Nemesi

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E’ mezzanotte e mezza e il vento di tramontana fischia tagliente e rabbioso tra le case. Il sottile strato di nevischio che ha imbiancato appena le strade della periferia milanese, senza riuscire ad ingentilirla, sta rapidamente ghiacciando.

Passa qualche rara auto, non c’è nessuno a piedi: fa troppo freddo. L’uomo procede su via Simoni con estrema cautela per non scivolare su quella neve indurita e rilucente, è quasi all’angolo con via Lopez, ormai è a casa e tira un sospiro di sollievo, domandandosi chi mai gliel’ha fatto fare di uscire a piedi per andare a giocare a carte al Bar Quinto, in via Pascarella.

E’ davanti al portone della scala B,  sta per entrare ma si ferma, immobilizzato dallo stupore.  Subito dopo, il silenzio della notte gelida è squarciato da uno sparo. Uno solo, secco, conclusivo. Poi, di nuovo il silenzio, greve e compatto.

Qualche tapparella si solleva piano, ma qui la gente è abituata da troppo tempo a farsi gli affari propri. Ci penserà la polizia, domani.

Quarto Oggiaro, periferia riottosa ed ostica, nonostante gli sforzi ed i pur evidenti  risultati ottenuti grazie alla caparbia volontà di riscatto dei Comitati di Quartiere, all’intervento concreto di qualche amministratore attento e lungimirante e all’impegno quotidiano delle forze dell’ordine.

E davvero rispetto ai decenni precedenti, quando questo posto veniva definito da qualche poeta della cronaca nera il Bronx, Barbons City o Quarto Raggio la situazione generale è migliorata: gli spacciatori oggi sono meglio organizzati e un poco più discreti, dalla fine degli anni ‘90 le famiglie malavitose si sono suddivise il territorio per lo smercio al dettaglio e cercano di non intralciarsi e di non pestarsi i piedi. Ciononostante, o per vecchi rancori che riaffiorano o a causa di lotte di successione, ogni tanto ci scappa il morto. In più, si aggiungono i consueti, seppur più contenuti, episodi di microcriminalità giovanile, e le ingerenze di alcuni extra comunitari e albanesi: meno rigidamente strutturati, più chiassosi e più rissosi, sono specializzati in scippi e rapine. Molti palazzi sono stati rimessi a nuovo e i cortili ripuliti e piantumati, ma vi sono ancora vie dove resiste il degrado, tra muri scrostati, cancellate divelte, sporcizia e rifiuti abbandonati.

Insomma, al Commissariato di via Satta non avanza mai tempo per un poco di sano ozio, e il Vice Commissario Alberto Patané lo sa bene.

Sono appena le cinque e mezza di una mattina glaciale e ancora buia di fine gennaio, l’ultimo dei tre giorni della merla, quando viene risvegliato dal cicalino modulato e fastidioso del cellulare che vibrando cade dal comodino, e seguita a squillare sul pavimento con ostinata efficienza. Butta di scatto le gambe dalla parte sbagliata del letto, il Vice Commissario, non ricordandosi di non essere a casa sua, e così facendo travolge e scaraventa bruscamente fuori dal sonno  e quasi fuori dal letto l’innocente Mariateresa, non ancora avvezza ai bruschi risvegli di un funzionario di polizia…

Si sono conosciuti all’inizio di gennaio sul ponte di San Cristoforo sul Naviglio, in una notte in cui entrambi avevano obbedito all’esigenza di compiere un gesto simbolico proprio in quel luogo per sancire il distacco definitivo da una storia chiusa dolorosamente: lei aveva gettato nelle scure acque del Naviglio l’anello di fidanzamento di un uomo che si era rivelato infedele e meschino, lui si era finalmente liberato del senso di colpa per non aver potuto impedire il suicidio di una donna annientata, della quale si era vanamente innamorato.

Era stato un incontro singolare e non privo di una certa suggestione, e forse nemmeno casuale, posto che esista qualcosa di casuale. Il sole che avevano visto sorgere vittorioso e sfolgorante in Piazza del Duomo, in compagnia dell’ex cronista di nera del CorSera Arturo Giacometti, che il Patané conosceva da tempo e che si trovava casualmente a passare di lì poiché insonne, era apparso a tutti e tre carico di messaggi non ancora chiarissimi.

