Nutrire, di nuovo, la Belva

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Già qualche settimana fa avevo avuto occasione di “nutrire la belva” parlando di banche popolari e del decreto che doveva riformarle.

Sono stato ri-convocato questo sabato 24 aprile, per una puntata che, tra le altre cose, verteva sull’introduzione del bail-in per le banche, perché arrivasse chiaro il messaggio che “i conti correnti non sono più al sicuro“.

Il titolone, per quanto efficace, non è preciso. I tempi radiofonici, si sa, sono severi. Per cui l’approfondimento ve lo faccio a posteriori, qui su Piano Inclinato.

Tutto nasce da una comunicazione partita dall’Ufficio Stampa di Bankitalia. Un tweet che racconta quanto sia difficile comunicare bene in 140 caratteri:

Ciò che cambia è il meccanismo con cui si interviene a salvare una banca in caso questa andasse in crisi e rischiasse di fallire. Il ruolo sociale cruciale che una banca svolge ha indotto in passato a procedere a salvataggi pubblici che spesso hanno generato irritazione, come sempre accade quando il denaro versato  dai contribuenti viene utilizzato per tappare le falle di un’attività privata.

L’esigenza di alleggerire gli Stati (i contribuenti) dal peso dei salvataggi delle banche è al centro del sistema denominato “bail-in“. Non si vuole più che il salvataggio arrivi da “fuori” (bail-out), ma le risorse per salvare una banca devono venire dall’interno (bail-in), facendo ricorso, se il capitale messo a disposizione dagli azionisti fosse insufficiente, alle risorse dei suoi creditori (come accade alle altre imprese private).

Tra i creditori di una banca ci sono gli obbligazionisti, naturalmente, ma ci sono anche i correntisti. Questa non è una novità introdotta dalla Trojka o da qualcun altro dei cattivi che vi perseguitano: il saldo di conto corrente è a “credito” quando fate un versamento per la ragione che versare i soldi sul conto corrente significa prestare denaro. Se non fosse così la banca non potrebbe utilizzare quello stesso denaro per le sue attività di credito e non potrebbe riconoscere degli interessi ai suoi clienti (né dei dividendi ai suoi azionisti).

Chi crede che nel conto corrente ci siano i “suoi” soldi pensa ancora che le banche siano quelle del Klondyke dove si andava con la carovana, sperando di non venire assaliti dai banditi o dai pellerossa, per depositare i ricavi delle vendite delle pagliuzze d’oro trovate col setaccio.

KlondykeGoldRush

Erano i tempi in cui se qualcuno rapinava la banca derubava i depositanti. Avete mai sentito di una banca che addebita ai correntisti le somme sottratte in una rapina? Non avviene perché in una rapina in banca vengono rubati i soldi della banca, il cliente è tutelato, dopo aver versato. E’ la banca, infatti, che si assicura con costose polizze dal rischio di furto.

Quello che è rilevante è che -esattamente come prima- la garanzia di protezione sui conti correnti vale fino a 100mila € di saldo. Ciò che cambia è che tale protezione è coperta da un fondo interbancario che non è più a garanzia pubblica, e che le eccedenze sui 100mila€ saranno da oggi utilizzate per il salvataggio di una banca in un meccanismo di bail-in che intende evitare il più possibile il ricorso al denaro dei contribuenti.

Quando qualcuno vi sventaglia lo spauracchio che “da oggi sono in pericolo i risparmi di una vita, se sono depositati in banca” vi si dice -quantomeno- una grave imprecisione, perché non distingue nemmeno se quei risparmi sono depositati in un conto corrente o se sono investiti, e nel secondo caso il “rischio” si sposta dalla banca all’emittente dei titoli in cui avete investito.

Quello che cambia, per dirla meglio, è quindi che in caso di salvataggio di una banca per alcuni clienti è meno certa la tutela del capitale investito in azioni ed in obbligazioni, il che -considerando che questa tutela si basava sul denaro pubblico- non mi pare nemmeno concettualmente così sbagliato. Se poi siete di quelli che “una banca è un’impresa privata, se deve fallire che fallisca” ritenendo che questo non comporti un costo sociale più ampio, beh… la protezione dei conti correnti non sembra essere una vostra preoccupazione, direi.

La cosa interessante in questa vicenda, invece, è il meccanismo che si attiva quando le risorse degli azionisti prima, degli obbligazionisti poi e dei depositanti in ultimo non bastano a coprire la falla: interviene il meccanismo europeo di risoluzione. Già, perché l’introduzione del bail-in serve a uniformare i comportamenti per andare verso l’unione bancaria (ne parlammo qui più di un anno fa), uno dei tasselli del processo di Unione Europea in corso.

Ora che la BCE ha assunto la vigilanza su buona parte (parlando di masse, non di numero di istituti) del sistema bancario il processo di unificazione è avviato e in un periodo di 10 anni il meccanismo di risoluzione sarà un meccanismo al 100% condiviso. Il fondo si farà carico dei problemi solo per un 10% crescente all’anno, per questo impiegherà 10 anni ad essere a regime, d’altra parte non si poteva pretendere di mettere banche disomogenee in un unico calderone fin da subito con il rischio che ci fossero scheletri nell’armadio nascosti per essere estratti al subentro del fondo europeo.

Gli aspetti più evidenti, quelli che vengono additati con più clamore sono dunque inconsistenti o lapalissiani. In queste cose il diavolo sta nei dettagli: il fondo delibererà gli interventi di sostegno con voto di maggioranza per due terzi, il che significa che la Germania ha quasi da sola una sorta di diritto di veto, la Commissione Europea non avrà potere legale di intervento, fungerà semplicemente da “osservatore” del board del Fondo e dovrà esprimersi sulla “accettabilità” delle sue decisioni. Ancora una volta prevale quindi il metodo intergovernativo al metodo comunitario preferendo la summa delle pulsioni nazionali ad un coordinamento centralizzato che valuti su basi comuni. Il vulnus di un’unione lenta e claudicante sta qui, nella mancanza di coraggio e di reciproca fiducia tra le parti che sottende a qualunque unione di successo.

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari
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6 commenti su “Nutrire, di nuovo, la Belva

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