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Mordecai Richler, uno che aveva capito tutto già cinquant’anni fa

Mortimer Griffin

La gran parte delle persone, sentendo il nome di Mordecai Richler (Montreal, 1931-2001), risponde parlandoti de “La versione di Barney”, libro del 1997 che lo rese noto in Italia; le tre mogli di Barney Panofsky, la sua irridente sfrontatezza e la rocambolesca storia della sua vita hanno lasciato un segno profondo nel pubblico ed il successo di questo libro, ultimo romanzo di Richler uscito esattamente 20 anni fa in Italia per Adelphi, vale tutto il clamore che ne è seguito (inclusa la “solita” trasposizione cinematografica).

Mordecai Richler

La figura di questo autore però merita un’indagine più approfondita: abbiamo di fronte, di nuovo, uno scrittore di profonde radici ebraiche, con forti reminiscenze della cultura yiddish, quella dei villaggi ebraici dell’est Europa spazzati via dal nazismo e dalla persecuzione nel secolo scorso.

Ma ci sono altri elementi di cui tener conto: Richler nasce a Montreal in una famiglia della “working class”, membro di una minoranza ebraica fra gli anglofoni, che però sono essi stessi una minoranza rispetto ai francofoni: una sorta di “doppio ghetto”, un disagio che porterà un ventenne Mordecai a lasciare il Canada trasferendosi in Europa, in particolare a Londra (anche se le ragioni della sua “fuga” sono anche altre e diverse e di certo una è la limitatezza culturale della sua città, come egli ebbe a dichiarare molto spesso).

“Essere un ebreo e un canadese è emergere dal ghetto due volte, poiché i timidi canadesi, come alcuni permalosi ebrei, tendono a contemplare il mondo attraverso un telescopio a rovescio”

ha scritto Richler (lo riporta l’obituary pubblicato dal New York Times nel 2001); e in rete troviamo molti contenuti sul punto, come questo catfight con una giornalista, dopo che Richler aveva sferrato sul New Yorker un attacco frontale allo sciovinismo e al nazionalismo della maggioranza francese del Quebec (con un saggio che poi ha dato origine al libro “Oh Canada! Oh Quebec!” del 1992).

Come sono gli ebrei di Richler? Abbiamo spesso commentato questo aspetto, qui su Letture Inclinate: gli “ebrei riluttanti” di Isaac B. Singer, la rievocazione toccante e poetica di Jonathan Safran Foer, quella più disincantata, spesso dissacrante, di Michael Chabon: ecco, sicuramente Richler fa parte di quest’ultima categoria, ed anzi porta questo aspetto ad altezze notevoli, raffigurando personaggi quasi macchiettistici e, come vedremo a breve, molto problematici, essendo il suo un interesse incentrato sulla satira sociale e sulla denuncia del conformismo dilagante.

Il libro

Oggi parliamo di “La storia di Mortimer Griffin” (Adelphi, 2015, pag. 243, Euro 18), pubblicato per la prima volta nel 1968: certamente non è il più famoso libro di Richler, ed anzi ha raccolto qualche critica negativa, anche se Anthony Burgess ha venerato questo romanzo, tanto da dichiarare che gli sarebbe piaciuto averlo scritto lui. Ci piace quindi parlarne, per ricordare questo grande autore, invitare a rileggerlo e inoltre perché questo libro, uscito 52 anni fa col titolo “Cocksure” (Presuntuoso), ci pare anticipare di alcuni decenni una serie di temi di grandissima attualità, come il politically correct, la razza, il transgender, il trash in TV, la medicina invadente (o salvifica?).

Siamo a Londra ed una casa editrice indipendente, la Oriole Press, viene assorbita da una magnate americano, chiamato solo con il suo soprannome, il Creatore di Stelle: un personaggio misterioso, probabilmente transgender, che pare “sfruttare” i suoi dipendenti (in tutti i sensi).

Siamo negli anni della “Swinging London” e nella Oriole, prima di proprietà di un ricco Lord (con qualche antica simpatia nazista, invero), si muove la varia umanità degli intellettuali dell’epoca, moderni, di larghe vedute, o ipoteticamente tali: un obiettivo facile, per la penna corrosiva di Richler. Conosciamo i due aspiranti al posto di nuovo capo della casa editrice, Hy Rosen e Mortimer Griffin, il primo ebreo e il secondo gentile; conosciamo le loro famiglie, entriamo nelle loro case di giovani liberal progressisti, nello strano mondo educativo di quegli anni, raffigurato in maniera talvolta surreale.

