Notturno milanese

E’ nell’insonnia che si sviluppano spesso le soluzioni più brillanti: nelle ore trascorse nel letto nella vana attesa di un agognato oblio capita di fluttuare in uno stato di parziale coscienza in cui i pensieri si compongono lucidamente, con agilità ed audacia. Tutto appare allora improvvisamente chiaro, aggirabile o risolvibile.

Oppure, al contrario, prendono corpo ombre e fantasmi: e allora, conviene buttarsi fuori dal letto e uscire di casa, anche nella notte gelida di un inverno milanese, a cercare di liberare l’anima dalle ragnatele che intrappolano certe ombre del passato.

Erano le quattro e qualcosa di lunedì 2 gennaio – già mattina, ma certamente ancora notte – quando il Vice Commissario Alberto Patané si infagottò alla bell’e meglio, saltò sulla 500 e da Viale Monte Ceneri puntò verso Piazzale Lotto, proseguì su viale Murillo e percorrendo le vie di una Milano praticamente deserta e ripiegata placidamente su se stessa, dopo i frastuoni della notte precedente, si diresse verso i Navigli. Parcheggiò in via Savona e sotto il cielo sereno rischiarato da una fredda luna argentea si diresse risolutamente verso il ponte di San Cristoforo, dove giusto dieci anni prima tutto era cambiato: da allora il suo animo già per natura irrequieto non aveva più trovato pace.

Arturo Giacometti aveva fatto il cronista di nera al CorSera per quarant’anni. Aveva varcato la soglia della storica redazione di via Solferino fresco di laurea grazie allo zio paterno, con il quale era andato a vivere dopo la scomparsa dei genitori avvenuta il 9 marzo del 1976 sul Cermis, quando la cabina della funivia che da Cavalese li stava conducendo all’Alpe si staccò dal cavo di acciaio che la sorreggeva e si schiantò rotolando sul dorso della montagna, parecchi metri più sotto

Come molti giovani che ambivano di praticare il giornalismo, era stato subito dedicato alla nera: se fosse sopravvissuto a qualche anno trascorso frugando tra le miserie umane, inseguendo ambulanze e barcamenandosi tra funzionari delle forze dell’ordine poco inclini ai rapporti con i giornalisti e conferenze stampa indette agli orari più improbabili, consumando penne e taccuini talvolta sotto una pioggia maligna e battente, sarebbe stato trasferito ad altri incarichi, meno faticosi e più gratificanti. All’inizio era stato destinato al turno di notte. Girava per commissariati, obitori e nosocomi, batteva periferie livide e maleolenti. Le notizie più interessanti, spesso le più sconvolgenti, venivano immediatamente comunicate in redazione affinché potessero comparire nell’edizione in preparazione.

Alto ed allampanato, con un’andatura un poco scomposta, come se fosse sempre sospinto da qualche vento, i capelli chiari che prima dei trent’anni già si facevano radi sulle tempie, Arturo Giacometti era uno che sapeva stare al suo posto e questo, insieme all’aspetto dimesso e costantemente spiegazzato, gli aveva procurato le simpatie di molti poliziotti, che erano divenuti quindi preziosi e tempestivi informatori.

Una vita strana, la sua, del tutto snaturata: rientrava nel minuscolo appartamento dello zio in via Appiani, nei paraggi di Piazza della Repubblica, verso l’ora di pranzo, dopo aver trascorso la mattinata in redazione o in giro a cercare di intervistare testimoni  e persone in qualche modo legate ai crimini dei quali riferiva. Nel pomeriggio sprofondava in un sonno pesante e riparatore, e la sera ricominciava daccapo. Si era presto trovato a suo agio nella città apparentemente dormiente ed era divenuto una creatura notturna, tanto da sentirsi infastidito dalla luce vivida di certe giornate di sole. Aveva quindi chiesto di rimanere alla nera e al turno di notte, e così era stato per gran parte della sua vita. Nessuna donna aveva resistito ad uno stile di vita simile, e  Arturo Giacometti si era rassegnato a guardarsi invecchiare nello specchio davanti al quale si faceva la barba ogni sera, prima di uscire nell’oscurità.

La redazione era la sua famiglia e si sentiva più a casa in quei locali disordinati e rumorosi, dove gravava perenne l’olezzo pesante di troppe sigarette e di camicie stazzonate, che tra le mura silenziose del suo appartamento. Mancato lo zio, il burbero capo redattore ed ex compagno di scuola del defunto parente  lo aveva in un certo senso adottato, includendolo nella sua numerosa famiglia con la quale aveva condiviso molti pranzi natalizi.

