Una notte a Madrid

A Milano aveva appena smesso di piovere, quella mattina di giugno. Un temporale che aveva sciacquato la città alle prime luci dell’alba, per consegnarla ai milanesi intorno alle otto mondata e luccicante sotto un cielo limpido e azzurro, rallegrato da qualche innocua nuvoletta bianca.

Serena uscì dal portone di casa in via Stendhal con una piccola valigia in mano proprio mentre arrivava il taxi. Intanto che il tassista riponeva la valigia nel baule della vettura, salutò con un gesto della mano sua madre e suo padre che la guardavano dalla finestra al secondo piano, e si accomodò sul sedile posteriore.

“Aeroporto di Linate, per favore”.

Erano appena le otto e un quarto e il suo volo sarebbe partito a mezzogiorno meno dieci: c’era tutto il tempo, anche considerando l’inevitabile traffico, quindi cercò di farsi passare l’accenno di ansia con il quale si era svegliata quella mattina.

Le vie milanesi erano tappezzate di manifesti che annunciavano per il 29 giugno 1980 l’atteso concerto di Bob Marley & The Wailers allo Stadio Meazza di San Siro (fu l’ultimo concerto a Milano, perché l’anno dopo in maggio Marley morì) e Serena pensò che sebbene la musica le piacesse molto non c’era un artista o un gruppo per i quali sarebbe stata disposta ad affrontare la bolgia infernale che normalmente si scatenava durante i concerti alla Stadio o al Palalido.

Si concentrò sul motivo del suo viaggio: avrebbe finalmente conosciuto i genitori  del fidanzato, i quali si erano trasferiti a Madrid nel ’77 allorché il padre, dirigente in una grossa azienda farmaceutica, era stato nominato Amministratore Delegato della filiale spagnola. Ora che avevano deciso di sposarsi, era arrivato il momento di fare le presentazioni e questo fatto era già motivo di agitazione.

Ma c’era dell’altro: il fidanzato, che era chirurgo e si trovava a Berlino per un Congresso, avrebbe dovuto raggiungerla quel mercoledì sera a Madrid, dove avrebbero trascorso un paio di giorni, ma proprio la sera prima le aveva annunciato che si sarebbe trattenuto a Berlino un giorno in più perché uno dei relatori, un insigne Professore amico di famiglia, lo aveva invitato ad assistere ad un intervento effettuato con tecniche innovative nella sua clinica. Ormai non poteva cambiare il biglietto, si era però recisamente rifiutata di aspettarlo a casa dei suoi,  che non conosceva. In aeroporto si sarebbe comprata una guida e avrebbe fatto la turista a Madrid[sociallocker id=11716].[/sociallocker]

Aveva taciuto questo dettaglio ai suoi genitori perché sapeva che si sarebbero preoccupati. Loro erano costantemente preoccupati a prescindere, sebbene lei fosse sempre stata una ragazza tranquilla, e gli spari che troppo spesso echeggiavano nelle vie di Milano in quegli anni (via Salaino, dove era stato ammazzato Walter Tobagi un mese prima, era piuttosto vicina a casa loro) parevano conferire fondatezza ai loro timori. In realtà, quando aveva appreso di quel cambio di programma, superato un primo attimo di istintivo smarrimento la ragazza si era ritrovata a pensare a quell’imprevisto con l’eccitazione titubante che potrebbe provare un cane al quale si sganciasse all’improvviso il guinzaglio. Un pomeriggio, una notte e un giorno di libertà: da una famiglia amorevolmente castrante, dalla prevedibilità di un fidanzato inflessibilmente affidabile, ed anche dall’atmosfera polverosa dell’ufficio notarile che si affacciava su via Broletto, nel quale lavorava da dieci anni e dove, con i suoi trent’anni, era in assoluto e con un notevole distacco la più giovane.

Aveva incontrato Gianluca – il dottor Gianluca Viale – poco più di un anno prima, quando la mamma era stata ricoverata d’urgenza all’Ospedale di Niguarda per una brutta peritonite: era il chirurgo che l’aveva operata, e nel periodo della convalescenza aveva dimostrato una sollecitudine ed un interessamento che, per quanto graditi,  erano parsi esagerati persino a suo padre.

