Natale con i tuoi

“Dalle 21,42 il Cavaliere non è più Presidente del Consiglio. In Piazza è tripudio e contestazione, con cori e monetine in stile Hotel Raphael. Lui va via da un’uscita secondaria e torna a Palazzo Grazioli. Più che un addio, una fuga” (12 novembre 2011, “Il Fatto Quotidiano”)

Giuliana ascoltava i commenti sul fatto del giorno, mentre finiva di consumare la solita cena solitaria composta da porzioni singole riscaldate al microonde nel soggiorno del suo appartamento in via Piermarini, a pochi passi dall’Arco della Pace. I toni definitivi di alcune dichiarazioni suscitavano il suo scetticismo, perché riteneva che i processi che conducono alla “fine di un’epoca” siano generalmente più lunghi e complicati e che un episodio, seppur determinante, difficilmente possa essere risolutivo. Certo, può costituire un’ideale linea di demarcazione dalla quale iniziano i cambiamenti, oppure può decretare il declino di una singola figura mentre sostanzialmente il gioco continuerà, anche con personaggi differenti. Comunque, si distrasse presto dal dibattito che infervorava lo studio televisivo del talk show che si era sentita in dovere di guardare e pensò a come e quando avrebbe annunciato ai familiari che per Natale aveva prenotato un viaggio a Marrakech.

Da buoni milanesi, in casa Mariani la mamma e il papà, ormai rimasti soli,  la sera della vigilia cenavano a pastina e formaggio; le due figlie con le rispettive famiglie (questo valeva per la maggiore, perché Giuliana niente, dopo una serie di fidanzati non sempre proponibili alla soglia dei quarant’anni era sola, o “single”, come diceva lei, o zitella, come avrebbe detto la nonna Gina buon’anima) facessero pure quel che volevano. Finito di cenare, avrebbero sistemato i pacchetti con i regali sotto l’albero – mai fatto il presepe, sempre un profano albero di Natale carico di palline colorate e di figurine di legno chiaro comprate in Valgardena – non senza qualche discussione, perché Carlo e Luisa discutevano praticamente su tutto da quando erano a casa in pensione e condividevano dalla mattina alla sera gli ottanta metri quadri del vecchio appartamento in viale Certosa, nel quale erano cresciute le due figlie. Poi avrebbero preparato la tavola per il giorno dopo, quando si sarebbero riuniti tutti per il pranzo natalizio come succedeva praticamente da sempre ed infine si sarebbero recati alla Messa di mezzanotte.

I coniugi Mariani erano sempre stati dei cattolici tutt’altro che osservanti e molto critici nei confronti della Chiesa, delle sue liturgie e dei suoi rappresentanti, Papi compresi: i “pretoni”, come li chiamavano loro distinguendoli dai “pretini”, i poveri cristi che si inzaccheravano l’orlo della tonaca nelle strade di periferia. Tuttavia, invecchiando (sentendo avvicinarsi l’ora in cui avrebbero dovuto pagare il conto, come sostenevano le due figlie con benevola irriverenza) avevano preso l’abitudine di assistere alla Santa Messa almeno la notte di Natale.

Giuliana era dirigente del comparto commerciale di una nota casa discografica milanese e viveva giornate frenetiche ed interminabili. Era stata a lungo combattuta sulla scelta di defilarsi, che sapeva avrebbe ferito tutta la famiglia: ma era stanca ed insofferente, si avvicinava la data del suo quarantesimo compleanno e se era abbastanza soddisfatta della sua pur faticosa posizione professionale si sentiva sconfitta nel privato, perché non riusciva a trovare una persona che le facesse venir voglia di pensare ad un futuro comune ma incominciava anche ad essere stufa di relazioni a tempo determinato e non aveva voglia di portare in famiglia i suoi mugugni. Sosteneva fieramente che da sola stava benissimo, ma parlando con la sua figura riflessa nello specchio del bagno ammetteva che cercava solo di adeguarsi ad una situazione che tutto era fuorché una libera scelta.