Nella sua corazza, quasi un esoscheletro che gli aveva consentito di raccontare efferatezze e desolazione indagando sui più sordidi dettagli senza esserne emotivamente ferito – non in maniera insopportabile, comunque – si era aperta una falla irreparabile sei anni prima, in una notte di primavera intristita da una pioggerella fredda e tignosa. Verso mezzanotte aveva ricevuto una telefonata dall’allora Ispettore Alberto Patané, un ragazzone dal bel volto scuro e grave acceso dagli obliqui occhi verdi, con il quale si era instaurato un rapporto quasi amichevole, va a sapere in virtù di quale incomprensibile alchimia.

Lo aveva incontrato per la prima volta nell’estate del 2008, quando aveva scritto del suicido di una giovane ballerina rumena che si era sparata sul ponte di San Cristoforo usando la pistola d’ordinanza trafugata all’Ispettore, con il quale aveva una relazione. Ricordava ancora la silente disperazione che aveva letto negli occhi del giovane funzionario, che con gli anni si era stemperata in rassegnata malinconia ma che suggeriva un senso di colpa irrisolto. Aveva passato un bel guaio per quella storia, l’Ispettore Patané, ed era stato relegato in uno dei Commissariati meno ambiti di tutta la città, a Quarto Oggiaro, dove aveva comunque saputo guadagnarsi la stima e la simpatia di colleghi e superiori, e che non aveva voluto abbandonare quando anni dopo gliene venne offerta la possibilità. Strano tipo, acuto e riflessivo, portatore di un’inquietudine interiore che lo rendeva sempre leggermente sfuggente.

La notte in cui Arturo Giacometti aveva risposto a quella telefonata si era imbattuto nel cadavere impudicamente scomposto di una giovane, che giaceva dietro il supermercato Esselunga di via Amoretti vicino ad un cassonetto della spazzatura. Non ci voleva credere, ma era una nipote diciottenne del capo redattore ed aveva compreso che sarebbe toccato a lui avvisare l’amico, perché non avrebbe potuto consentire a nessun altro di farlo.

Ecco che nella sua barriera protettiva si era insinuata una profonda crepa, attraverso la quale si era infiltrata e riversata la pena per tutti i morti ammazzati (per mano di qualcuno o dalla droga, come in quel caso), che erano pur sempre figli e nipoti, amati da qualcuno che non si sarebbe mai più ripreso da un dolore tanto sconvolgente. Con gli anni quel dispiacere compassionevole era divenuto logorante, fino a quando l’uomo non aveva più saputo osservare con distacco e riferire con freddo rigore dell’inutile ferocia, del sangue, dell’abiezione e dello strazio che andava cercando – e che trovava – in giro per le strade di Milano.

Ad un certo punto non ce l’aveva fatta più, e a sessantacinque anni, dopo quarant’anni di nera, aveva deciso di abbandonare il giornale. Ma non aveva saputo che fare delle sue nottate ormai insonni per abitudine, ed era per quel motivo che nella notte tra l’uno e il due di gennaio del 2017 si stava gelando le ossa mentre respirava il silenzio, vagando a piedi per una Milano che finalmente, e ancora per poco,  taceva.

Mariateresa Bernasconi non aveva passato un bel Capodanno. Dopo aver chiuso alle sei della sera del 31 dicembre, esausta, il piccolo negozio di parrucchiera che gestiva da sola con enorme fatica in via De Roberto, a Quarto Oggiaro, era andata a casa a piedi (abitava nella medesima via) e si era preparata per la serata, che avrebbe trascorso a casa di amici alla Barona insieme al fidanzato. Raccolti con cura i lunghi capelli ramati era entrata con qualche difficoltà nell’abitino nero che si era comprata per l’occasione il mese prima, con la ferma intenzione di perdere quei tre o quattro di chili di troppo. Sì, come no: ci provava fin dall’adolescenza e ormai aveva superato i trenta. Ne guadagnava il bel viso ovale, liscio e roseo, dalla carnagione tesa e luminosa.

Nella confusione della serata, con troppe persone stipate in un appartamento di poco più di settanta metri quadri mal distribuiti, un’amica premurosa ad un certo punto l’aveva presa da parte e con falso imbarazzo le aveva riferito che Lino, il suo fidanzato, da qualche mese si faceva vedere in giro con una bella ragazza, sempre la stessa.

“…mi dispiace dirtelo proprio stasera, ma questa storia dura da un bel po’ di tempo ed è sotto gli occhi di tutti, non pare una delle solite scappatelle, e insomma era ora che qualcuno ti informasse”,

aveva detto l’amica, quasi aspettandosi un ringraziamento. Che non venne, perché Mariateresa avrebbe preferito non sapere. Invece, ora che sapeva avrebbe dovuto affrontare Lino.