A trentanove anni il dottor Viale era un uomo imponente e biondo dagli occhi chiari e dalle mani curatissime che incuteva rispetto anche senza il camice bianco. Figlio unico, viveva solo nell’appartamento in via Vittor Pisani, verso Piazza della Repubblica, dopo che i genitori si erano trasferiti a Madrid. Troppo impegnato nel mestiere che si era scelto non aveva avuto tempo per le relazioni durature, limitandosi a brevi storie con qualche collega. Poi aveva incontrato Serena: alta, lunghi capelli biondi, la figura morbida e il volto tondo dal colorito rosato, la bocca a cuore e i grandi occhi castani dallo sguardo franco e diretto, ed era stato colpito dall’efficiente pragmatismo con il quale aveva assistito la madre ed aveva sorretto il padre. Anche lei era sola, dopo qualche storia che per un motivo o per l’altro non era durata, ed avevano incominciato a frequentarsi. Avevano presto scoperto di avere gusti ed abitudini simili ed il medesimo approccio ragionevole e ponderato nei confronti degli accadimenti, e pensare ad un progetto di vita comune era stata un’evoluzione naturale.

Ma quella mattina, dirigendosi a testa alta e a passo spedito verso il banco dell’Iberia nell’area partenze internazionali dell’aeroporto di Linate, Serena rivedeva se stessa bambina, quando sulla spiaggia di Milano Marittima si divincolava dalla stretta della mano della mamma, si toglieva i sandalini di gomma e si beava del contatto della sabbia calda e morbida tra le dita dei piccoli piedi. Ingannò l’attesa girovagando per i negozi dell’area duty free e finalmente fu annunciata la partenza del volo per Madrid.

Il suo posto era vicino al finestrino; guardava distrattamente gli altri viaggiatori che si accomodavano quando il ragazzo si allungò per riporre la sacca da viaggio nello scomparto in alto ed occupò il sedile accanto al suo. Fu investita da una zaffata di tabacco da pipa e muschio. Cercò di osservarlo con discrezione, ma lui se ne accorse e le sorrise, rivelando denti candidi dai canini lunghi e appuntiti che le rammentarono subito un giovane lupo: perché doveva essere molto giovane, nonostante l’ombra scura di una barba prepotente sul viso dai tratti marcati, addolciti dalla fossetta sul mento, dalle labbra carnose e dai capelli neri e ondulati che  sfioravano le spalle larghe. Il sorriso gli illuminò lo sguardo ombroso e Serena non poté fare altro che consegnare la mano ia quella che lui le tendeva,

“…Ricardo”,

“…Serena”,

e abbandonarla per un istante a quella stretta asciutta e confidenziale. Cercò di ristabilire immediatamente le distanze volgendo il viso al finestrino e prestando attenzione al movimento sulla pista. Dieci minuti dopo il velivolo si staccò dolcemente dalla pista e Milano divenne sempre più piccola e più distante.

Il terzo sedile della fila era occupato da una matura matrona che per le dimensioni avrebbe dovuto acquistare due biglietti. Aveva incastrato con notevole sforzo il poderoso deretano nella poltrona e pochi minuti dopo il decollo aveva posato allo schienale la testa, appesantita da un’elaborata acconciatura che sfidava tutte le leggi di gravità, e si era assopita. Non si era svegliata nemmeno quando le hostess erano passate con i carrelli servendo il pasto, ed anzi mentre Serena e Ricardo affrontavano in un silenzio diffidente i minuscoli contenitori in plastica contenenti pietanze variamente colorate ma tutte dall’identico sapore scialbo, aveva incominciato a smottare lentamente ed inesorabilmente verso la spalla del ragazzo. Vedendo la sua espressione comicamente allarmata Serena aveva incominciato a ridere e lui si era spostato verso di lei, cercando di allontanarsi dal donnone. Lei ne aveva percepito il calore sul polpaccio nudo attraverso la stoffa dei jeans e la  sottile peluria del suo avambraccio le aveva solleticato la pelle.

L’aereo fendeva leggero l’azzurro del cielo e la luce si rifrangeva sul solitario del suo anello di fidanzamento all’anulare sinistro, disfacendosi in mille bagliori colorati. Li contemplò per un istante, poi li nascose ponendovi sopra la mano destra a coppa, come quando da bambina voleva intrappolare le lucciole per vedere se si sarebbero spente.

Infine la donna si svegliò, e nel frattempo loro due avevano conversato sottovoce, i volti vicini, i capelli che a tratti si sfioravano:

“…lavoro in uno studio notarile a Milano, raggiungo il mio fidanzato

(pronunciò in fretta e con un inspiegabile imbarazzo quella parola)

“…a Madrid, faremo visita ai suoi genitori. E tu?”