Del resto il Vice Commissario, che per inclinazione naturale ama crogiolarsi in domande alle quali difficilmente si possono trovare risposte certe, si è ritrovato a riflettere sul significato recondito di quella notte che aveva intessuto una trama incrociando i fili dei destini di tre persone.

Per quanto riguarda lui e Mariateresa, in virtù di qualche tacito ed assennato accordo si stanno maneggiando con reciproca cautela: per il momento, lei intuisce l’irrequietezza ma anche l’onestà dell’uomo e le piace rifugiarsi nei suoi abbracci avvolgenti, senza bisogno di ulteriori rassicurazioni. Lui trova pace nella sua genuina e pragmatica semplicità, ed apprezza i silenzi colmati dalla confortante vicinanza della sua persona.

…il Vice Commissario, quasi del tutto sveglio, è riuscito ad afferrare il telefono e a rispondere:

“Patané, abbi pazienza, sono Saronni. C’è un cadavere al numero 8 di via Lopez, ha telefonato in Commissariato un inquilino che è infermiere all’Ospedale di Vialba ed usciva perché inizia il turno alle sei. Ci vediamo lì appena puoi, ma sbrigati. Poiché si tratta senza possibilità di dubbio di omicidio, la Scientifica e il Magistrato sono stati avvisati e l’Ispettore Rovelli è già sul posto”.

“Arrivo”,

risponde ormai del tutto sveglio.

Saluta con un bacio lieve e distratto Mariateresa, i pensieri già altrove, ma lei non se la prende, lei capisce.

Appena fuori dal portone il Vice Commissario si dirige verso l’auto con la testa incassata nelle spalle, riparando con la mano bocca e naso per mitigare la temperatura dell’aria prima che raggiunga i polmoni. In quel momento torna con un pensiero istintivo alle sue origini siciliane e si sente profondamente uomo di mare, sbalzato da un destino pasticcione in una città fredda e ingrata, e invidia il Commissario Montalbano che di sicuro a Vigata non possiede nemmeno un cappotto.

Arriva in via Lopez che i bocchettoni del riscaldamento all’interno della vettura soffiano ancora aria fredda e quando pochi minuti dopo giunge anche il Commissario Saronni, che abita lì vicino, lo guarda stranito chiedendosi come abbia fatto ad arrivare così in fretta da Viale Monteceneri.

Il Magistrato incazzato e infreddolito osserva senza turbamento il corpo dell’uomo disteso sulla lastra di ghiaccio del marciapiedi, proprio davanti all’ingresso della scala B.

Palazzi stretti e grigi, di quelli ripuliti, dentro un ampio cortile cintato con pochi alberi ora spogli tra un edificio e l’altro. Alcuni balconi sono completamente chiusi da pesanti teli di plastica opaca e polverosa, con l’evidente scopo di allontanare il freddo dalle mura di casa. Qualcuno si affaccia alla finestra, adesso che sono arrivati tutti quanti si può anche guardare.

Il morto ha la patente nella tasca del pesante giaccone, ma Saronni e Patané non hanno bisogno di controllarla per riconoscere Rocco Crisafulli, boss di medio calibro tra gli spacciatori negli anni ‘90, oggi in disarmo dopo che fu condannato a vent’anni di galera per vari reati tra cui un omicidio, ed evitò l’ergastolo poiché non fu possibile provare i suoi supposti legami con la mafia. La pena fu in seguito abbreviata a diciotto anni per buona condotta, e a sessantacinque anni il Crisafulli aveva lasciato il carcere di San Vittore giusto in tempo per trascorrere il Natale in famiglia. Quel che ne restava, perché dei due figli il maschio aveva seguito le orme paterne con cinica determinazione ma con maggiore spregiudicatezza e a trentun anni aveva già dei discreti trascorsi, ma la figlia era entrata in un brutto giro ed era morta per una dose di eroina tagliata male a diciotto anni. Successe nel 2006, mentre il padre era in carcere, e quella partita di droga finita sui marciapiedi di Quarto Oggiaro aveva ammazzato altri cinque ragazzi.

