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Nel mondo di Roald Dahl e delle sue infinite storie

Roald Dahl

(ha collaborato a questa recensione Karin Alberti, libraia in aspettativa, ma non pentita)

In una delle sue numerose interviste presenti in rete, osserviamo un anziano signore, alto, un po’ claudicante nell’incedere, che attraversa il giardino della sua abitazione a Great Missenden, poco fuori Londra, ed entra in una casupola con la porta gialla (“a tiny dismal shed”, un piccolo disgraziato casotto, secondo il New York Times): una rimessa di pochi metri quadrati, dove si accomoda nella sua poltrona, mette un inglesissimo plaid sulle gambe, sistema davanti a sè uno scrittoio di legno fatto a mano; poi si versa del caffè, tempera le sue sei matite ed inizia a fare quello che sa fare meglio: inventare storie.

Stiamo parlando di Roald Dahl (1916-1990), uno fra i più grandi story-teller del nostro tempo, genio del racconto e inventore di personaggi ormai leggendari, come Willy Wonka, il GGG, Matilde, il Fantastico Mr. Fox.

Roald Dahl

Figlio di genitori norvegesi, il suo nome è un omaggio all’esploratore Amundsen; e Roald effettivamente ha un’esistenza piuttosto rocambolesca ed avventurosa: prima, giovanissimo, gira l’Africa per conto della Shell, a controllare piattaforme petrolifere; poi, scoppia la guerra e si arruola nella RAF, pilotando aerei da guerra; precipita, si infortuna, deve curarsi per un anno e poi rientra in servizio, ma di nuovo si ritrova in ospedale. Viene spedito a Washington, dove si occupa di spionaggio (fa la spia, insomma).

E’ negli Stati Uniti che incontra C.S. Forester, che gli chiede di scrivere storie di guerra e di spionaggio; come lo stesso Dahl racconta, gli viene chiesto di mettere giù una bozza, uno schema di racconto, in pochi punti; lui dice “ok, lo faccio” e manda un racconto intero, perfetto, pronto per la pubblicazione, tanto che Forester gli spedisce un assegno di 1000 dollari e gli dice:

“non sapevi di essere uno scrittore?”

Inizia così l’avventura di questo talento della narrazione, e il libro di cui trattiamo oggi ne rappresenta senza dubbio l’apoteosi: è la raccolta di tutti i suoi racconti (Tutti i Racconti, Longanesi, pagg. 811, Euro 24): uno di quei libri da portarsi su un’isola deserta, secondo Antonio D’Orrico, che su La Lettura ha definito lo scrittore inglese una “macchina da storie”.

La raccolta

Questo libro riunisce in un solo volume precedenti raccolte di racconti dello scrittore, dai più datati di “Over to You”, storie di guerra pubblicate nel 1946, a quelli più recenti (Tales of the Unexpected, del 1980): la “macchina da storie” non risparmia niente e nessuno, anche se potremmo senz’altro dire che il primario interesse di Dahl, come di tutti i narratori, siamo noi, la società in cui viviamo ed i rapporti umani che costruiamo: il mondo della coppia, la vita quotidiana, le vicende di varia umanità che ci riguardano, il tutto raffigurato in maniera precisa, talvolta perfida talaltra cinica, spesso grottesca, beffarda o orrida.

Ne “L’affittacamere” ad esempio, in pochissime pagine Dahl si mostra un disincantato maestro del brivido (ricorda molto in questo l’atmosfera di certi telefilm di Alfred Hitchcock – cui peraltro Roald vendette alcune storie, negli anni Cinquanta), raccontando di un misterioso Bed & Breakfast a Bath, gestito da una signora che era

“…estremamente garbata e aveva l’aspetto spiccicato della madre del tuo migliore compagno di scuola che ti accoglie in casa per ospitarti per le vacanze natalizie…”

ma che, naturalmente, riserverà qualche sorpresa, in un magistrale racconto del non-detto, senza una goccia di sangue, ma ugualmente inquietante nella sua fredda eleganza.

Incontriamo anche Mr. Boggis (“Il diletto del pastore”), un antiquario londinese che si traveste da prete e batte la campagna inglese in cerca di pezzi di valore; e lo trova, un pezzo di valore: un mobile che varrebbe l’intera esistenza di ogni antiquario, ma ….poi dovrete leggere, per capire perché, dove e come si inceppa lo straripante artifizio retorico usato dal prete-antiquario per comprare il pezzo a poche sterline.

C’è il bulgakoviano “William e Mary” (storia che ricorda gli esperimenti del dottor Preobrazenskj, di cui abbiamo già discusso), ma che in fondo è una beffarda rappresentazione dei rapporti di coppia, come anche la storia dei coniugi newyorkesi Forster in “L’ascesa al cielo”.