“Dipingo, sperando che un giorno qualcuno comprerà i mIei quadri, possibilmente prima della mia morte. Sarei più onesto se dicessi che campo facendo il figlio di madre vedova, risposata con un ricco imprenditore che non mi ha mai voluto tra i piedi. E’ una situazione sgradevole ma non del tutto priva di vantaggi”.

Il donnone si stava intanto rassettando la chioma tinta di un improbabile nero bluastro e fu annunciato l’atterraggio all’aeroporto Adolfo Suarez, Madrid Barajas.

“…sono le ore 14,10, la temperatura a Madrid è di 27 gradi e il cielo è sereno. La Compagnia Iberia vi augura un felice soggiorno”,

e non c’erano davvero più scuse per starsene appoggiati l’uno all’altra, così vicini da essere distratti dai particolari perdendo di vista il quadro generale. Poco dopo si salutarono con un’altra stretta di mano, e Serena seguì con lo sguardo l’ampia schiena di Ricardo che si allontanava con una camminata elastica e pigra, improvvisamente rattristata dal rimpianto per qualcosa di non detto.

Fuori dall’aeroporto si mise in coda per un taxi, e si era completamente scordata di cercare una guida turistica. Decise che si sarebbe fatta accompagnare in un albergo del centro, dove sicuramente ne avrebbe trovata una. Era in coda ormai da un quarto d’ora quando vide arrivare Ricardo su un Maggiolino Wolkswagen nero con la capote abbassata. Si fermò accanto alla corsia riservata ai taxi e la guardò abbassando gli occhiali da sole:

“Forse ti farebbe comodo un passaggio in città”.

Lei guardò il cielo luminoso e terso, il braccio abbronzato con il quale lui le faceva cenno di salire e risentì quell’odore di tabacco da pipa e di muschio, e pensò che faceva davvero caldo, tanto che sembrava che il calore si sprigionasse dalla sua epidermide, e pensò che sarebbe stato saggio aspettare il taxi.

Ma non era quello che voleva, e così scaraventò con allegra noncuranza la sua piccola valigia sul sedile posteriore dell’auto e sedette accanto al giovane lupo, pittore sfaccendato, tanto latino e tanto bello, quasi uno stereotipo, e poi alla fine si trattava solo di un passaggio in auto. E nemmeno questo era quello che voleva.

Aveva appuntamento con Gianluca in aeroporto alle nove di giovedì sera, e viaggiando verso il centro di Madrid con il vento caldo che scompigliava i capelli, cercando di sovrastare il frastuono del traffico e del motore in una efficace mescolanza di italiano e di spagnolo, Serena decise di non preoccuparsi più dell’albergo né della guida turistica, e di lasciare semplicemente che quella parentesi di libertà scorresse.

Ammirava i fastosi palazzi del centro di Madrid mentre l’auto percorreva lentamente i larghi viali, e quando lui le chiese:

“…hai dei programmi per il pomeriggio?”

rispose senza esitazione

“No”.

“Allora ti porto a vedere una cosa che non potrai vedere in nessun altro posto al mondo”,

e passando dalla Porta di Spagna la condusse al Parco del Retiro, grandioso giardino pubblico ricco di edifici spettacolari come il Palazzo di Cristallo ed il Palazzo di Velázquez, fino ad arrivare dinanzi alla fontana dell’Angelo Caduto.

“E’ l’unico monumento che sia mai stato eretto in onore di Lucifero. E’ rappresentato nel momento della sua cacciata dal paradiso, e puoi ben notare la sua rabbia impotente e il suo grido verso il cielo, che esplodono nel bel mezzo di questi giardini destinati alla borghesia madrilena”.

Passeggiando all’ombra di piante secolari Ricardo le raccontò allora della Spagna della transizione dopo la fine del franchismo e dei movimenti giovanili che reclamavano il diritto di scrivere una storia nuova sopra il grigiore della dittatura appena terminata, di tornare ad incontrarsi e a confrontarsi liberamente nelle strade. Era la Movida Madrilena, il movimento giovanile della rivoluzione colorata, che al grido di “Madrid me mata”, Madrid mi uccide, titolo tra l’altro della rivista ufficiale del Movimento, promuoveva la rinascita culturale e artistica di Madrid.

Alle sei del pomeriggio le strade si affollarono di gente che passeggiava e che entrava nelle botteghe e nei numerosi bar, e la mente di Serena divagava, distratta dalla cantilena dolce e allegra dei discorsi che rimbalzavano nell’aria ancora calda,  insieme al profumo di cibo proveniente dai numerosi ristoranti.

