Ne resterà soltanto uno. Forse

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Marge

La vera notizia è che Versace non ha venduto. Diciassette anni dopo la morte del fondatore e mente creativa (e geniale e rivoluzionaria) della Maison, Gianni Versace, la società ha resistito.

Il Fondo Usa Blackstone ha comprato il 20% del capitale di Versace, valorizzando l’intera azienda poco più di 1 miliardo di euro. La famiglia incassa circa 200 milioni, denari che serviranno a portare a zero il debito, per un fatturato che per l’anno 2013 si aggirava sui 500 milioni.
Ai Versace resta il controllo, a Donatella in particolare le collezioni.

E’ strano sentir parlare di Blackstone, molto più attivo nel settore immobiliare che nel lusso. Ma è stato proprio per questo che Versace ha scelto il Fondo statunitense: grazie alle sue innumerevoli proprietà Blackstone può accompagnare in maniera precisa la Maison, soprattutto perché nei piani dei Versace c’è l’idea di aprire moltissimi negozi monomarca nelle aree geografiche che nei prossimi anni cresceranno di più, ovvero Cina, Paesi Arabi, Africa e via dicendo.

Insomma, Versace ha resistito. E resistono ancora Armani e Dolce&Gabbana, solo per citare i più grandi. Ma rimangono sempre di meno. Perché pensare ad una strategia globale diventa difficile, quando non si è riusciti a fare il salto dimensionale e manageriale necessario.

Le aziende del settore della moda sono quelle che in Italia hanno sofferto di più la crisi. Paradossale ma vero. Paradossale perché i ricchi continuano a comprare sempre il lusso italiano, ma le nostre aziende raramente si sono sapute adeguare alla realtà in movimento. Una volta scomparsi o invecchiati gli stilisti e le menti creative, le Maison molto spesso sono rimaste in mezzo al guado, vittime di una tradizione gloriosa e legate a fasti che non esistono più.

Una morìa che ha a che fare anche con la miopìa dei fondi italiani che, a parte il caso boom di Moncler, sono stati sempre troppo cauti nell’accompagnare la crescita di Maison impantanate. Generazioni che non sanno crescere, fusioni che per storia aziendale sono definite inconcepibili ed il gioco è fatto.

L’ultima che non ce l’ha fatta invece è stata Krizia. Mariuccia Mandelli evidentemente è rimasta sola, ed ha deciso di affidarsi ad un gruppo cinese leader del mercato asiatico, la società di Shenzhen Marisfrolg Fashion co. Ma ad approfittarne più di ogni altro sono stati i francesi, che sanno fare sistema come pochi altri. Lvmh ha comprato Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Loro Piana. Kering (ex PPR) ha preso Gucci, Brioni, Pomellato e Richard Ginori. Gli arabi non si sono fatti scappare Valentino e Pal Zileri.

Senza strapparsi i capelli, va detto che i marchi sono sempre stati valorizzati al meglio, le produzioni mantenute in Italia, le maestranze rinverdite. Il dramma vero è che la moda italiana sembra sempre più sola, incapace di guardare oltre le collezioni di stagione.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Vadria

Giornalista finanziaria e Mamma.

Latest posts by Vadria (see all)

Precedente Democrazia uppercut Successivo La grande bellezza della crescita

5 commenti su “Ne resterà soltanto uno. Forse

  1. Il dramma vero e che l abbigliamento non è piu status simbol. E soprattutto che i colossi come zara h&m e compagnia bella non permetteranno più la nascita di nuovi stilisti.
    si e chiusa un epoca la differenza sta solo fra chi lo ha capito e chi no.

  2. Surfer il said:

    Caro yum-ETTO,

    Tu sai bene cosa c’è “dietro al laboratorio”. E, soprattutto, a cosa serve!

    “Molti vedono -anche la pubblicità nei e sui media- ma non si fanno domande”. Incassano, con buona pace.

    Uba, Uba!

  3. Surfer il said:

    …” La crescita del settore del lusso nella prossima decade sarà di natura prevalentemente organica (2/3 del totale) e vedrà il consumatore “al centro”, quale motore principale di questa crescita “…

    Il True Luxury Global Consumer Insight,

    -[ http://www.altagamma.it/sezione2.php?Id=46&Lingua=ita

    1- Comunicato Stampa Altagamma Consumer and Retail Insight 2014

    http://www.altagamma.it/temp/0602092817145881568file.pdf

    2- Rassegna Stampa Altagamma Consumer and Retail Insight 2014

    http://www.altagamma.it/temp/0602092817145881568file.pdf

    3- True Luxury Global Consumer Insight – Sintesi del rapporto

    http://www.altagamma.it/temp/0602542804145881536file.pdf ]-

    condotto con Boston Consulting Group (BCG) su un panel di 40.000 intervistati in oltre 20 Paesi, si focalizza sul Consumatore di “alta gamma”.

    Il resto del mercato è dato come mancia; da un pezzo – volendo o non volendo.

    Lo studio in esame prende in considerazione un target di circa 380 milioni di Consumatori, focalizzandosi su una “élite” di 32 milioni di Consumatori “core” del lusso, con spesa media annua di €30.000, evidenziandone la multiformità nei comportamenti di acquisto e nelle modalità di ricerca e di condivisione delle tendenze.