Aveva iniziato col figurarsi la tavola apparecchiata a festa, l’abete finto luccicante e variopinto con i regali da aprire prima di mettersi a tavola, l’aroma invasivo di faraona ripiena al forno con le patate arrosto e di biscottini alla vaniglia e zenzero, la mamma e il papà eleganti e freschi di parrucchiere

(“vi siete messi qualcosa di nuovo?”),

sua sorella sorridente e tirata come al solito e suo marito impacciato nella camicia bianca con la cravatta. Anna era insegnante e aveva due figli maschi che frequentavano lo scientifico con scarsissimi risultati; con quel che guadagnavano lei e suo marito – un brigadiere buono come il pane assegnato ad un commissariato di periferia – arrivavano sempre a fine mese scannati. Eppure dopo quasi vent’anni di matrimonio di tanto in tanto si guardavano con un sorriso intimo e complice che rivelava la solidità ed insieme la freschezza della loro unione.

E poi, come succedeva ormai da quattro anni, cioè da quando lei non aveva più avuto un fidanzato fisso da aggregare al pranzo di Natale, ci sarebbe stato l’intruso: il solito sfigato amico di qualcuno – perché uno che a Natale va a mangiare a  casa di conoscenti può essere solo uno sfigato che per una ragione o per l’altra non ha nemmeno una  famiglia con cui stare – che altro non era che il patetico, maldestro, inopportuno tentativo di “farle conoscere qualcuno”.

Come se il problema fosse incontrare degli uomini – loro non avevano idea di quanti ne incontrasse per lavoro o la sera in giro per locali nelle movimentate notti milanesi e nemmeno immaginavano quanti se ne portasse a casa con la ferma intenzione di non chiedere e non lasciare nemmeno il numero di telefono.

Aveva deciso di sottrarsi a tutto ciò e una sera di novembre uscendo dall’ufficio si era infilata nella prima agenzia viaggi che aveva visto e aveva chiesto di prenotare un viaggio in un Paese dove non si celebrasse il Natale. Non che ci fosse molto da scegliere: un Paese musulmano o Papua Nuova Guinea, quest’ultimo itinerario impegnativo per i tempi di trasferimento e parecchio caro. Optò per Marrakech: clima primaverile, posti interessanti da vedere, niente Natale e sarebbe rientrata il 31 dicembre per non rimanere invischiata nel classico cenone in albergo con compagni di viaggio sconosciuti, che può essere una delle cose più deprimenti del mondo.

Arrivò il 20 dicembre e si rese conto che non aveva ancora avvisato nessuno della sua defezione al pranzo natalizio. La sera caricò in auto i pacchetti con i regali per tutta la famiglia e andò a casa dei suoi.

“Come sarebbe vai via? A Natale??”

disse sua madre con aria costernata.

Il papà, che tra i due era quello che da sempre la capiva di più, in maniera istintiva perché anche lui era sempre in bilico tra l’andare e il restare, indeciso tra il volere e il non volere e proprio perciò aveva sposato la mamma, donna pragmatica con entrambi i piedi solidamente piantati per terra,  intervenne in sua difesa:

“ma sì che fai bene a cambiare un po’ aria, tra l’altro ormai diventiamo tutti vecchi e i ragazzi sono grandi, non è più il Natale di una volta…”.

Giuliana lo guardò con affettuosa gratitudine, la mamma riservò ad entrambi un’occhiata scoraggiata e tutto finì lì. Lasciò un po’ troppo frettolosamente la casa dei genitori, come per sfuggire ad ulteriori e imbarazzanti indagini.

Mercoledì 21 dicembre c’era una discreta folla alle partenze internazionali dell’aeroporto di Malpensa e Giuliana si sentì in qualche modo confortata dalla constatazione che dopotutto c’era un sacco di gente che rifuggiva le tradizioni natalizie. Peccato però che sul volo Easyjet con destinazione Marrakech Menara la maggior parte dei passeggeri fossero marocchini emigrati in Italia, che se ne tornavano a casa per le lunghe vacanze di Natale.

Il signore anziano seduto accanto a lei tirò un sospiro di sollievo quando l’aereo si staccò dalla pista ed incominciò a salire dolcemente verso l’azzurro, oltre le nubi che intristivano il cielo di Milano.

