Fate un’offerta per un povero cieco e il suo amico

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Mi rivolgo a voi, tartassati contribuenti: avete passato le recenti feste facendovi il conto in tasca del nuovo fardello di 20 miliardi sulle vostre spalle, e poco vi avrà giovato sentire che tanta generosità sia destinata al superiore scopo di ‘tutelare il risparmio’, quando invece più prosaicamente si tratta di salvare banche decotte.
So che non ne siete entusiasti, tuttavia vi chiedo un atto di generosità in più. Una piccola colletta, per regalare un paio di lenti a due poveri uomini, affetti da una terribile presbiopia: il Direttore Generale dell’ABI, Sabatini, e il Capo Dipartimento della vigilanza di Bankitalia, Barbagallo.
Le loro condizioni sono peggiorate, ora non vedono più bene neppure ciò che è loro vicino, nel nostro caso lo stesso oggetto del loro lavoro, nella fattispecie non riconoscono bene i contorni del decreto salva-risparmio che, come dicevamo, finora ci pare salvi solo Rocca Salimbeni e nulla altro.
A onor del vero non sappiamo se sia una patologia vera oppure opportunista, né siamo in grado di affermare se per gli italiani sia meglio avere due ciechi alla guida di istituzioni così importanti, oppure due sanissimi vedenti, ma piuttosto scaltri. Fra i due ci preoccupa particolarmente Sabatini, per questo ci rivolgiamo alla pietas popolare.
In due audizioni parlamentari tenutesi il 17 gennaio per descrivere il famoso d.l.237 i due ipovedenti suonano il piffero come ad Hamelin per i nostri rappresentanti alle Camere, tessendone gli elogi. La manifestazione della malattia, che speriamo non abbia natura virale, è chiara da diverse fesserie pronunciate.

Parte Sabatini, cannando in pieno una delle pre-condizioni a cui è subordinata l’applicabilità della ricapitalizzazione pubblica precauzionale (pag.3), che non è la solvibilità dell’ente bensì la sua liquidità e la capacità di far fronte puntualmente alle scadenze. Come avevamo già detto questo è uno snodo critico del giudizio di ammissibilità da parte della Commissione Europea.
E parlando di Bruxelles, sia Sabatini che Barbagallo coerentemente confermano che la flessibilità “introdotta” dal decreto di dicembre è in verità farina del sacco europeo. Pertanto per differenza quello che è peculiare italiano è il simpatico meccanismo di rimborso dei turlupinati risparmiatori (e anche di altri…sigh).
A questo punto un brivido deve essere corso per la schiena di Padoan che solo lunedì ha dovuto affrontare ben due bocciature, dopo quella sui rating: le revisioni al ribasso del FMI e la solita letterina tira-orecchie della Commissione. Se il decreto salva-risparmio deve essere ancora giudicato compatibile con le norme europee, e di riserve ne abbiamo a iosa, non sorprenda che esso non faccia (ancora) gran differenza agli occhi degli investitori esteri che ti declassano.
I nostri due hanno per caso citato anche solo una possibile obiezione che possa essere mossa all’accoglimento del decreto, dando i loro punti di vista per superarne le criticità? No. Le due audizioni sono, per chi la norma l’ha letta già, mere elencazioni. Con sviste, tanto per dare lavoro ai blog

.

La svista più macroscopica che Sabatini prende sta a pagina 8, dove il d.g, ABI fa questa affermazione:

Il  meccanismo  di  compensazione  è  finalizzato  quindi  a  consentire  che  i risparmiatori originariamente  in  possesso  di  obbligazioni  subordinate trasformino  il  proprio  investimento  originario  in  obbligazioni  non subordinate.

Partano le pernacchie sull’avverbio originariamente: caro direttore, ormai è chiaro che la norma, scritta come è stata scritta, salvaguardia, anzi premia anche coloro che hanno acquistato sul secondario, consci del rischio dell’investimento. Si metta il cuore in pace, lo ha riconosciuto anche il ministro Padoan.

Ma vigileremo. E son pochi casi isolati

Peccato che la norma valga erga omnes e inciti ad un azzardo morale enorme in futuro.
Castroneria simile riesce a affermarla anche Barbagallo (pag.8) che più intelligentemente si limita a affermare che

il  ristoro  è  indirizzato  esclusivamente  agli  investitori  al dettaglio,  non  “qualificati”  né  “professionali”

saltando a piè pari ogni strettoia sulla portata della norma. É la bottiglia mezza piena, in onore di chi deve bere abbondantemente per essere allegro.

