiorno: un’analisi del comparto manifatturiero di Salerno”, trovano che, come conseguenza delle loro ridotte dimensioni e delle caratteristiche sfavorevoli dell’ambiente competitivo in cui operano, le imprese meridionali faticano a coordinare le proprie attività, perdendo così il vantaggio di sfruttare le economie di agglomerazione.

I dati suggeriscono che la reintroduzione di un meccanismo di indicizzazione dei salari al costo della vita o un sistema di contrattazione individuale tra datore di lavoro e lavoratore potrebbe rivelarsi proficuo. Non è un caso, probabilmente, che il processo di convergenza assoluta tra Nord  e Sud si sia interrotto a seguito dell’abolizione delle gabbie salariali.

Il grafico sotto è tratto dal rapporto SVIMEZ del 2009 sull’economia del Mezzogiorno. La scala a destra rappresenta il PIL pro capite del Sud e del Centro-Nord in valori assoluti, mentre la scala a sinistra indica il PIL pro capite del Sud in rapporto a quello del Centro-Nord. Il sample period di riferimento è 1951-2008.

Come si può ben notare, l’unico frangente in cui il PIL pro capite meridionale in percentuale a quello del resto del Paese aumenta è proprio quello in cui sono attive le “gabbie salariali” (1954-1972).

In conclusione, si può affermare che per stimolare lo sviluppo del Sud sono sicuramente necessari investimenti, ma questi ultimi possono dispiegare pienamente i loro effetti positivi solo se in precedenza si è provveduto a rimuovere tutti gli ostacoli dal lato dell’offerta che degradano l’ambiente competitivo e pongono l’impresa in una situazione di svantaggio impedendo l’attivazione del processo di crescita.

In termini pratici ciò si traduce in uno sforzo nel contrastare la criminalità organizzata, nel garantire una maggiore qualità dell’istruzione, nel favorire la finanziarizzazione dell’economia, nel reprimere il clientelismo politico tramite l’imposizione di un controllo più stringente da parte delle istituzioni nazionali e sovranazionali sulla gestione dei fondi della PA e nel valutare i progetti di investimento da intraprendere sulla base del loro rendimento atteso e della vocazione produttiva del territorio.

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Luca Vota

Pubblicato da Luca Vota

Laurea triennale in Economia e Commercio. Laureando magistrale in Economia e Finanza, Università degli Studi di Salerno.

2 Risposte a “Mezzogiorno: questione di domanda o di offerta?”

  1. 2 domande:
    Ma quindi la legge di Verdoorn-Kaldor è valida o no? chi ha ragione?
    E la seconda, in che modo la Cassa per il Mezzogiorno riusciva a controllare i fondi statali erogati e ad impedire che finissero alle mafie, cioè che creassero sviluppo?

    1. Salve e grazie per il suo commento.
      1) Si tratta di una questione molto dibattuta a livello accademico, tanto che in letteratura si parla di “Verdoorn Law Controversy”. Chatterji e Wickens nel 1982 studiarono la validità delle Legge per il settore manifatturiero UK. Il loro risultato fu che nel lungo periodo non valesse e che nel breve periodo corrispondesse alla Legge di Okun.
      2) Gli interventi che furono programmati negli anni ’50 dalla Cassa del Mezzogiorno furono finanziati per 217,5 miliardi dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BRIS), la Banca Europea per gli Investimenti e Morgan Stanley. Esisteva quindi un controllo da parte di questi lender stranieri sull’attività della Cassa che impediva una degenerazione clientelare.

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