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Non solo Canada per l’emigrazione cinese

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Vancouver ha portato agli estremi i concetti di globalizzazione e di multiculturalismo. Nella sua area metropolitana di 2,3 milioni, il 30% degli abitanti è cinese, più della meta è asiatica e la stessa percentuale non usa l’inglese nei colloqui in famiglia. Interi quartieri espongono lanterne rosse, negozi aperti 24 ore, ristoranti che servono dim sum. L’intera struttura sociale della città è cambiata da quando, negli anni ’80, Ottawa ha concesso un facile ottenimento della residenza per gli emigrati asiatici. Il paese aveva compreso che il suo assetto sociale era forte abbastanza da non dover temere l’immigrazione. Alcuni milioni di asiatici, nelle intenzioni del governo, avrebbero potuto dare forza a un paese, vasto, ricco, ma scarsamente popolato. L’esperimento ha funzionato e da molti anni e Vancouver – come le altre grandi città canadesi – è sempre ai vertici mondiali per la qualità della vita. Assimilazione, rispetto della diversità, estensione dei diritti, democrazia consolidata hanno reso il Canada una meta agognata per i Cinesi, più di altri magneti come gli Stati Uniti, l’Australia o Singapore. All’inizio l’immigrazione ha avuto luogo da Hong Kong, successivamente dalla Cina continentale, un moto inarrestabile che riusciva a superare le richieste economiche del Governo federale. Secondo uno schema consolidato, era sufficiente detenere 1.600.00 dollari canadesi (circa un milione di Euro) e depositarne la metà (con rimborso dopo 5 anni senza interessi) presso il governo ospitante per assicurarsi il permesso di residenza per l’intera famiglia e la possibilità di richiedere la cittadinanza. L’ostacolo è risultato innocuo per i ricchi cinesi, desiderosi di investire in un luogo bello e sicuro, di garantire ai figli la vicinanza alle Università migliori, di imparare l’inglese, di dare un indirizzo a risparmi che era meglio dileguare.

Inondato da richieste cinesi, il governo canadese ha deciso di bloccare le domande di immigrazione nel 2012. Quelle concesse, basate sull’anno precedente, sono state molto basse, cioè il 42% della media del quinquennio precedente. La decisione ufficialmente ha motivi amministrativi: rivedere le procedure, razionalizzare i flussi. In realtà considerazioni più prosaiche sono alla base della decisione: soprattutto a Vancouver i costi degli appartamenti sono saliti a dismisura, penalizzando i cittadini canadesi. Inoltre la sicurezza, seppure a livelli ancora alti, ha iniziato flettere e per alcuni settori ciò è da mettere in relazione alla massiccia immigrazione. Infine, pur con le cautele del politically correct, una riflessione sull’identità canadese è presente nella cittadinanza soprattutto al momento delle elezioni. I nuovi criteri, pronti per l’avvio, saranno più onerosi e prevedono tempi più lunghi. Ottawa ha affermato di voler mantenere le porte aperte, ma in realtà intende assicurarsi una presenza cinese qualificata e stabile.

Chi vorrà uscire dalla Cina dovrà trovare destinazioni diverse. Gli Stati Uniti, seppure meno ambiti per l’assenza di un welfare più radicato rispetto al Canada, saranno di nuovo preferiti, congiuntamente alle destinazioni europee. Alcuni paesi del Vecchio Continente – soprattutto quelli in crisi del versante meridionale – hanno già stabilito schemi e prezzi per l’afflusso che desiderano. Il fenomeno dell’emigrazione cinese non si arresterà perché risponde a dinamiche ormai incontrollabili. Tra queste, una contraddizione emerge con forza e ironia: un popolo nazionalista, ancorato ai propri valori, difensore dell’orgoglio mandarino, trova sempre più conveniente rifugiarsi all’estero dove si sente più protetto e, con i propri mezzi, capace di acquistare una porzione di qualità della vita che soltanto a tratti riesce ad avere nella madre patria.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

Una risposta a “Non solo Canada per l’emigrazione cinese”

  1. Eccellente articolo, come sempre grande reflesioni e nuovi punto di vista per analizare la realta dell’emigrazione cinese. Il secolo 18-19 -20 doppo 2 GM sono stati secoli d’emigrazione europea per il continente americano del nord al sud, ma fine dell secolo 20 ed adesso nel sec 21 l’emigrazione ha un’altra radice ma questa non sia integrata come ha sucesso nel pasato con tutti i europei, di loro grazie a quell melting pot e nata la societa di tutta l’America del Nord, Central, Sud, l’emigrazione cinese crea Ghetti chiusi, che altera la composizione economica, sociale, d’una cita ed anche d’un paese, perquello credo che Canada adesso sembre aperta ma atenta a selezionare le nuove richieste d’emigrazione. Sarà un nuovo inizio per i cinese dove andare fino a quando il suo atteggiamento a creare ghetti non sia più accettato, percio di nuovo deve trovare nuovi nicchie emigratori, questi emigranti di livello economico. Un’ altra facia della emigrazione, l’emigrazione di livello economico accettata ma quando altera il equilibrio sociale ed economico rende lo stato di allarme per chiudere le porte.
    Come sempre un piacere leggerti ed imparare !con te !!!!!!!!!!

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