La misura del benessere

benessere

Durante gli ultimi decenni abbiamo assistito alla incompatibilità fra sviluppo economico e rispetto dell’ambiente. Le risorse naturali sono state sovrautilizzate, spesso sprecate; l’ecosistema ha subito un impoverimento forse irrimediabile. Il progresso economico e la ricerca continua dello sviluppo tecnologico, hanno messo in secondo piano la scarsità di alcune risorse che nella teoria economica classica sono impropriamente considerate “quasi” inesauribili. Crisi petrolifere, guerre, conflitti sociali e disastri ambientali non hanno interrotto lo sviluppo industriale, che è andato avanti contagiando di volta in volta anche sistemi economici chiusi o riottosi (es. Cina, Vietnam). Chi era preposto a gestire tali problemi, non ha avuto né la voglia né la forza di modificare un equilibrio di poteri e di rendite di posizione che ha favorito la stessa classe dirigente che avrebbe dovuto contribuire e smantellarlo.

In Italia, la politica miope degli anni ‘70-’80 ha prodotto squilibri infrastrutturali incolmabili e cattedrali nel deserto; l’immobilismo degli anni ’90 ha causato l’impoverimento della classe dirigente che ha portato al tecnicismo e alla “professionalizzazione” della politica. Si è aperta la fase dei governi tecnici; banchieri, industriali, avvocati ed imprenditori, in parlamento hanno ridotto la spinta intellettuale e ideologica, perdendo di vista l’obiettivo primario: il benessere sociale.

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L’economia e lo sviluppo sono diventate il fattore critico, quello che fa pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. L’Italia ha così delegato ad “esperti” di finanza la gestione della cosa pubblica: ogni problema è stato ridotto ad un fatto contabile, per ogni soluzione un costo. Ma questa strada ci ha fatto scivolare inesorabilmente verso la mediocrità.

La teoria economica attraversa un periodo di pigrizia intellettuale e conformismo accademico, al punto da lasciare terreno fertile ad estremismi come la teoria della “decrescita” o dell’economia della “sobrietà”, secondo cui il colpevole è lo sviluppo economico tout-court. Queste deviazioni intellettuali sono il risultato del fallimento dell’attuale establishment accademico che ha mancato nel compito di fornire le linee guida sulle scelte economiche e sociali. La nostra politica economica si è ridotta al rispetto del rapporto Deficit/PIL del Patto di Stabilità, al punto che il Ragioniere dello Stato non avrebbe bisogno del Ministro dell’Economia o del Presidente del Consiglio.

D’altro canto, non si può prescindere dal Prodotto Interno Lordo (PIL) che è il migliore indicatore della dinamica economica di un paese; guida i nostri salari reali, la capacità di investire e di accumulare ricchezza. Per alcuni è una misura impropria del benessere perché non comprende alcuna valutazione del tempo libero o della distribuzione della ricchezza. Gli agnostici si affrettano quindi a definire il PIL come il problema della società, perché misura il benessere con il prezzo di beni e servizi scambiati.

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Tali posizioni sono indifendibili nella sostanza, ma sollevano il dubbio sulla misura più appropriata del benessere. Infatti, il PIL si potrebbe migliorare, aggiungendo dei fattori intangibili come il supporto alla ricerca e sviluppo, l’utilizzo del capitale umano e delle capacità intellettuali; ma anche misure dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, il grado di utilizzo delle risorse naturali, il peso della criminalità, le dinamiche culturali (alfabetizzazione, studi universitari), la capacità di valorizzare il patrimonio artistico. Si tratterebbe di definire una piattaforma normativa adatta a supportare un sistema di prezzi che incorpori tutti i costi, diretti, indiretti, sociali, ambientali, sia presenti che futuri. Quando compriamo un’auto, il prezzo pagato remunera parte dell’investimento del costruttore, del salario del lavoratore, dell’impresa nel complesso ed il costo di distribuzione. Ma tale prezzo non include il costo ambientale della sua produzione, il valore del tempo dell’operaio, il costo sociale e il costo completo di smaltimento eco-compatibile. Il principio chiave è che oggi, ogni prodotto/servizio ha un prezzo di mercato non adeguato a comprendere tutti i costi impliciti dell’attività che lo ha generato e quelli per lo smaltimento, perché il meccanismo stesso di formazione del prezzo è grezzo e obsoleto.

I sostenitori del libero mercato, della economia come scienza antropologica, affermano che si debbano pagare molto di più beni e servizi che hanno un utilizzo relativamente più intenso di risorse scarse (petrolio, benzina) o non rinnovabili (aria, acqua potabile).

In alternativa, gli statalisti o interventisti si preoccupano di controllare il sistema economico pianificandone la dinamica, imponendo un modello sociale (amministrazione delle risorse, divieti di utilizzo, politiche antinquinamento, vincoli ad alcune attività).

