Nemesi (parte seconda)

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“…Siamo sempre a Quarto Oggiaro, no?…che ci volete fare.”  (Nemesi)

Qualche giorno dopo, al funerale di Rocco Crisafulli ci sono quattro gatti, ad ulteriore conferma dell’oblio nel quale era caduto l’uomo assassinato al n.8  di via Lopez.

Le successive perquisizioni dell’appartamento famigliare e di quello del figlio sono un atto tanto dovuto quanto vano: non vengono rinvenute armi né null’altro che possa essere utile all’indagine. L’esame balistico del proiettile estratto dal cranio di Rocco Crisafulli evidenzia una sottile scalfittura lineare del proiettile: la pistola utilizzata, benché a canna liscia, deve avere quindi una corrispondente rigatura nella canna; un difetto che servirà ad identificare con certezza l’arma del delitto. Sempre che si riesca a trovarla. Invece sulla carta di caramella non è possibile rilevare alcuna impronta e dopotutto potrebbe essere caduta dalla tasca di qualunque inquilino o visitatore di passaggio, e la stessa cosa vale per il pezzetto di carta gialla

Intanto la stampa sta sollevando il consueto polverone su un quartiere che fatica a liberarsi di una nomea che dovrebbe essere di certo ridimensionata, ma fatti come questo riportano inevitabilmente alla luce anni ben più nefasti, mettendo in discussione qualsiasi recente affrancamento. Di conseguenza il magistrato è sempre più incazzato, il Commissario Saronni sempre più nervoso e il Vice Commissario Alberto Patané, benché abbia le spalle larghe, incomincia ad essere afflitto da un costante mal di testa.

Vengono contattati e interrogati tutti gli ex compari (perlomeno quelli ancora vivi e a piede libero), ma si conferma che da quando era uscito dal carcere poco prima di Natale il Crisafulli si era limitato a tornare al Bar Quinto a giocare a carte. Un testimone riferisce di uno screzio che per poco non è sfociato in rissa proprio in quel bar, tra il pregiudicato e un giovane sfaccendato appartenente al clan dei Tatone, il quale tuttavia giura, con l’avallo degli altri presenti, che hanno discusso per le carte e niente di più.

Qualcosa di più interessante scaturisce dall’interrogatorio del figlio. A parte che non ha un alibi per la notte dell’omicidio, parla del padre con evidente disprezzo definendolo un buono a nulla, un nessuno che era stato solo capace di farsi beccare e che in carcere non aveva imparato niente. Giuseppe Crisafulli ha i medesimi occhi di brace della madre ma sono piantati in una faccia sfuggente come quella del padre. Eppure è scaltro o molto fortunato, perché il suo probabile coinvolgimento in alcuni omicidi di mafia perpetrati negli ultimi cinque anni non ha mai potuto essere provato.

In ogni caso, tra gli affiliati delle famiglie che gestiscono lo spaccio nella zona si registra un certo nervosismo, e si teme l’avvio dell’ennesima faida.

E’ l’inizio di marzo. Dopo più di  un mese durante il quale i sospetti e le indagini si sono concentrate sul giovane Crisafulli il movente appare debole e soprattutto non c’è nulla che possa provare la sua presenza nell’androne del n. 8 in quella notte di fine gennaio.

Questo inverno impietoso continua ad infierire e nevica dalle prime ore del pomeriggio, a fiocchi larghi, leggeri e silenziosi. Un’ottima scusa per non tornare in viale Monteceneri e fermarsi invece a casa di Mariateresa.

“…Bianca Caroleo è una mia cliente, sai? Donna talmente riservata da suscitare inevitabili chiacchiere, senza dubbio alimentate dalla sua bellezza, più che dalle gesta passate del marito e attuali del figlio. Non hai idea delle cose che si sentono in un negozio di parrucchiera, soprattutto se si trovano due o tre comari assieme. Per esempio, hai presente la figlia morta per una dose di eroina tagliata male? Ecco, si mormora che sia stato il fratello, che a sedici anni già spacciava, a dargliela”.

Il Vice Commissario si è immobilizzato, gli obliqui occhi verdi da gatto stretti a fessura. Sta cercando di acchiappare un pensiero che gli è sfrecciato in testa, ascoltando le parole di Mariateresa.  Ha bisogno di parlare ancora con Bianca Caroleo, ma non vuole convocarla in Commissariato. Il giorno dopo le telefona e la sera stessa torna nell’appartamento in via Lopez, da solo.