“E anche quest’anno facciamo finta di niente e voliamo in un posto dove nessuno ci farà gli auguri di Natale, se tutto va bene”.

Si era espresso con un tono velatamente provocatorio e Giuliana si accorse che la sbirciava di sottecchi, come per verificare l’effetto delle sue parole.

“Sempre che in hotel non ci imbattiamo in qualche cameriere italiano, nel qual caso avremmo speso i nostri soldi per niente”,

ribatté lei e l’uomo la squadrò con simpatia, visibilmente desideroso di attaccar bottone con la sconosciuta – donna notevolmente graziosa, tra l’altro – che pareva affetta dalla sua stessa sindrome da stress natalizio. Scoprirono che sarebbero scesi nello stesso albergo situato in una viuzza che sbucava sulla vivace piazza Djeema el-Fnaa e il signor Alfredo, milanese di Porta Romana che conosceva bene Marrakech, si offrì di farle da guida durante il soggiorno. Giuliana soppesò per qualche istante l’uomo dall’ordinata chioma candida in jeans e scarpe da trekking, che pareva avere una settantina d’anni ma quando sorrideva stringendo a fessura gli occhi azzurri ne dimostrava di colpo dieci in meno e gli rispose che accettava con piacere.

Fuori dall’aeroporto di Marrakech l’aria tiepida ed il sole gagliardo li strapparono dal ricordo  dell’inverno che avevano lasciato solo poche ore prima. Un’auto inviata dall’albergo li condusse a destinazione, nel centro della rumorosa e pulsante Medina che li accolse con il suo caldo e sfaccettato colo rosso-ocra e con il pervasivo sentore di spezie e di essenze varie.

Nei giorni successivi Alfredo condusse Giuliana in giro per la città vecchia attorno alla Piazza Djeema el-Fnaa, le mostrò il quartiere ebraico e il suk e le principali moschee. Si rivelò una guida preparata ed intelligente e riuscì a farle percepire l’atmosfera peculiare di un luogo al quale in qualche modo doveva sentirsi legato. Presero a fare coppia fissa da quando si trovavano al mattino per la prima colazione fino al momento di coricarsi a notte alta e la sera della vigilia, mentre cenavano, Giuliana gli chiese come mai conoscesse così bene la città.

L’uomo rimase silenzioso per qualche istante. Quando iniziò a parlare, la sua voce tradiva un’emozione profonda:

“Mi sono sposato tardi ed è stato un amore totale, profondo, di quelli che piantano radici. Ci piaceva viaggiare e visitammo molti luoghi, ma poi Ada si ammalò. Il nostro ultimo viaggio – e sapevamo che sarebbe stato l’ultimo – fu proprio in questa città antica e solare, dove ricordammo tutti i momenti felici che avevamo condiviso. In un certo senso, qui ci dicemmo addio. Da quando Ada è morta non sopporto più il Natale a Milano, dove non ho più nessuno e allora celebro un personale rito del ritorno nell’ultimo posto dove siamo stati bene, come se qui potessi stabilire una sorta di contatto con la sua anima. Ma tu, cosa stai cercando in questi luoghi?”

Giuliana faticò a rispondere, perché a mano a mano che si avvicinava il giorno di Natale dubitava di aver fatto la cosa giusta:

“…e insomma adesso penso che abbiamo sempre passato il Natale insieme e non è solo quello, noi ci siamo sempre confrontati sulle cose più importanti sostenendoci a vicenda, anche quando io e mia sorella ce ne siamo andate per la nostra strada. Quando mancherà uno di noi, niente sarà mai più come prima ed io rimpiangerò questa tradizione familiare dalla quale ho voluto allontanarmi”.

Il signor Alfredo  parve riflettere per qualche momento, poi si aprì nel luminoso sorriso al quale la ragazza si stava affezionando:

“C’è un volo Royal Air Maroc che parte domani all’alba per Malpensa. Fa scalo a Casablanca ma potresti arrivare dai tuoi per l’ora di pranzo”.