Ecco Mortimer:

“…aveva quarantadue anni, ma era sempre snello. Non era sfigurato da prominenze addominali, e i capelli non avevano ancora cominciato a ingrigire e nemmeno a diradarsi…Una faccia in cui tutto era nitido e chiaro, inconfondibilmente wasp, come il marito sorridente e sincero di quell’inserzione che pubblicava fondi di investimento…”.

Il Creatore di Stelle:

“…l’uomo che non invecchia, l’immortale, di cui non si sapeva quasi nulla. L’uomo su cui non esistevano che voci, voci orripilanti. Di recente anche il suo sesso era stato oggetto di un acceso dibattito. Qualcuno diceva che era un uomo, altri insistevano che si stava trasformando in donna…Immaginarsi, pensò Mortimer, la Oriole Press affidata a mani così oscene”.

Richler, da par suo, agita il racconto con confronti aspri, dialoghi spassosi, sorprese pirotecniche. Come quando nella casa editrice una segretaria, Miss Fishman, improvvisamente ed inopinatamente aggredisce con un tagliacarte Fraulein Ringhler, appena giunta in sede con la “squadra dell’efficienza” inviata dal nuovo proprietario, da cui viene separata con fatica. Le domandano che succede e Miss Fishman:

“-La collana che ha al collo. E’ quella di mia madre. E prima era appartenuta a mia nonna”….

Si dava il caso che la madre di Miss Fishman fosse stata il milionesimo ebreo a venire bruciato, senza contare gli ebrei a metà o per un quarto, o i bambini che pesavano meno di cinque chili…”

e a causa di questa orrida ricorrenza, si racconta, gli averi della madre furono distribuiti fra i gerarchi nazisti; cercano di convincere Miss Fishman che la Ringhler era bambina, non c’entra nulla, ma lei è irremovibile:

“Me ne infischio, me ne infischio. Lasciatela a me, la puttana tedesca, la ammazzo.”

Le vicende della casa editrice e le storie personali dei vari soggetti si intrecciano: arriva Polly, una esplosiva nuova collega di colore, mentre Mortimer viene “perseguitato” da uno strambo personaggio, Shalinsky, una specie di editore, ebreo, che fra le altre cose lo accusa di nascondere le sue reali radici ebraiche, tacciandolo così di antisemitismo e creandogli una serie di problemi:

“-Shalinsky, mi faccia il favore di ficcarsi in testa che io non sono ebreo

-Ma Griffin, Griffin, mio caro ragazzo, può forse esserci un piacere più grande dell’essere ebreo?”.

Il romanzo è pieno di moltissime anticipazioni di questioni che sono di grande attualità ancora oggi: si dibatte il fatto che non c’è nessun “negro” in redazione alla Oriole; “non abbiamo mai negri a cena”, dice la moglie di Hy al marito; c’è una spassosa intervista in Tv ad una suora, cui vengono fatte domande sulla sua sessualità (molto prima del trash televisivo); c’è uno sconcertante colloquio fra il figlio di Mortimer e la madre, in cui questa gli dice candidamente, nel momento in cui si presenta nel suo letto:

“E’ perché desideri fisicamente fare l’amore con me. Tu vuoi soppiantare tuo padre…E’ perfettamente naturale!”

..e il figlio perplesso:

“Penso che tornerò nella mia stanza”.

Mordecai Richler ci ha lasciato grandi ritratti di personaggi, come Barney Panosfky, Solomon Gursky e Duddy Kravitz, che appare nel suo primo libro di successo, L’apprendistato di Duddy Kravitz, del 1959, lo stesso anno in cui uscì la prima opera del più giovane Philip Roth, Goodbye Columbus.

Grandissimo “artigiano della letteratura”, egli ha lavorato duramente per vivere esattamente di quello che gli piaceva fare: scrivere. Ha scritto molto, oltre alla narrativa, anche per riviste e per il cinema, non lesinando polemiche, come abbiamo già visto, con la sua prosa corrosiva e sfacciata.

Mordecai ha dichiarato:

“Sono sempre stato uno scrittore, nella mia mente, e quando sei giovane, tendi ad essere arrogante; e credo ciò sia di aiuto per un atto arrogante come è scrivere”.

Un po’ di questa arroganza traspare, non c’è dubbio, dalla sua opera: ma a noi piace, cosa volete farci.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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