Il quale non negò, anzi confessò di essersi preso una solenne sbandata per quella bella studentessa ma giurò che avrebbe troncato, perché era sempre deciso a sposarsi con lei, meno impegnativa e più affidabile. Usò proprio queste parole, “meno impegnativa e più affidabile”. E allora Mariateresa, titolo di studio terza media, di professione parrucchiera per signora, che il sabato sera era sempre troppo stanca per uscire ed era consapevole da sempre delle occasionali infedeltà del fidanzato, comprendendo che si meritava qualcuno che non parlasse di lei come se stesse valutando un’utilitaria,  prima di mezzanotte aveva mandato a quel paese in via definitiva il baffuto tipografo con il quale aveva sognato per cinque anni una casa e una famiglia.

Era tornata a casa da sola con un taxi, il giorno dopo aveva pranzato con i suoi giustificando l’assenza di Lino con un’influenza improvvisa e folgorante ed aveva coraggiosamente resistito fino al pomeriggio. Poi, rientrando nel suo appartamento dove l’albero di Natale continuava ad ammiccare con inopportuna e multicolore intermittenza, si era buttata sul letto ed aveva finalmente pianto.

Nel corso della notte insonne aveva deciso che per chiudere quella storia avrebbe dovuto compiere un gesto simbolico, ed osservando l’anello di fidanzamento con il minuscolo diamante che portava all’anulare sinistro le era apparso chiaro cosa dovesse fare. Innanzitutto, doveva recarsi nel luogo in cui Lino le aveva chiesto di sposarlo, poco più di un anno prima, infilandole quell’anello al dito.

Indossato il piumino sopra una pesante tuta uscì di casa, avviò la vecchia Punto, la cui cinghia di trasmissione gemette scontenta, e si diresse verso via Ludovico il Moro, più precisamente verso il Ponte di San Cristoforo.

Era dalla fine di giugno del 2008 che il Vice Commissario Alberto Patané si teneva alla larga dal Ponte di San Cristoforo, dove in una notte mite e bugiarda aveva dovuto guardare il corpo di Magda accasciato a terra, ucciso dalla sua pistola, quella che lei gli aveva sottratto: ed era stata solo la prima di tutte le volte che era arrivato troppo tardi, sicuramente la più mortificante. Non aveva mai avuto la pretesa di fermare tutto il male del mondo, ma non era riuscito a perdonarsi di non aver capito che la donna che amava (sapendo di non essere ugualmente riamato) fosse lacerata al punto da preferire la morte a qualsiasi alternativa che lui le potesse offrire. Magda aveva scelto di morire, lui non aveva potuto fermarla: ma non ne aveva colpa. Un amore buio, di cui poteva rimanere solo la pietà per chi aveva deciso di sottrarsi alla vita.

Lungo l’Alzaia del Naviglio, solitamente fin troppo vociante e movimentata nelle ore notturne, aleggiava una quiete cristallina, insolita e balsamica.  Quando arrivò in cima alla scalinata e scorse la donna che guardava il Naviglio appoggiata alla balaustra rimase impietrito. Fu solo un istante, poi la raggiunse in un balzo posandole una mano sul braccio.

Mariateresa aveva contemplato ancora per un poco l’anellino che l’aveva resa così felice, una sera ormai lontana, se lo era sfilato dal dito, lo aveva tenuto sospeso davanti a sé ed infine lo aveva mollato, tendendo le orecchie nell’inconsueto silenzio per percepire un sommesso “pluf”. Finito. Si era sporta ad osservare le acque scure, e qualche istante dopo si era sentita artigliare il braccio, si era trovata accanto uno sconosciuto alto e robusto con una testa incredibile di capelli ricci (che avrebbero avuto bisogno di una regolata, annotò per deformazione professionale) il quale la fissava con gli occhi stralunati, e tale era stato lo sbigottimento che dalla sua bocca spalancata non era uscito alcun suono.

Davanti all’espressione genuinamente attonita della ragazza il Vice Commissario Alberto Patané intuì di averne fortunatamente frainteso l’atteggiamento, e mostrandole il tesserino di riconoscimento prese a scusarsi. Si presentarono e la ragazza, osservandone il bel volto dai tratti mediterranei e gli strani occhi verdi, larghi e leggermente all’insù come quelli di certi disegni animati giapponesi, pensò che non voleva che se ne andasse, non subito, e volle raccontargli del piccolo rituale che aveva appena compiuto.

Lui la ascoltò con attenzione, distratto di tanto in tanto dalle nuvolette di vapore che uscivano dalla piccola bocca a cuore e tentato dalla fiduciosa arrendevolezza che emanava la sua persona.

Mariateresa si mosse verso la scalinata, lui la seguì e presero a camminare lungo via Ludovico il Moro, continuando a parlare un poco a caso, più che altro per tessere un filo che li avvicinasse, e il Vice Commissario non aveva ancora voglia di rivelarsi ma solo di lasciarsi avvolgere dal morbido calore di lei.