La moglie di Rocco, più giovane di lui di quindici anni, bellissima ed estremamente schiva, dopo l’arresto era rimasta nell’appartamento di via Lopez ed aveva continuato a fare la commessa ai Grandi Magazzini Coin di Piazzale Loreto, fino alla chiusura dello storico esercizio avvenuta alla fine dell’anno, e da gennaio era stata trasferita alla filiale di Corso Vercelli.

Quando il Crisafulli fu rilasciato, per precauzione Saronni decise di tenerlo d’occhio, ma l’uomo non aveva fatto nulla che facesse ipotizzare l’intenzione di rientrare nel giro. Eppure, stanotte qualcuno gli ha sparato: un colpo solo in fronte, preciso e micidiale, e il proiettile calibro 22 si è conficcato nella scatola cranica, e lì è rimasto. Secondo il medico legale, la morte deve essere avvenuta tra le ventitré e le tre ed è stata istantanea. Il foro nel mezzo della fronte ha fissato sul suo volto vagamente bovino un’espressione attonita.

Nella serratura del portoncino della scala sono infilate delle chiavi, il che fa supporre che l’uomo abbia aperto e si sia trovato di fronte il suo assassino, come confermerebbe anche la posizione a terra del corpo. Il Vice Commissario Patané entra nell’androne, un semplice e ristretto pianerottolo con la rampa di scale che sale agli appartamenti e quella che scende nelle cantine. L’unica plafoniera posta al centro del soffitto non funziona, e così sia l’ingresso che il pianerottolo del piano terra sono a malapena rischiarati dalla luce del lampione sul lato opposto del marciapiede. Si guarda attorno con la torcia accesa. E’ abbastanza pulito e aleggia un vago odore di candeggina; in terra ci sono solo un pezzetto di carta gialla e una cartina trasparente stampata a caratteri marroncini come quelle di certe caramelle. Un funzionario della Scientifica sta raccogliendo e imbustando i due reperti con annoiata diligenza.

L’infermiere che ha rinvenuto il corpo non ha niente di interessante da riferire: conosceva il morto, o almeno sapeva chi fosse, come si affretta a precisare, ma non ha sentito nulla: fa turni pesanti e ha il sonno duro. Più tardi, si scoprirà che in quel palazzo tutti gli inquilini hanno il sonno duro, o sono anziani e un poco sordi.

Le porte dell’angusto ascensore al pianoterra si aprono con un cigolio stanco, esce l’Ispettore Rovelli insieme ad una donna che Patané intuisce essere la moglie, benché ne abbia solo sentito parlare. E’ di statura elevata, attorno al metro e ottanta, snella e flessuosa, e anche leggermente scarmigliata e con indosso un’anonima tuta di felpa grigia ha un aspetto altero e regale.  Ha i capelli lunghi, scuri e ondulati che incorniciano un volto  spigoloso ed intenso dall’incarnato pallido, un poco segnato.  Il naso è dritto e breve, le labbra piene, e le sopracciglia marcate danno grande risalto agli occhi neri e brillanti, leggermente infossati.

Mormora un saluto al gruppo di persone che la accoglie con sguardi di mal dissimulata curiosità e si sporge ad osservare il cadavere appena fuori dal portone.

“Sì, è mio marito, e quelle nella serratura sono le sue chiavi”,

e la sua voce, profonda e raschiante, quasi mascolina, non ha un tremito, come lo sguardo fermo che rivolge agli astanti.

Quando il cadavere viene rimosso è ormai giorno: è una mattina livida e il cielo biancastro e basso potrebbe collassare da un momento all’altro sulla città, o almeno su questa periferia.

Sulla strada passa un rumoroso automezzo per la raccolta dei rifiuti, è uno di quelli piccoli e la benna è già colma. Un sacco nero mal sistemato precipita a terra e nell’urto si squarcia, spargendo schifezze colorate sull’asfalto. L’autista tira dritto, non se ne è accorto o non gliene frega niente.

Il Vice Commissario sale al quarto piano insieme all’Ispettore Rovelli per parlare con la vedova, e quando la porta si apre vengono investiti da un fragrante aroma di caffè appena fatto.

“Accomodatevi, ho pensato che un poco di caffè farà bene a tutti”,

dice la donna e ora che si è rassettata e vestita esibisce suo malgrado una bellezza sbalorditiva e felina, ed è difficile immaginarsela accanto all’uomo basso e tarchiato, il volto largo e flaccido dominato dal naso rotto da ex pugile, senza stupirsene.