Sempre a pagina 3 Sabatini elenca i possibili interventi oggetto della ricapitalizzazione pubblica precauzionale, e l’occasione mi è ghiotta per citare un altra potenziale obiezione al decreto.
L’articolo 32 della BRRD recita:

il sostegno finanziario  pubblico  straordinario  si concretizza  in  una  delle  forme  seguenti (corsivo mio)

La versione inglese recita identicamente:

the extraordinary  public  financial  support  takes  any of the following forms (corsivo mio)

dove la “singolarità” delle forme sembra supportata dal ‘oppure’ che separa i tre interventi pubblici ammessi

i)  una garanzia  dello Stato  a sostegno degli  strumenti di liquidità  forniti da banche  centrali alle condizioni  da esse applicate; ii) una  garanzia  dello  Stato  sulle  passività  di  nuova  emissione;  oppure iii)  un’iniezione  di  fondi  propri  o l’acquisto  di strumenti di capitale

Stesso dicasi per la versione inglese.

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Sembra cioè che l’intervento statale, per essere ammesso, debba limitarsi ad una delle tre forme permesse, non a tutte e tre contemporaneamente come per il MPS.
La questione non è solo bizantina o linguistica, ma effettiva. La finalità della BRRD è di evitare la socializzazione delle perdite di istituti privati altresì prodighi nella distribuzione degli utili ai soci. Le eccezioni previste vogliono salvaguardare la stabilità del sistema o evitare trattamenti pregiudizievoli per gli investitori, ma come vedremo fra poco sono criteri molto discrezionali e opinabili.
Se si confermasse che uno stato possa intervenire in banche talmente decotte da necessitare tutte e tre le garanzie classiche di un salvataggio, allora rischia di cadere rovinosamente la finalità stessa della norma, aprendo a salvataggi indiscriminati.

E proprio parlando dei criteri di ammissibilità della ricapitalizzazione precauzionale (pagg.6-7), Sabatini prende un’altra svista. Due sono i criteri che la Commissione seguirà per valutare l’ammissibilità dell’intervento pubblico: l’esistenza di un pericolo per la stabilità finanziaria, e/o l’eventualità che dalla risoluzione ne venga un risultato sproporzionato per gli investitori oggetto del burden sharing.
Il primo criterio è veramente discrezionale, al limite dell’arbitrarietà, e bastano pochi esempi per dimostrare l’infondatezza dei timori del Governo sulla tenuta del sistema.

Quando Bpm e Banco furono chiamati a ricapitalizzarsi per la fusione (fine primavera 2016) e quando Unicredit recentemente ha deliberato la sua ricapitalizzazione monstre, il clima non era necessariamente migliore, eppure il mercato ha premiato piani di sviluppo credibili e realizzabili.
Quando Popolare di Vicenza e Veneto Banca a fine 2015 sono deflagrate, i depositi non si sono volatilizzati dal sistema per ricomparire magicamente oltralpe oppure sotto i materassi: si sono semplicemente trasferiti ad altre banche giudicate sane e solvibili, in primis Intesasanpaolo, Unicredit e qualche Bcc e popolare locale.
Alla faccia del clima di terrore e del bankrun.
Il secondo criterio è ancor più scivoloso per MPS: esso si basa sul principio del no creditor worse off, evitare cioè che azionisti e obbligazionisti subiscano dalla risoluzione perdite superiori a quelle altrimenti sostenute in caso di liquidazione ordinaria dell’istituto.
Il ragionamento è semplice: se credo che le quotazioni di Borsa siano frutto di uno sciacallaggio della bieca speculazione internazionale, e inducano erroneamente a credere che gli attivi di Rocca Salimbeni valgano meno di quanto potrei ottenere con una ordinata liquidazione nei comodi 15 anni medi della giustizia italica, allora devo rifiutare il burden sharing e procedo con il prelievo dalle tasche dei contribuenti.
Idilliaca visione, peccato distorta.

In questo gioco delle tre carte entra a gamba tesa la recente valutazione a tinte fosche dei crediti del MPS fatta dal team italo-francese della Bce, e che tanta critica ha fatto muovere a Via Nazionale che si è formalmente lamentata con Francoforte dell’uso di criteri troppo penalizzanti.
Naturalmente, se a Francoforte giudicassero che la valutazione sia invece congrua, si avrebbe un serio problema a ritenere che una ordinata liquidazione possa procurare meno danni agli investitori, facendo così decadere uno dei criteri di ammissibilità.

Quel che più lascia l’amaro in bocca è l’assenza di ogni genere di mea culpa o promessa di maggiore controllo e vigilanza, l’assenza rumorosissima di qualsiasi accenno agli errori e agli inganni perpetrati per anni contro quello stesso risparmio che poi si chiede con tanta animosità venga protetto da altro risparmio, quello dei contribuenti.

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Banchiere Cannibale

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