La madre è chiusa in camera sua a guardare la televisione e Bianca lo fa accomodare in tinello, mentre prepara il caffè. E’ tranquilla e cortesemente distaccata.

Il Vice Commissario ha verificato che durante la permanenza in carcere del marito la signora gli ha fatto visita solamente tre volte durante i primi mesi, e il giorno della scarcerazione l’uomo è tornato a casa con un taxi.

“Da ciò che ho la presunzione di aver capito, signora Caroleo, non mi meraviglia il fatto che lei non sia andata a trovare suo marito in carcere. Mi stupiscono piuttosto quelle tre visite. Perché?

La donna riflette per un lungo momento, prima di rispondere.

“Ho voluto chiarire la mia posizione nei suoi confronti. Ci sono volute tre volte, perché mio marito non era particolarmente sveglio”.

Le chiede allora nuovamente del figlio, vuole definire meglio il motivo della rottura dei loro rapporti. Lei allora racconta la sua storia, da quando aveva quindici anni. Parla con calma, scegliendo con cura le parole, senza nessuna enfasi né turbamento: come se non la riguardasse, non più.

“Ci ho provato, ma non sono riuscita a distogliere mio figlio dal ricalcare le orme paterne, e mi è sfuggita anche mia figlia. Non ho potuto allontanarmi dal dolore per la sua morte, ma ho voluto prendere le distanze sia da mio marito che da Giuseppe e dalla vita che si è scelto fin da adolescente. Ho deciso di rinunciare ad entrambi”.

Fuori dai vetri il cielo è buio, e nella stanza ora si sente solo il ticchettio sommesso di un orologio a parete. Dalla camera accanto, arriva a tratti il suono attutito di un’assurda musichetta. Bianca si sporge attraverso il tavolo e vi posa i palmi delle mani dalle dita lunghe aperte a ventaglio, fissandole con espressione assorta. Il Vice Commissario attende, immoto ed attento.

“E’ ora di chiudere il cerchio, Vice Commissario. Chiedete a mio figlio di mostrarvi  il box in via Val Lagarina, è l’ultimo di una fila di garage interrati proprio dietro agli orti di Vialba, al confine con Novate. Lo ha comprato che abitava ancora qui con me, ed è intestato a lui perché non si fida di nessuno e si crede più furbo di tutti.  Lì potreste trovare le risposte che cercate”.

Lo sguardo di Bianca è ora ardente e tenebroso, e la donna torna ad appoggiarsi allo schienale della sedia, le mani intrecciate in grembo. Appare quieta e rilassata, ma al Vice Commissario fa pensare ad una pantera, in agguato nell’oscurità.

Avvisa immediatamente Saronni: domani mattina avranno il mandato di perquisizione e si muoveranno.

Torna a casa e steso sul divano nuovo, che ancora non sa mantenere l’impronta del suo corpo ma assolve egregiamente la nobile funzione di luogo di meditazione, sorseggia una birra e prova a riordinare le idee lasciandosi avvolgere dal malinconico disincanto di Mark Lanegan, uno che l’oscurità la conosce bene e la canta con quella voce opaca e notturna da divoratore di cocci di bottiglia e carta vetrata. Verso l’alba, alcune cose iniziano ad essere un poco più chiare e finalmente si addormenta, con lo stomaco che brontola perché tra una cosa e l’altra si è dimenticato di cenare.

Alle sette di una mattina umida e grigia, insieme all’Ispettore Rovelli suona il campanello di Giuseppe Crisafulli in via Val Trompia. E’ chiaro che lo hanno svegliato ed è ugualmente chiaro che non è a letto da molto. Quando gli mostrano il mandato di perquisizione si fa da parte e li invita ad entrare con un gesto beffardamente cerimonioso:

“…ancora? Ma prego, accomodatevi pure. Torno a dormire, svegliatemi quando avete finito. Penserà poi la donna delle pulizie a riordinare”.

“…no, non ha capito: non ci interessa casa sua, ma il garage di sua proprietà in via Val Lagarina”.

L’uomo impallidisce e qualcosa nel suo sguardo da animale braccato allarma Rovelli, che lo blocca prima che possa fare qualsiasi cosa:

“…si infili scarpe e cappotto e ci segua”.