Purtroppo, entrambi questi modelli si sono dimostrati inefficaci sia nella definizione di obiettivi di benessere sociale, ma anche nella metodologia utilizzata nel raggiungimento dello stesso. Nel primo caso, la determinazione del prezzo è stata approssimativa, poiché non sono stati implementati meccanismi adatti a verificarne l’adeguatezza (Es: se un’industria modifica l’equilibrio termico di un bacino idrografico, qual è il costo che deve pagare per riportarlo allo stato preesistente?). Nel secondo, lo Stato non ha avuto la capacità di controllo sui comportamenti individuali e non poteva contare sulla coscienza civile della popolazione che percepiva tali principi come imposizioni.

riflessioni

E’ indispensabile una nuova spinta intellettuale, che dia delle risposte a queste problematiche complesse; serve una nuova generazione di economisti, capaci di imprimere una svolta alla dilagante ortodossia. Ciò dovrebbe spingere la classe dirigenziale, sia politici sia imprenditori, a riconsiderare la propria missione, calibrando un sistema di prezzi coerente con una visione globale e rimodellando la scala delle priorità tenendo conto di nuove variabili fino ad ora sconosciute.

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liukzilla

Wealth/Asset manager. Ha sposato la causa dei bond ed è ossessionato dalle banche centrali.
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9 commenti su “La misura del benessere

  1. sakura il said:

    Si tratta solo di pigrizia intellettuale? Possibilissimo.

    Personalmente credo che nuove idee incontrino anche pesanti ostacoli in un’organizzazione pesantemente oligarchica che si sono dati importanti aggregati finanziari del pianeta.

    Un esempio eccellente e ormai manifesto sono i continui sconfinamenti nell’illegalità di JPMorgan, potrei fare molti esempi in proposito, mi limito all’ultimo episodio:
    http://dealbook.nytimes.com/2014/05/21/former-top-china-jpmorgan-banker-said-to-be-arrested-in-hong-kong/?_php=true&_type=blogs&_r=0 oltre all’ormai famosa “multa”:
    http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-10-20/jp-morgan-un-patteggiamento-13-miliardi-dollari-col-governo-usa-162123.shtml?uuid=ABZcp0X

    Le oligarchie credo siano le ultime ad aver interesse ad una sintesi intellettuale da cui scaturisca nuovo impulso all’attuale ristagno economico, per loro lucrosissimo, con mostruosi spostamenti di capitali a controllare i prezzi delle principali commodities: oro, alluminio, argento ecc. Gomblottismo? Le multe la SEC le darà ben su dati di fatto…

    Insomma per non farla lunga, ho l’impressione che il microclima economico-finanziario non sia ottimale per lo sviluppo di una nuova specie d’economisti.

    Quello politico, sempre più conflittuale, con blocchi sempre più contrapposti, a sua volta non aiuta.

    La mancanza di un’ efficace ridistribuzione e l’evaporare del benessere sociale hanno aperto una fase che è solo all’inizio e che sul piano del pensiero economico si appoggia ad un revisionismo esclusivamente lessicale di ideologie nate nel XX secolo ( lo chiamerei “trucco Casaleggio”).

    Manca un’evento catalizzatore che renda manifesta la necessità di quanto auspichi nel tuo bell’articolo.

  2. sakura il said:

    PS: i 26milioni di sterline di multa a Barclay’s per manipolazione del prezzo dell’oro, manipolazione evidentemente convergente con altri poli finanziari USA, non fa che confermare la palude oligarchica in cui siamo impantanati. Il COMEX è da un annetto una barzelletta.

  3. Io tendenzialmente sono un anti-complottista e un anti “eventi catalizzatori”. Credo più all’onda lunga di processi innovativi che ne scatenano altri ma che ognuno preso singolarmente non è sufficiente a creare la svolta. Sono più da rivoluzione industriale che da rivoluzione francese.
    Per questo il trucco Casaleggio è intollerabile. Come per esempio allo stesso modo il ripudio o default del Debito.

  4. sakura il said:

    Concordo, ma le multe a Barclay’s e JPMorgan non sono scie chimiche 😉 A fronte di un blocco oligarchico il discorso di un rinnovamento delle teorie economiche si fa inevitabilmente politico…

    Il “trucco Casaleggio” ha il fiato corto, funziona solo mediaticamente per prendere consensi, non per governare (chiedere a Pizzarotti). Il ripudio del debito? E’ solo uno stratagemma per additare a nemico chi risponderà respingendo al mittente detto ripudio.

    Rivoluzione industriale 2.0 ? Speriamo, a Pechino fra un po’ l’aria sarà irrespirabile.

  5. sinbad il said:

    Il post è interessante e dà adito a molti spunti.

    Correttamente si cita che viviamo in una fase storica di consumo eccessivo delle risorse disponibili, tale da impedirne la naturale rigenerazione.

    Sono contento che su questo blog si inizi a discutere di queste cose, lo stesso blog che ospita post del globalista Prodi che sponsorizza lo sfruttamento dello scisto italiano per ricavarne risorse energetiche.

    Si capirà, però, che lo scontro con una certa mentalità (ed ideologia) dominante è frontale, netta e non lascia spazio a compromessi.

    L’economista si deve fare più ingegnere se vuole afferrare questi concetti, lasciando da parte i modelli ideologici a è affezionato.