Il Vice Commissario negli anni trascorsi in questo quartiere complicato si è più volte imbattuto nelle compagne di criminali di vario grado: di fronte  alla morte alcune piangono senza ritegno il marito e padre esemplare,  poco importa se era uno spietato assassino, altre soffrono con muta, indurita dignità e forse più per la vita incautamente dissipata che per la perdita, altre ancora non hanno lacrime da versare, perché sono anni che si preparano a questo momento, e quando accade sono pronte.

Bianca Caroleo, nata nella Piana di Gioia Tauro negli anni in cui il cartello di ingresso del suo paese, Rosarno, era crivellato di colpi di arma da fuoco, appartiene senz’altro a quest’ultima razza.

Era arrivata in questa periferia milanese che aveva due anni, all’epoca in cui il padre aveva incominciato a lavorare nello stabilimento Alfa Romeo al Portello.

Aveva conosciuto Rocco Crisafulli a quindici anni, e lui ne aveva già trenta, era un amico di suo padre. Non era bello nemmeno allora ma con lei era gentile e protettivo, tirava di boxe alla palestra Ursus ed era un ammiratore di Sandrino Lopopolo, il grande campione nato a Quarto Oggiaro. Ma Rocco aveva smesso di sognare il pugilato molti anni prima, e aveva preso un’altra strada. Bianca lo aveva sposato tre anni dopo, influenzata in parte anche dalle insistenze del padre che trattava il fidanzato con deferente rispetto.

Fu vivendogli accanto che comprese con chiarezza quale fosse la strada percorsa da suo marito, e che i soldi con i quali vivevano non provenivano dall’onesto lavoro nella piccola officina meccanica che Rocco gestiva con un socio. Allora provò vergogna per la bella macchina, per i bei vestiti e per tutto quello che aveva. Fu allora che incominciò a lavorare come commessa da Coin, nonostante le resistenze del marito.

In realtà Rocco aveva  confusamente percepito, pur nella sua grossolana pochezza, che sua moglie non gli sarebbe mai appartenuta, e la sua algida bellezza, che a volte lasciava intuire un pericoloso fuoco sotterraneo, lo intimidiva. Si era perciò dovuto accontentare dei due figli che gli aveva dato e della sua sempre più indifferente presenza tra le mura domestiche.

L’appartamento di via Lopez è pulito e ordinato, arredato con sobrio buon gusto. E’ del tutto evidente che è la casa di Bianca, non è casa Crisafulli: del resto, il marito ha passato gli ultimi diciotto anni in carcere, il figlio si è trasferito in via Val Trompia otto anni fa quando si è sposato e vi abita tuttora, anche se si è separato poco dopo. Bianca vive con la madre: sulla settantina, alta e secca, ha un piglio energico ed autorevole e da giovane deve essere stata bella come la figlia, ma di quella bellezza ora conserva solamente una sorta di fiera inaccessibilità.

Il quadro familiare si delinea nitidamente nella mente del Vice Commissario, che ascolta le dichiarazioni delle donne ed intuisce facilmente le parole non dette: per esempio, comprende che Bianca e la madre si sono da anni dissociate dai due maschi di casa, con i quali i rapporti si erano ridotti al minimo.

“Devo chiederle dove si trovava questa notte, tra le ventitré e le tre, signora…”

e il Vice Commissario cerca gli occhi neri di Bianca, che sostengono lo sguardo senza imbarazzo e senza emozione:

“…qui, in casa. Mi capita di prendere dei tranquillanti per dormire e quando succede, come ieri sera, non sento nemmeno le cannonate”.

“E’ vero, si è coricata alle dieci e si è svegliata solo quando  siete arrivati voi. Io invece dormo poco da anni e sto nella stanza accanto a quella di mia figlia. Ho sentito quel rumore, era mezzanotte passata da un bel pezzo, ho pensato a un petardo. No, non mi sono incuriosita o spaventata, macché. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, no?…che ci volete fare”.

…già, che ci volete fare? Occorrerà aspettare sabato prossimo per sapere come va a finire. Del resto, un’indagine ha i suoi tempi, no?

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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