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Nabokov racconta Gogol’: incontro di due giganti

Nabokov_Gogol

Trovandomi a passare qualche giorno nella casa avita, mi sono trovato fra le mani, nella sterminata libreria di mia madre, il libro che Lettore Inclinato propone oggi: Nikolaj Gogol’, di Valdimir Nabokov (Adeplhi, 2014, pag. 173, Euro 18).

Un autore che racconta un altro autore, un russo che racconta un altro russo… dove l’avevo già sperimentata questa sensazione da volerne andar subito alla scoperta? Non ho dovuto pensarci molto, il pensiero mi era andato a Irene Nemirovsky ed alla sua biografia di Anton Cechov (La Vita di Cechov, Castelvecchi, 2013) – e passatemi per ora il fatto che Nemirovsky sia effettivamente di origine ucraina e non russa.

L’AUTORE

Vladimir Nabokov (San Pietroburgo 1899-Montreaux 1977) è, secondo Alessandro Piperno, al centro della “tragedia del Novecento”, ma attraversa il ventesimo secolo con una eleganza ed una disinvoltura che ne fanno uno dei grandi personaggi della letteratura mondiale, ed in particolare americana (Piperno lo affianca addirittura a Saul Bellow).

Vladimir fa parte di una famiglia agiata della borghesia della capitale zarista: il primo trauma, la rivoluzione comunista, li fa emigrare a Berlino, dove si trovano negli anni Trenta, non il momento migliore per esserci; poi è la volta di Parigi, e nemmeno lì, a fine anni Trenta, tira una bella aria, per stabilirsi infine in America dove Vladimir inizia ad insegnare alla Cornell e ad Harvard, e trova la sua fortuna letteraria con l’enorme scandalo, ed altrettanto enorme successo, di Lolita (un “tragico divertissment” sempre secondo Piperno).

IL LIBRO

Il libro di cui ci occupiamo oggi è del 1944 e ci racconta di Nikolaj Gogol’ (1809-1852). Diciamo subito che questo libro è l’incontro di due grandi personaggi: Nabokov si fa sentire, non si limita ad una cronaca della vita di Gogol’; lo fronteggia, lo schernisce, lo porta alle stelle, ma anche nella polvere.

E’ quasi una gara, fra i due: madre lingua, Nabokov ritraduce tutti i testi dall’originale e fa le pulci alle traduzioni precedenti:

“Le vecchie traduzioni inglesi di Anime morte sono assolutamente prive di valore e dovrebbero essere eliminate da tutte le biblioteche, pubbliche e private”

L’autore vuole anche dare una sua cifra stilistica a questa biografia, gioca un po’ con la materia che sta raccontando, la maneggia con sapienza: inizia con la morte di Gogol’ per finire, beffardamente, con la sua nascita.

L’incipit:

“Nikolaj Gogol’, il più strano poeta in prosa che la Russia abbia mai prodotto, morì un giovedì mattina, poco prima delle otto, il quattro marzo milleottocentocinquantadue, a Mosca”.

E la chiusura:

“Gogol’ nacque il primo aprile del 1809. Secondo la madre (che, ovviamente, inventò il seguente, tetro aneddoto) una poesia che egli aveva scritto all’età di cinque anni capitò sotto gli occhi di Kapnist, uno scrittore piuttosto famoso. Kapnist abbracciò il serio monello e disse ai genitori entusiasti: <<Diventerà uno scrittore di genio se solo il destino gli darà un buon cristiano per maestro e guida>>. Ma l’altra cosa – che era nato il primo di aprile – è vera”.

UN RAPPORTO PARTICOLARE

Nabokov ci colpisce perché è disincantato, sardonico, ai limiti dell’orrido quando descrive l’uomo oggetto della sua ricerca: per lui il giovane Nikolaj

“era un scricciolino di ragazzo, cagionevole e tremolante, con le mani sudicie e i capelli untuosi, e il pus che sgocciolava dall’orecchio”.

Nabokov tratta Gogol’ senza alcuna riverenza, da pari a pari, e spesso si erge a giudice e a censore: non siamo di fronte certamente ad una biografia neutra, ma a continue invasioni di campo, quasi a voler anteporre la propria statura a quella del conterraneo. Nondimeno, la grandezza di Gogol’ ci appare lo stesso evidente, non solo nei lunghi brani di grandissima maestria narrativa che Nabokov ci restituisce pari pari, nella sua traduzione in inglese (e poi in quella italiana di Cinzia de Lotto e Susanna Zinato), ma anche in alcune annotazioni comparative che qua e là spiccano:

“L’equilibrato Puskin, il concreto Tolstoj, il misurato Cechov, hanno tutti avuto i loro momenti di intuizione irrazionale che nello sfocare la frase dischiudeva un senso segreto, degno dell’improvvisa virata focale. Ma in Gogol’ questa virata è la base stessa della produzione artistica, al punto che egli perdeva ogni traccia di talento ogniqualvolta cercava di scrivere nella rotonda calligrafia della tradizione letteraria…”

Il libro ci accompagna nella vita di Gogol’, nella sua inquietudine, nel lungo peregrinare in interminabili viaggi, nel suo rapporto strano con la madre, nel barcamenarsi fra la vocazione letteraria e la necessità di lavorare,  prima nell’amministrazione dello Stato e poi all’Università; Nabokov si sofferma anche con dovizia su tre opere di Gogol’ (Il Revisore, Anime morte e Il Cappotto) facendone una minuziosa analisi, e spesso, utilizzando le parentesi quadre, facendone addirittura un gustoso quanto irriverente ed insolito controcanto.

Sono davvero tante le chicche che troviamo in questa narrazione: come quando un giovane Gogol’ cerca di incontrare Puskin nel suo palazzo, una mattina:

“Il grande poeta era a letto e non lo si poteva vedere. <<Ohimè!>> disse Gogol’ con reverenza e comprensione <<ha lavorato tutta la notte, vero?>>. <<Macchè lavorato>> sbuffò il servitore <<giocato a carte, piuttosto>>”

O quando l’autore ci racconta di un rocambolesco viaggio a Gerusalemme di Nikolaj:

“A un certo punto…fece qualcosa che, considerata la sua fragilità fisica, aveva il carattere di una vera e propria impresa: andò fino a Gersalemme con l’obiettivo di ottenere ciò di cui aveva bisogno per scrivere il suo libro – consigli divini, forza e fantasia creativa – all’incirca allo sesso modo in cui una donna sterile poteva supplicare la Vergine di darle un figlio nell’oscurità adorna di pitture di una chiesa medievale…. Il risultato fu che la Terra Santa fece poco per la sua anima (e per il suo libro), non più di quanto i sanatori tedeschi avevano fatto per il suo corpo”.

Davvero un’esperienza notevole, leggere questa biografia critica, in un’edizione davvero interessante e ben curata. Aveva ragione Elizabeth Hardwick (1916-2007), scrittrice e critica americana, che alla celebrazione del centenario della nascita di Nabokov, a New York, il 15 aprile 1999 ebbe a dire di questo “brillante libro: una delle cose più grandi scritte da uno scrittore su un altro scrittore”.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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