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Come ti trovo il miliardo che manca alle banche venete

banche venete

E’ da due giorni, da quando è entrata nel vivissimo la saga infinita delle due ex popolari venete, che mi frulla per la mente una idea, quasi una proposta, cruda e ancora poco rifinita nei dettagli, tanto che ad avanzarla  mi sembra di sporgermi pericolosamente dal davanzale. Come sia, come non sia, io la avanzo.

Vi confesso che cresce la mia insofferenza verso la scarsa interpretabilità delle indicazioni europee: ad ogni modo mi sono fatto l’opinione che il piano di rilancio delle due banche sia considerato troppo ottimistico, e quindi manchi un adeguato autofinanziamento che possa coprire le svalutazioni dei crediti. Ecco quindi che scatterebbe la mannaia della regola sugli aiuti di Stato che vieta ogni contributo pubblico per coprire perdite pregresse o attese.

Comunque sia, sembra assodato che il conto presentato alle due venete, al suo azionista Atlante (ma leggasi semplicemente ‘Sistema Bancario e Fondazioni’), allo Stato e agli obbligazionisti, sia quello: oltre 6 miliardi, cioè circa tre volte più di quanto solo un anno fa sembrava sufficiente a rimettere in navigazione i due navigli con l’intervento di Atlante 1.
Nessuno ci vuole mettere più un solo euro, neppure Guzzetti, il bravo banchiere coscienzioso che anche Ferruccio De Bortoli fa salvo nel suo libro di scandali.

Mentre aspettiamo la Divina Provvidenza salvatrice, si ipotizzano interventi al limite dell’overdose lisergica: qualche buontempone pensa a fusioni sulla direttrice tosco-veneta, come se dalla somma di tre banche zoppe possa uscirne un atleta, scordando di considerare che si creerebbe una ragguardevole zombie bank con un colossale problema di esuberi da gestire.

Altri pensano a pressioni su Quaestio per usufruire della quota libera di Atlante 2 e/o su Bruxelles perché ci faccia uno sconto anche sui 700 milioni, cifra a cui si ridurrebbe il miliardo e 250 milioni di euro, inizialmente richiesti, qualora si considerassero anche i proventi dalle alienazioni di Bim e Arca sgr.

Ma le pressioni sulla creatura di Penati cozzano contro lo Statuto del fondo, esplicitamente destinato al mercato dei NPL, e speriamo così resti. Dall’altra parte, mi fa morire l’immagine di Padoan con la sua scodellina vuota, novello Oliver Twist, che si dirige a Bruxelles dal cuoco cattivo a chiedere

‘ne vorrei un poco di più, signore’…

Invece, le pressioni sul Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, o meglio sul suo braccio volontario, sembrerebbero più coerenti con le sue finalità (supportare banche in crisi anche nella fase di early intervention). Il fondo ha “giusto giusto” una dotazione di 700 milioni, guarda un po’ il caso.
Inoltre, se il Fondo deliberasse favorevolmente, il suo Statuto impegna tutte le banche aderenti a fornire il supporto necessario. Ma il Fondo ha una governance gestita esclusivamente dalle banche con la partecipazione del presidente dell’ABI, perciò rimane integro il problema di superarne le fortissime resistenze.

Eppure penso che un modo ci possa essere, alla fin fine è questione di dare e avere.

Tutti i piani di risoluzione, risanamento e rilancio sentiti nell’ultimo anno passano inevitabilmente attraverso il recupero di marginalità, nel quale il peso maggiore lo gioca il taglio dei costi operativi, tagli di personale, esuberi, chiusura di sportelli e riorganizzazione efficiente delle strutture. Ma il progetto di mandare in prepensionamento circa 25mila persone nel giro dei prossimi 3 anni (ad un ritmo quindi pari al doppio dei 10 precedenti), significa aver bisogno di disponibilità finanziarie  che oggi non ci sono nei portafogli delle banche. Questo almeno stando alle stime della Fabi, il principale sindacato dei bancari.

Quello che caratterizza il sistema bancario rispetto agli altri settori è che la pace sindacale è stata raggiunta negli ultimi 17 anni esclusivamente con l’incentivo agli esodi volontari: mai e poi mai le banche ricorreranno alla Cassa Integrazione, benché continuino a versare ogni anno i 200 milioni circa per rimpinguare un fondo pubblico di cui non usufruiscono. Qualcuno ha calcolato che dagli anni 60 ad oggi sarebbero ben 10 i miliardi accantonati ad un fondo inutilizzato.