In auto nessuno fiata. Rovelli guida veloce e la tensione dell’uomo che siede rigido sul sedile posteriore è palpabile.

In via Val Lagarina ci sono anche Saronni e il magistrato, che oggi pare un po’ meno incazzato. Il Crisafulli ora pare essersi afflosciato e apre il varco pedonale della basculante blindata (ed è già questa un’evidente anomalia, in quel contesto) con la mano che trema vistosamente.

All’interno della stanza bassa e angusta un interruttore sulla destra accende una fila di potenti lampade al neon. Le pareti sono attrezzate con delle comuni scaffalature metalliche che reggono poche scatole di cartone e alcuni raccoglitori di documenti. Una delle scatole contiene diversi panetti sigillati di eroina, un’altra svariate buste di pasticche colorate che la Scientifica provvederà ad analizzare. In una cassa di legno vengono rinvenute varie munizioni e cinque pistole accuratamente avvolte in panni, tutte con la matricola abrasa.

Si procede quindi all’arresto e il Crisafulli ammanettato, con lo sguardo dilatato e ottuso, la mascella cascante e le labbra semiaperte non è davvero un bello spettacolo.

Ed è di nuovo un’ora in cui la sera scivola verso la notte quando al Commissariato di via Satta finiscono di esaminare le carte contenute nei raccoglitori, che documentano incontrovertibilmente la responsabilità diretta del Crisafulli nella gestione di alcune bische in varie zone della città e dei suoi rapporti con un ramo di una nota famiglia mafiosa. Ma le sorprese non sono finite, perché salta fuori anche un esile quadernetto sul quale Chiara Galbiati, figlia ventenne di un mobiliere brianzolo sequestrata otto anni prima e trovata morta in una cascina abbandonata a Rescaldina, racconta della sua prigionia e di quel ragazzo di nome Giuseppe Crisafulli del quale si era incautamente fidata.

A quel tempo vi erano molti sospetti che gravavano sul giovane già noto alla polizia, ma le indagini non giunsero a provare alcun legame, a parte una breve frequentazione e sia il rapimento che il delitto rimasero irrisolti.

L’indomani, la perizia balistica su una delle pistole sequestrate, una Beretta 75, riscontra una rigatura all’interno della canna perfettamente  compatibile con il segno rilevato sul proiettile che ha giustiziato Rocco Crisafulli. E stavolta, è garantito che Giuseppe  dal carcere non uscirà mai più.

Durante i giorni successivi persino il magistrato sorride, si sono ritrovati tra le mani una faccenda enorme che consentirà di fare una discreta bonifica in diverse zone di Milano, e il caso è chiuso. Non lo è del tutto per il Vice Commissario, che ha ancora delle domande per Bianca Caroleo. La incontra di nuovo a casa sua, una sera dopo cena:

“Perché lo ha fatto? Lei odiava suo marito, e fatico a credere che la sua uccisione da parte di Giuseppe abbia alimentato un desiderio di vendetta nei suoi confronti: lei mi ha detto di avere “rinunciato” sia all’uno che all’altro, e sono sicuro che non abbia usato a caso questo termine. Allora, perché?”

La donna lo guarda e all’improvviso nei suoi occhi neri affiora una feroce determinazione, e quando si decide a parlare la sua voce densa e roca è un sussurro sibilante:

“Mio marito ha rovinato la mia vita e quella di suo figlio. E poi vede, qualche volta è vero quello che si dice: fu mio figlio a dare alla sorella quella maledetta dose di eroina che l’ha uccisa. Quando non rimane più nulla il pensiero della vendetta diventa un fiore prezioso che si coltiva nell’ombra, con cura e con pazienza. Finché non arriva il momento giusto, quello in cui finalmente si pareggiano tutti i conti. E dopo, Vice Commissario, resta solo l’amarezza, e la certezza che durerà per tutta la vita”.

“Cosa farà adesso, Bianca? Per quanto non si sia voluto rendere noto il fatto che la soffiata l’abbiamo avuta da lei, ciò che abbiamo trovato ha destato un putiferio, e lei potrebbe comunque correre qualche rischio”.