Trascorsero il resto della notte passeggiando sulla piazza, blanditi dalle melodie lente di suonatori, danzatori ed incantatori di serpenti e conversando come amici di vecchia data. Rimase appena il tempo per fare i bagagli ed una doccia, poi Alfredo la accompagnò in taxi all’aeroporto. Si abbracciarono a lungo e si scambiarono la promessa di rivedersi a Milano.

Il volo atterrò con un leggero ritardo e Giuliana non ebbe il tempo di passare da casa a cambiarsi: il taxi la riportò in una città pacificata e uggiosa, dove la gente si preparava a celebrare il Natale come voleva o come poteva.

Si presentò a casa dei  suoi in jeans e felpa, senza trucco e con i lunghi capelli castani raccolti in una treccia che ondeggiava sulla schiena mentre faceva le scale di corsa – perché l’ascensore tanto per cambiare era guasto. Restò per un attimo ferma dietro la porta sulla quale pendeva una vistosa ghirlanda natalizia per riprendere fiato, poi suonò il campanello.

Venne ad aprire il papà, che la strinse a sé senza dire nulla ed era come se fosse sempre rimasto dietro quell’uscio ad aspettarla. Giuliana fu presto avvolta dal consueto profumo di faraona al forno con le patate – appena in secondo piano l’effluvio pungente della cannella e dello zenzero di quei terribili biscotti duri come sassi – e tutti la accolsero con un sorriso, senza pretendere alcuna spiegazione e lei non ne diede, si lasciò solo andare alla dolcezza di quel calore familiare.

In soggiorno, seduto su un angolo del divano, vide infine lo sfigato di turno che pareva un poco frastornato da quella confusione, poi intervenne Enzo Rovelli, il cognato:

“…ispettore, lei è mia cognata Giuliana…Giuli, l’ispettore Alberto Patané, è anche lui di stanza al Commissariato di Quarto Oggiaro…”

Non aveva previsto – non era mai successo – che lo sfigato potesse essere un tipo più o meno della sua età e affascinante, un marcantonio dai capelli ricci e scuri e obliqui occhi verdi che contenevano un lieve accenno di implicita malinconia.

Nel corso del pranzo scoprì che aveva ceduto alle insistenze di suo cognato che lo sapeva solo il giorno di Natale perché i suoi erano tornati, come tutti gli anni, al paese di origine in Sicilia. L’Ispettore Alberto Patané era un conversatore  gradevole che leggeva molto ed amava la musica rock della quale aveva una profonda conoscenza. Finì che si isolarono a poco a poco dal resto della famiglia, che li lasciò fare con condiscendente discrezione. Era quasi sera quando Anna ed Enzo raccolsero le loro cose e si prepararono ad andarsene. Alberto si offrì di accompagnare Giuliana, alla quale non sfuggì l’occhiata soddisfatta che si scambiarono sua madre e sua sorella, ma le perdonò.

Il tragitto era molto breve e rimasero ancora un poco a parlare seduti in auto, dove la ristrettezza dello spazio e l’oscurità favorirono una sorta di intimità nella quale si trovarono a confidarsi la reciproca solitudine.

Giuliana ebbe modo di pensare agli ultimi giorni ed al singolare sviluppo degli eventi che le avevano fatto incontrare due uomini che era ben decisa a non perdere, sebbene per motivi del tutto differenti.

Alberto considerò che aveva accettato suo malgrado l’invito a pranzo di Rovelli maledicendosi fino all’ultimo per non aver saputo negarsi, e poi era arrivata lei. Dopo tante figure femminili tormentate, Giuliana gli pareva una persona serena, senza ombre nascoste in fondo allo sguardo: in fin dei conti, aveva quasi quarant’anni ed era stufo di essere piantato all’alba da donne di cui restava solo la scia di un profumo.

Quando terminarono le parole, dopo essersi scambiati i numeri di telefono si salutarono con un abbraccio goffo e si separarono con un senso di consapevole incompiutezza.

C’era tempo, ci sarebbe stato il tempo per tutto quanto.

Vi lascio con quest’ultima chicca musicale. Buone feste a tutti, #RaccontiInclinati tornerà il 9 gennaio 2016 con la prima storia dell’anno nuovo.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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