Infatti, le banche contribuiscono ad un fondo privato per garantire ai propri ex lavoratori pre-pensionati l’erogazione di un assegno straordinario di sostegno al reddito in attesa della maturazione dei requisiti pensionistici.

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Poiché gli attuali pre-pensionati provengono per la maggior parte dal sistema retributivo, ad oggi significa che ognuno di loro sta a casa con l’80% dello stipendio e la clausola di salvaguardia secondo la quale gli sarà garantita la pensione anche in caso di successive modifiche normative sui requisiti pensionistici. Uno spannometrico calcolo ha stimato in circa 60mila euro lordi annui l’importo dell’assegno per ogni esodato.

Non è facile replicare all’obiezione che vi sia una sostanziale disparità di trattamento con i lavoratori di altri settori. Se proprio siete incarogniti leggendo questo, pensate che fra una decina di anni chi maturerà i requisiti per “esodare” si beccherà forse il 60% dello stipendio, dato il regime contributivo in vigore dal 1995 per il calcolo della pensione. E più tempo passerà peggio sarà, con percentuali sempre minori, anche considerato il peggioramento dei CCNL negli ultimi 15 anni.

Ma questo Fondo volontario sta annaspando nella mancanza di acqua: nel Fondo, fino all’autunno scorso, c’erano solo 160 milioni, una inezia rispetto ai bisogni di erogare assegni agli esodati volontari. Allo schema straordinario su esposto si sono perciò man mano aggiunti altri strumenti, resisi necessari per far quadrare un bilancio sempre più difficile: sospensione volontaria del lavoro e giornate di solidarietà, ingegnose trovate per pagare meno chi resta in ufficio e avere più fondi per mandare anticipatamente in pensione  più persone.

Anche lo Stato ha deciso di dare il suo contributo, resosi conto della prossima rottura dello schema, che aprirebbe le porte agli aborriti licenziamenti collettivi: con l’ultima legge di bilancio (pag.290 e seguenti) sono aumentati da 5 a 7 gli anni per accedere ai requisiti pre-pensionistici e sono stati erogati complessivamente 658 milioni, divisi per ciascuno dei 4 anni dal 2017 al 2021, per poter assorbire i 25 mila esuberi stimati.

Il contributo statale non copre tutte le spese altrimenti caricate sulle macilente spalle delle banche, ma concorre a ridurre dell’85% il contributo bancario per il 2017 e del 50% negli anni 2018-2019.

Certo, se le banche potessero sospendere i versamenti alla Cassa Integrazione, soldi per il Fondo esuberi privato ce ne sarebbero…

Così chiosano i vertici bancari, subito stoppati dai sindacati che non vogliono neppure sentir parlare di allentare i vincoli solidaristici nazionali, nel timore che altre ‘mucche da mungere’ se ne stacchino recando grave danno a tutto lo schema della Naspi.

Ed ecco la mia proposta: che si legiferi  una eccezione pro tempore alle regole di accesso alla Naspi, garantendo al settore bancario accesso ai fondi versati e finora inutilizzati, ma senza dover ricorrere alla necessità di licenziamenti collettivi che sancirebbero pubblicamente la situazione di crisi del settore, una pubblicità fin troppo sgradita ai nostri banchieri.

Qualora non piacesse, allo Stato non rimarrebbe che rimettere mano al portafoglio e rimpinguare la già sostanziosa dote lasciata al Fondo esuberi Bancari l’anno scorso, magari coprendo integralmente i contributi che altrimenti le banche dovrebbero versare. Una mia stima spannometrica si ferma a poco meno di 800 milioni in più da versare con prossima legge di bilancio, se volessimo coprire le pudenda delle banche e le necessità del Fondo esuberi almeno fino al 2019, e di circa un miliardo fino al 2021.

E tranquilli, trattandosi di un una tantum (il primo di molti prossimi, a dir la verità), ci verrà pure abbonato dal deficit strutturale, non sia mai!

Disclaimer: tengo a precisare che questa mia proposta è e resta una provocazione benché sia basata su numeri e fatti reali. Personalmente credo che in una economia liberale e di mercato le imprese malate debbano fallire, e le banche non fanno eccezione. Tuttavia sono curioso di vedere fino a che punto ci si spingerà per salvarle

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Pubblicato da Banchiere Cannibale

Mi piace avere vecchi amici a cena... Perché sotto la più bella ruota di pavone si cela sempre un culo di pollo.

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