Bianca ora sorride senza nessuna allegria:

“E che me ne importa? Giustizia è fatta, e qualunque cosa succeda ne è valsa la pena. Comunque, lascerò Milano insieme a mia madre e andrò in un posto lontano, dal quale si veda il mare. Così è più tranquillo, Vice Commissario? E non ci pensi, non è una sua responsabilità”.

Il Vice Commissario getta un’ultima occhiata al tinello ordinato e accogliente, si alza e porge la mano a Bianca, ma la donna lo sorprende attirandolo a sé in un breve e ruvido abbraccio:

“…abbia cura di lei, Patané. E grazie di tutto”.

Ed è già sul pianerottolo, il Patané, quando dice:

“…un’ultima cosa, Bianca: lei ha le chiavi del box di via Val Lagarina?”

La donna lo guarda con un sorriso enigmatico:

“…ah, non mi ricordo. Sì, può essere che a suo tempo ne abbia fatto fare un duplicato: per ogni evenienza, sa. Devo controllare?”

“…no, lasci stare”,

ed era davvero la domanda conclusiva.

Cammina a lungo per le strade di Quarto Oggiaro, il Vice Commissario, le mani affondate nelle tasche del cappotto. Le nubi si stanno aprendo, e un pezzo di luna rischiara debolmente il cielo. Forse il tempo sta cambiando, forse siamo finalmente fuori da questo inverno vendicativo.

Il Commissariato di Via Satta vive il suo momento di gloria per l’operazione che ora passa all’Antimafia e agli altri Commissariati competenti per territorio e conduce all’arresto di molte persone e al conseguente smantellamento di un’organizzazione mafiosa che gestiva spaccio di droga e bische clandestine. Presto ne arriveranno altri e ricominceranno, e sarà il solito svuotare il mare con il cucchiaino, al Commissariato di via Satta lo sanno bene: ma intanto, sono soddisfatti e si godono il successo.

Il tempo scorre veloce e in maggio nelle aiuole rinverdite in mezzo ai palazzi occhieggiano margherite e bocche di leone,  e al mattino presto tra le fronde degli alberi agitate da una brezza leggera si sente il gentile rumoreggiare dei passerotti, mentre sui balconi ricompaiono i tendoni in pesante tela verde.

“…è arrivata una cartolina per lei, dottor Patané, ma sopra non c’è scritto niente”,

dice l’agente Lombardi porgendogli la posta.

“…e farti gli affari tuoi, Lombardi, no?…”

dice brusco il Patané, ma gli scappa un sorriso che si affretta a nascondere perché l’agente Lombardi non passerà alla storia per il suo acume ma è un brav’uomo.

Si chiude in ufficio e guarda la cartolina: raffigura una spiaggia lunga e bianchissima, il mare verde e cristallino. Arriva da Capo Verde, e anche se non c’è scritto niente sa benissimo chi gliela manda. Gli è capitato spesso di ripensare a Bianca Caroleo, donna affascinante e contorta. Avrebbe potuto divorziare, andarsene, lasciarsi alle spalle tutto, almeno provarci. Invece è rimasta a covare un rancore irrimediabile, e si è posta un obiettivo. Anzi, due.

Sapeva sparare bene, Bianca Caroleo, perché all’indomani dell’arresto del marito si era iscritta al Poligono di Tiro di via Papa e un istruttore ormai in pensione si ricordava ancora di lei, e come dimenticare una donna così bella? Ma questa era un’informazione che il Vice Commissario Alberto Patané si era tenuto per sé. Così come aveva taciuto sul fatto che Bianca aveva in casa delle caramelle al rabarbaro, quelle caramelle un po’ antiquate, quadrate e piatte, avvolte in una sottile carta trasparente stampata a caratteri marroncini, identica a quella trovata per terra nell’androne della scala B la notte dell’omicidio di Rocco Crisafulli. Aveva scorto una ciotola di cristallo che ne era colma sul tavolino davanti al televisore, nel tinello odoroso di caffè e di cera per i mobili, la prima sera che aveva fatto visita alla donna da solo, e la volta successiva la ciotola era scomparsa.

Stentava a comprendere certi annosi rancori, il Vice Commissario. Lui, con quella latente irrequietezza che sovente se lo portava via, non avrebbe mai trovato la pazienza necessaria per la vendetta. Eppure, aveva taciuto su queste cose e lo aveva fatto senza incertezza né imbarazzo: perché in fondo, giustizia era stata fatta.

 

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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