Vediamo l’incipit del talentuoso e spassosissimo “Cagna”:

“Finora ho dato alle stampe un solo episodio dei diari di zio Oswald. Riguardava, come alcuni di voi forse ricorderanno, il concorso carnale fra mio zio e una lebbrosa siriana nel deserto di Sinai. Sei anni sono trascorsi dalla sua pubblicazione e nessuno si è mai fatto avanti per sollevare obiezioni. Mi sento pertanto incoraggiato a diffondere un altro episodio da quelle pagine curiose. Il mio avvocato me lo sconsiglia”.

Accade che in questo episodio lo zio Oswald incontri un improbabile scienziato dell’olfatto che gli propone di produrre in laboratorio l’odore che scatena l’istinto sessuale incontrollato, con il quale i protagonisti vorrebbero “comandare l’umanità”; con garbo e grande classe, Dahl padroneggia questa materia infida e scabrosa dell’istinto animale degli uomini, o, forse meglio, dei maschi: lettura godibilissima e molto attuale.

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In “A proposito di maiali” sono anticipate di decenni le tematiche dell’allevamento intensivo e del consumo di carne, con una rocambolesca storia ambientata negli Stati Uniti, mentre nel bellissimo “Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra” troviamo, nel retrobottega di in una libreria in Charing Cross Road, due strani personaggi che trafficano nel torbido ed hanno architettato un enorme sotterfugio milionario; ecco Mr. Buggage:

“La parola che saliva immediatamente alle labbra era <<sordido>>. Era tozzo, panciuto, calvo, flaccido, e quanto al viso le sue fattezze si potevano al massimo divinare, perché la vista non poteva quasi nulla. Il volto era coperto da una boscaglia di peli neri, ispidi e leggermente ricciuti, in omaggio a una consuetudine stolta e, sia detto fra parentesi, anche piuttosto sudicia. Perché tanti maschi preferiscano celare i propri lineamenti tascende la comprensione di noi comuni mortali”.

E la sua socia, assistente ed amante, Miss Tottle:

“L’aspetto fisico di Miss Tottle, se valutato secondo i più elevati parametri, era scoraggiante. A dire il vero era scoraggiante sotto qualsiasi parametro. Aveva il viso allungato ed equino ed il colore dei suoi denti, per giunta molto lunghi, tendeva allo zolfo”.

Interrogato sul perché della sua predilezione per i racconti, Dahl ha riferito che ha sempre avuto l’ossessione di annoiare il lettore e quindi ha sempre proceduto, nelle varie riletture di ciò che scriveva, ad accorciare, ridurre, togliere tutto il superfluo, fino a lasciare solo lo stretto necessario: e questo stretto necessario, sia ben chiaro, è brillante letteratura, davvero.

Approfondire la conoscenza di Roald Dahl ci restituisce un personaggio molto particolare, forse lontano dall’affabulatore stralunato e un po’ naif che ci aspetteremmo leggendo i suoi libri: “l’ispirazione non c’entra nulla con lo scrivere: scrivere è mettere il tuo didietro sulla sedia e lavorare duro”. E d’altronde, questo duro lavoro si vede bene: la sua scrittura è perfetta, razionale, senza sbavature, frutto di un lavoro preciso e metodico.

Roald Dahl qualche critica l’ha pure ricevuta, attirandosi alcune accuse di essere maschilista e bigotto (ma siamo pur sempre di fronte ad un signore del 1916) e fu perfino protagonista di alcune dichiarazioni anti-sioniste, con risvolti anti-semiti, per le quali la sua famiglia si è scusata pubblicamente, come riporta il New York Times (1).

Forse la grandezza di questo personaggio, come già accaduto con Harper Lee ed il suo To Kill a Mockingbird, sta proprio nel fatto di essere protagonista delle letture dei ragazzi, e con questo di riuscire a propagare e rinnovare la bellezza delle sue storie per generazioni e generazioni e milioni di lettori.

“Scrivere per un adulto è diverso dallo scrivere per i ragazzi. Gli adulti chiudono il libro e lo mettono in libreria, i ragazzi lo rileggono 4, 5, fino a 15 volte”

ha dichiarato il nostro; effettivamente il piacere di leggere storie è quello che ci lega a questo autore, e a questo libro in particolare: prendetelo anche a piccole dosi, portatelo con voi sempre, non vi pentirete.

 

(1)ognuno potrà approfondire la questione e farsi un’idea al riguardo; noi riportiamo le parole di Steven Spielberg, che diresse la trasposizione cinematografica del GGG del 2016, al quale è stato chiesto un commento in merito: il grande regista ha parlato di un “paradosso”: se anche Dahl fosse stato anti-semita, la sua opera “dice l’opposto, abbracciando le differenze fra razze e culture, grandezze e lingue”.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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