Nuovi dubbi sul futuro della Cina

YuanMingYuanGarden
Aumentano i dubbi sul futuro della Cina, non tanto sulla sua capacità di crescita, ma sulla sua sostenibilità. Il Paese potrà certamente progredire con ritmi meno impressionanti, ma dovrà dimostrare di saper sciogliere i nodi sociali che oggi appaiono inestricabili. Gli economisti hanno numerosi motivi di preoccupazione: dalla riforma del sistema finanziario alla bolla immobiliare, dai rendimenti decrescenti degli investimenti alle disparità di reddito. Eppure, la sfida più grande sembra provenire da una scienza spesso trascurata: la demografia. Paradossalmente è proprio un economista di successo – Timothy Beardson – a rivelarne la pericolosità. Dopo essere stato un banchiere di successo e avere vissuto in Asia per 35 anni, l’autore ha consegnato alle stampe un libro che ha attratto l’attenzione che la disciplina merita (Stumbling Giant. The Threats to China’s Future, Yale University Press). La Cina sembra prigioniera delle proprie scelte, sia di quelle dirette che delle incertezze nel correggerne gli errori. La minaccia demografica si articola in quattro versanti: l’aumento dei salari, l’invecchiamento della società, la decrescita della popolazione e il disequilibrio tra uomini e donne. Il costo del lavoro aumenta perché gli addetti iniziano a scarseggiare. Sono numericamente ridotti i lavoratori disponibili, come alcuni anni fa, a trasferirsi nelle grandi città – nelle fabbriche e nei cantieri – per salari ridottissimi. La loro disciplina e la loro economicità avevano attratto gli investimenti, fino alla connotazione – ormai corrosa dall’uso – di fabbrica del mondo. Questo modello non è più praticabile perché la disponibilità di manodopera a basso costo è più facile in altri paesi. Se ciò sarà una condanna o uno stimolo al miglioramento per la Cina, sarà il terreno di sfida per la nuova dirigenza. Inoltre il Paese è invecchiato, per la politica del figlio unico che ha drasticamente rallentato le nascite. Se la Cina ha sostanzialmente sconfitto il sottosviluppo, non è stata ancora in grado di prevenire le conseguenze della battaglia demografica. Chi baderà alle centinaia di milioni di anziani ora che la famiglia tradizionale si è assottigliata? Potrebbe pensarci un welfare innovato, ma a quale costo per la finanza pubblica? La popolazione cinese dovrebbe raggiungere 1,5 miliardi di cittadini nel 2050, per poi stabilizzarsi. Contemporaneamente tutti gli altri paesi cresceranno. L’India diventerà il più popoloso, mentre gli Usa ridurranno la differenza. La Cina potrà mantenere lo standard di vita raggiunto, ma difficilmente conquisterà o manterrà la supremazia economica: nessun paese al mondo ha registrato crescita economica con una popolazione in declino. Esiste infine nel paese un preoccupante dislivello di genere. Esso va al di la della soglia fisiologica; le donne in età fertile sono il 16% in meno degli uomini, vale a dire che un uomo su sei non può sposarsi e creare una famiglia. Le donne sono oggi meno costrette dalla tradizione all’ineluttabilità del loro destino. Talvolta si sposano tardi, decidono di rimanere nubili, privilegiano la carriera al focolare domestico. L’interazione di queste caratteristiche provoca timore. La scelta di uno sviluppo accelerato ha cambiato l’organizzazione sociale che da millenni governava la Cina. Forse è stato il prezzo da pagare alla modernizzazione. Meno comprensibili – secondo Beardson- sono i ritardi nella ricerca di soluzioni adeguate. Ossessionato dal PIL, il Pcc ha trascurato gli effetti collaterali che potrebbero ora diventare insormontabili. La finestra per le riforme si chiuderà tra pochi anni. Dopo, le leggi della demografia avranno la loro rivincita e la Cina dovrà riconsiderare la sicurezza che la proietta come potenza dominante in questo secolo.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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