Ricardo abitava nel rione di Malasana, in Calle del Tesor, all’ultimo piano di un austero palazzo che sovrastava quelli adiacenti. Il ragazzo la introdusse in un ambiente ampio e spoglio, le pareti  con i mattoni a vista e il lato su strada a finestroni grandi come quelli di certi magazzini. Lampade nude pendevano in vari punti dell’alto soffitto e lungo tutto il perimetro vi erano casse d legno colme di libri. In un angolo, una rustica cucina e un tavolaccio di legno con otto sedie scompagnate, all’estremità opposta il letto, il bagno e una cabina armadio in legno grezzo. In mezzo alla stanza si ergevano due massicce colonne alle quali era agganciata una fitta grata di ferro battuto con molti quadri appesi; davanti alle finestre un cavalletto e un altro tavolo sul quale stavano decine e decine di pennelli e di spatole, di tubetti di colore, di bottigliette di acquaragia, di stracci sporchi di baffi multicolori.

Serena guardò dapprima i tetti di Madrid che si scorgevano dai finestroni e poi si soffermò sui quadri: figure mitologiche, metà umane e metà animali si avvinghiavano aggrovigliate stagliandosi contro cieli gialli, arancioni e rosso cupo. Bambini dai volti pallidi allacciati in un girotondo sull’orlo di un precipizio, le stelle nere troppo grandi e troppo vicine. Una pittura potente e contorta, in alcune raffigurazioni disturbante, che suggeriva una costante dissacrazione che le rammentava la celebrazione di Lucifero, l’angelo ribelle.

Il sole calante incendiava le vetrate quando lui le pose un bacio leggero sul collo, cingendole la vita. Lei annusò l’effluvio lievemente aspro e ormai familiare, poi non fu altro che fiducioso abbandono, i loro corpi inestricabilmente intrecciati contro un cielo arancione, finché non sopraggiunse il buio vellutato della notte, rischiarato dalle luci  nelle strade e dietro i vetri delle case.

Era mezzanotte passata quando uscirono tenendosi per mano e corsero verso la piazza della Porta del Sol, dove  giravano molti giovani e la musica usciva dai numerosi locali aperti fino all’alba. Si unirono a certi amici di Ricardo con i quali divisero tortillas e jamon serrano in un fumoso locale sulla piazza e bevvero robusto vino rosso versato dalle caraffe di ceramica.

L’alba sui tetti di Madrid, pennellate di rosa e d’oro e le luci che si spegnevano una dopo l’altra. I loro volti accaldati e disfatti, e i pesanti tendaggi neri ad oscurare i vetri, perché quella notte durasse un po’ di più.

Era di nuovo pomeriggio inoltrato quando Ricardo fece un veloce disegno a carboncino del suo viso febbrile e segnato. Sul retro scrisse “Madrid me mata. A Serena da Ricardo Pereira, giugno 1980”, lo pose in una semplice cornice a giorno e glielo porse in silenzio. Lei lo guardò ed era certa di non essere così bella, ma gli fu grata perché la vedeva così.

Si lasciarono con un abbraccio senza dire nulla, perché non c’era nulla da dire.

Gianluca e Serena si sposarono in settembre e alla fine di quell’anno, quando il padre andò in pensione, i genitori di Gianluca tornarono in Italia e si stabilirono a Sanremo, così non ebbero più occasione di tornare a Madrid. Dal loro matrimonio nacquero due figli maschi e la vita trascorse tranquilla, priva di drammi  come di esaltazioni.

E’ un piovoso pomeriggio di novembre e i coniugi Viale sono seduti l’uno di fronte all’altra, sulle due poltroncine davanti alla porta finestra del soggiorno. Lei ha i capelli corti e grigi, il volto un poco smagrito e una sottile ragnatela di rughe intorno agli occhi. Osserva con aria pensosa il leggerissimo tremito delle mani di suo marito, che reggono il giornale: ha abbandonato la professione di chirurgo e da uomo  poco incline alle chiacchere è diventato taciturno e scontroso. Certo, gli manca l’ospedale, è arrabbiato, si sente escluso. Come l’Angelo Caduto del Retiro di Madrid.

E’ anche molto noioso. E’ sempre stato noioso. Ma così solidamente presente. Lei non ha mai dubitato, nemmeno per un solo istante, che fosse quello che voleva.

Ogni tanto, ma non così spesso, estrae dal fondo del cassetto quel disegno a carboncino e rivede i vetri incendiati dal sole al tramonto sopra i tetti di Madrid, e potrebbe giurare di risentire quell’aroma di tabacco da pipa e di muschio: Madrid me mata.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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