    Gli analisti si aspettano che i “marchi del lusso” si integrino “a valle” maggiormente nei prossimi anni. Tre le ragioni fondamentali di tale integrazione:

    – la crescita sarà prevalentemente “organica”, ed il necessario passaggio da “wholesale” a “retail” farà crescere fatturati e risultati;

    – la gestione integrata del “canale online e fisico diventa essenziale”;

    – la “difesa del marchio” diventa questione “di vita o di morte”.

    Il nuovo Consumatore “globe trotter” è attento alla provenienza dei prodotti e ricerca l’esperienza d’acquisto anche al di fuori del proprio Paese.

    Un Consumatore ormai immerso nel “mondo digitale”, sensibile al passaparola ed ai vari social media. Utilizza internet per ricercare informazioni, comparare prezzi e per stabilire un punto di contatto e scambio con i brand.

    Il “punto vendita” rimane centrale, con caratteristiche diverse in base all’età del target e al Paese.

    Queste saranno le leve da utilizzare, con attenzione:

    – focus su “qualità ed esclusività” per garantire la difesa e lo sviluppo del brand a livello globale;

    – advocacy come pilastro di una strategia di comunicazione omni-media efficace;

    – canale digitale come controparte del canale fisico in un’ottica sempre più integrata;

    – “made In Italy” asset fondamentale su cui costruire e sviluppare il brand.

    L’Altagamma Retail Evolution,

    -[ http://www.altagamma.it/temp/0602372831145881534file.pdf ]-

    realizzato insieme ad EXANE BNP Paribas, analizza invece l’evoluzione e le prospettive delle strategie retail delle Imprese.

    La ricerca è basata su ricerche empiriche e sull’elaborazione dei dati pubblici di un centinaio di Aziende quotate e non, per un totale di 12.500 punti vendita.

    I “brand di alta gamma” si sono progressivamente trasformati in retailers. La crescita degli spazi retail ha contribuito per circa il 30% alla crescita dei consumi e dei fatturati dei beni di lusso per la persona dal 2005 al 2013.

    Dei 12.500 negozi monomarca del 2013, 9.000 sono nei primi 10 mercati: USA, Cina, Giappone, Sud Corea, Francia, Italia, Taiwan, Regno Unito, Arabia Saudita, Germania.

    Nel retail l’imperativo è: aumentare la produttività di ogni singolo negozio!

    La produttività degli spazi retail varia in funzione della categoria di prodotti, della forza del brand e delle dimensioni del negozio.

    I “mega brand” hanno una posizione di vantaggio, perché possono spendere più dei concorrenti in comunicazione, e questa spesa accresce la produttività degli spazi.

    I “negozi a livello di strada” sono particolarmente importanti in Europa, i “department store” sono importantissimi in Giappone, Sud Corea, Francia e Regno Unito, gli “shopping mall” contano poco in Europa tranne che in Russia e sono aSSai rilevanti in USA, Brasile, Medio Oriente, Cina, Hong Kong e Singapore.

    Il “canale degli alberghi” è importante in India ed anche a Singapore e Sud Corea.

    Nel “canale outlet” i monomarca hanno notevole rilevanza negli USA e in Giappone.

    Le Aziende Americane utilizzano più di tutte il “canale outlet” e sono le più-PIU’ aggressive nella gestione commerciale dei Loro brand. Non c’è partita, con Loro.

    Le previsioni degli analisti sono le seguenti:

    – i 380 milioni di Consumatori del lusso che spendono oggi circa €730B in lusso personale ed esperienziale, diventeranno 440 milioni nel 2020 con una spesa complessiva che raggiungerà gli €880B.

    La crescita sarà prevalentemente guidata dai consumatori “core” con 10 milioni di nuovi consumatori al 2020 ed un mercato accresciuto di €85B.

    – il consumo di beni di alta gamma per la persona sono previsti in aumento dai €217B di oggi a 310 nel 2020 (di cui 44 in distribuzione online);

    – i punti vendita monomarca – che erano 12.500 nel 2013 – nel 2020 dovrebbero diventare 16.000;

    – nel 2020 la “distribuzione diretta” crescerà dal 31% al 40% del totale, mentre il “franchising” calerà dal 10% al 6%, i “department store” dal 23% al 19%, il “wholesale” resterà al 36%.

    P.s: la “casa”-marca oggetto del topic della Valeria (che saluto), attualmente (ops … da un pezzo, ormai) è “OFF” dal circuito che CONTA. E tale rimarrà se non si libererà, oltre che delle (solite) “trombette e/o pennette”, anche e SOPRATTUTTO …

    (ma questa è un’altra storia…).

    ✍✓ _s-U-r-f-E-r_ ✍✓

  4. yuma il said:

    @ Andrea
    L artigianato non può assolutamente produrre i fatturati necessari. Sicuramente si prenderà la rivincita in quanto sinonimo di qualità e quindi di servizio. E si ricomincerà da capo. Ma non iludiamoci in un ritorno ai fasti del passato. È piu o meno un qualcosa che ripete l affacciarsi sulla scena della macchina a vapore
    @ surfer
    il tuo uba uba non è un caso vero.? Accipicchia non ti sfugge niente eh ?:-)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.