“…il tuo negozio è in via De Roberto? Certo che so dov’è: io sono di stanza al Commissariato di via Satta da un mucchio di anni…”

“…ma dai, guarda che coincidenza”,

disse lei facendosi un poco più vicina e rabbrividendo per il vento gelido che si era levato, mentre lui, che non credeva alle coincidenze, le circondava le spalle con un braccio. Tacquero a lungo, ascoltando con la mente vuota, in un certo senso ripulita, il rumore ovattato dei loro passi sull’asfalto di via Cesare Correnti. Qualche vettura si staccava di malavoglia dal marciapiedi per andare incontro all’incombente lunedì, e si accorsero con stupore di avere percorso tanta strada. Lei lo guardò con gli occhi luminosi e le guance arrossate dal freddo:

“…andiamo ad aspettare l’alba in piazza del Duomo?”

e aveva già afferrato la sua mano, puntando decisa verso via Torino.

Si era levato un vento sostenuto e freddo, e l’ex cronista di nera Arturo Giacometti, che scarpinava senza meta da un paio d’ore, ma c’era abituato, incassò la testa nelle spalle, da via Manzoni tagliò per piazza della Scala e si infilò in Galleria insieme a un malandrino refolo d’aria  che minacciò di strappargli il cappello.

Erano le sei passate e sebbene fosse ancora buio le stelle (perché sbaglia chi crede che nel cielo sopra Milano sia impossibile scorgerle) incominciavano ad impallidire insieme alla luna, nel cielo appena meno scuro. Gli operatori ecologici erano già al lavoro sulla Piazza, che conservava le tracce della permanenza della moltitudine di persone che vi avevano salutato l’anno nuovo.

Si aggiustò gli occhiali sul naso e strizzò gli occhi, il Giacometti, perché nell’incedere elastico e dinoccolato dell’uomo alto con i folti capelli ricci che il vento non riusciva a scomporre gli parve di riconoscere il Vice Commissario Patané. Scrutò l’espressione insolitamente sorridente con la quale egli si rivolgeva alla ragazza che teneva per mano, e che vicino a lui pareva una bambolina delicata e fragile. Senza sapere perché, andò loro incontro.

“…oh, Giacometti! Anche stanotte a caccia di notizie?”

“…no, Patané: ho chiuso e mi godo la pensione. Vado ai giardinetti per tempo per trovare una panchina libera…e tu?”

e si pentì della domanda inopportuna, vista la presenza della ragazza, la quale invece intervenne con disarmante candore:

“…noi ci siamo appena conosciuti, per caso, io ero uscita perché dovevo fare una cosa e…adesso aspettiamo l’alba”,

e subito arrossì per quello sconclusionato eccesso di sincerità.

Il Giacometti non ci capì molto, lui che di albe a Milano ne aveva viste fin troppe, ma si sedette accanto a loro sul basamento del monumento a Vittorio Emanuele II, lo sguardo rivolto ad est, per solidarietà e per godere della loro compagnia. Venne loro facile intrecciare parole continuando ad accorciare le distanze, intanto che turisti mattinieri e rari milanesi frettolosi solcavano la piazza, e l’ex cronista pensò che forse stava assistendo alla nascita di un sentimento, e ne fu orgoglioso ed inspiegabilmente rincuorato.

Il sole li prese comunque alla sprovvista, quando con un vivido bagliore  arancione si levò dietro gli imponenti edifici della Veneranda Fabbrica e del maestoso complesso del Palazzo Reale e dell’Arengario. La gagliarda fiammata presto si stemperò in un alone soffuso, dapprima rosato e poi via via più chiaro. Fu di nuovo giorno, e fu un momento di assoluta, provvisoria perfezione.

I tre si alzarono indolenziti ed infreddoliti, colti dal lieve rammarico che si prova alla fine di un bel film, quando in sala si riaccende la luce e occorre uscire da quella storia e tornare alla propria vita.

“Beati i parrucchieri che il lunedì non lavorano. Vi offro la colazione, e poi devo scappare in Commissariato”.

“…il lunedì sarebbe un giorno di riposo, ma faccio la volontaria al Centro per i senzatetto di via Mambretti”,

disse la ragazza mentre si avviavano verso la Galleria, e il Giacometti rimase intrappolato in un pensiero, e guardò il cielo che si colorava di azzurro. Si decise davanti al banco del Gin Rosa, intingendo una brioche nel cappuccino bollente con appetito improvvisamente lupigno:

“Mariateresa, ti accompagno in quel centro. Ho molto tempo libero a disposizione, e le panchine dei Giardini in questa stagione sono gelate”.

Il Vice Commissario capì quel che c’era da capire e gli allungò un sorriso sopra la testa di Mariateresa. Forse, il film non era finito, ma appena incominciato.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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