    Per esempio, se devo trivellare a 3000 metri sotto-terra per raggiungere lo scisto impregnato di gas, passo attraverso la falda acquifera.
    Le lobby, compresi molti economisti, assicureranno che la trivellazione sarà del tutto rispettosa delle normative ambientali. E fino a qui potrebbe essere del tutto vero.
    Il problema è che nessuno (…ma proprio nessuno) potrà mai fare i conti con il tempo e l’imponderabilità dei processi (la gaussiana non esiste in Natura); nessun ingegnere, degno di questo nome, potrà mai dire che al 100% è impossibile che il metano+i solfuri+i componenti chimici non possano risalire la colonna fino ad arrivare alle acque.
    Nessuno potrà mai assicurarlo.
    Nasce quindi una priorità: quanto è importante preservare le riserve di acqua?
    Per quanto ci si pensi, non esiste una risposta interlocutoria ma solo un scelta netta: sì trivello, no preferisco non trivellare.
    Non è una questione che, come molti economisti pensano (anche l’autore del post, mi sembra), si possa aggirare con disincentivi o tassazioni.
    Se danneggi la falda acquifera, danneggi qualcosa di fondamentale per la tua esistenza e, sinceramente, sapere che l’industria “x” ha però pagato una tassazione maggiorata non ha importanza.

    Per quanto intelligente, l’uomo non potrà mai vincere contro l’imponderabilità e il tempo. Se la sua avidità lo porta a vivere il presente senza pensare a questi concetti, come specie siamo fottuti (e non è detto che questo aspetto sia del tutto inevitabile…purtroppo).

    Il post parla di “estremismi come la teoria della “decrescita” o dell’economia della “sobrietà””.
    Ma queste opzioni non sono estremismi.
    Dal momento che si consumano più risorse di quanto se ne possano rigenerare, queste opzioni sono già una scelta obbligata, anche se pretendiamo di eludere il tema.

    E’ la Fisica bellezza! e non ci puoi far niente…niente!

    Estremista è invece la Globalizzazione, perchè pensa di poter far a meno della Fisica e ci porterà al disastro (tra l’altro, disastro solo per l’uomo se ragioniamo in tempi geologici…quindi, stupido).

    Voglio mettere però una nota positiva.

    La tecnologia attuale lascia intravedere la possibilità di un’esistenza sobria a basso impatto ambientale. Per esempio, già oggi si parla di indipendenza al 60-70% delle utenze domestiche da un punto di vista energetico. Il trasporto (orrore!! orrore!) è non necessario ma se ci si pensa si è connessi col mondo senza muoversi.
    Insomma, si sta prefigurando la possibilità di un mondo a bassa intensità molto poco globale ma molto “glocal” e iper-tecnologico dove il tempo tornerà ad avere un valore.
    La prendiamo questa opportunità?

    Lascio con un suggerimento, spero gradito.
    http://www.bibliotecagalattica.com/racconti/fine_dell_evoluzione.html

    sinbad

  6. Grazie del commento, molto interessante.
    Secondo me il limite non è fisico, ma tecnologico. Pensa alle teorie malthusiane che fine hanno fatto.
    Invece credo che il problema sia da affrontare senza sognare di società glocal ipertecnologiche che interagiscono senza mezzi di trasporto comvenzionali…. O senza ridurre il tutto ad una semplice equazione su meno consumi, meno investimenti meno consumo di risorse. I fautori della decrescita contro la globalizzazione semplicemente non hanno alcuna visione del futuro, vivono la chiusura, sono essenzialmente dei retrogradi.
    E ribadisco, ciò non vuol dire che il problema sollevato dal mio post si debba ignorare. A maggior ragione si deve affrontare con tempestività e decisione, attraverso le innovazioni derivanti dall’intelletto umano. Altro che fine dell’evoluzione.
    😉

  7. sakura il said:

    Il tuo post porta dritto dritto ad un orizzonte politico, come confermano i commenti…. L’economista non ha più uno spazio neutro e tecnico, ricade e ricadrà sempre e comunque nel politico, se pensa onestamente. Oggi in particolare.

    Lancio un sasso: si è parlato di risorse, ma che dire del lavoro umano? Come muterà? E’ ancora essenziale il lavoro umano nei processi economici? Sempre e comunque? La disoccupazione attuale è frutto di una profonda recessione o una trasformazione epocale/storica destinata a sedimentarsi?

  8. È inevitabile l’orizzonte politico delle scelte decisionali, poiché quelle non sono mai demandate agli economisti (Il mio post invece non ha orizzonte politico, nonostante alcuni riferimenti).

    Infine è interessantissimo il collegamento fra risorse naturali e umane: ho scritto in un commento ‘” problemi da affrontare con tempestività e decisione, attraverso le innovazioni derivanti dall’intelletto umano”. Nulla può prescindere da questo. Ma serve un post a parte. La sfera è rotola e sul piano inclinato non si ferma.

  9. Grande Simbad.

    Avrei voluto scriverlo io , ma tu lo hai scritto meglio 🙂

    Condivido ogni sillaba

    PS ciao Sk…anche tu sempre bene sul pezzo 🙂

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