Ogni maledetta primavera

A Milano la primavera fa schifo.

Certo, nei parchi e nei giardini curati di certe dimore signorili la primavera è una marcia trionfale di colori, un inno alla vita che si riproduce con alacre ineluttabilità, anno dopo anno. Ma provate a fare un giro in periferia, dove qualche alberello striminzito e poche asfittiche aiuole nelle quali l’erba cresce a chiazze combattono da soli la guerra contro il grigiore di una città avvilita, perdendola regolarmente, e converrete che a Milano la primavera fa schifo.

Per quel che mi riguarda, al momentaneo sollievo per le giornate che si allungano segue subitaneamente un malessere fisico che non cerco nemmeno di combattere né dissimulare.  Subentra una diffusa fiacchezza delle membra accompagnata da un’accidiosa pesantezza di pensiero e mi sento appiattito, incollato all’asfalto puzzolente, anzi  peggio: avviluppato e soffocato dal catrame come certi poveri volatili marini dopo un disastro ecologico. Allora mi coglie un sordo rimpianto: non solamente per ciò che ho avuto e perduto, ma ancor più per tutto quello che per una ragione o per l’altra, ma in buona parte per colpa mia, non ho mai potuto raggiungere.

Fino a tre anni prima, Giorgio Ravizza non era mai stato un tipo umorale e men che meno incline al pessimismo: al contrario era un uomo sereno  e conciliante che un poco per natura e molto per pigrizia rifuggiva le discussioni e i contrasti. Benché elaborasse puntualmente delle opinioni personali su accadimenti e questioni di varia natura, preferiva non prendere apertamente posizione e sovente abbozzava, dimostrando una grande capacità di adattamento. Dopo il diploma in Ragioneria, nell’82 si era iscritto a Economia e Commercio alla Cattolica, dove si era laureato nei tempi prescritti ma con una votazione non particolarmente brillante. Accogliendo il suggerimento del padre, impiegato presso una delle tante filiali della Banca Popolare di Milano, aveva partecipato al concorso indetto dal medesimo istituto ed era stato assunto come cassiere nella storica Agenzia 0 di Piazza Meda. Con il titolo di studio che possedeva avrebbe potuto aspirare a qualche sostanzioso avanzamento di carriera ma nel corso degli anni Giorgio si defilò da ogni occasione, abbarbicandosi sorridente e affabile alla rassicurante monotonia delle giornate allo sportello. Del resto l’aspetto banalmente piacevole, le buone maniere e l’abbigliamento curato ma piuttosto anonimo trovavano in quel riquadro protetto dal vetro la cornice perfetta.

Aveva incontrato Federica nella primavera dell’89 a una festa in casa di amici di un amico di chissà quale conoscente dove era approdato per caso e per noia. L’aveva subito notata non solo per il suo aspetto (in quel contesto le ragazze erano tutte più o meno belle) ma perché nel suo atteggiamento gli era parso di ravvisare l’evidente impaccio di chi, per una serie di circostanze fortuite, si ritrova in un ambiente al quale non appartiene e in cui non si sente del tutto a proprio agio.

Quella sera abbandonarono insieme il pretenzioso appartamento in Corso Magenta senza che nessuno notasse la loro assenza. Poco dopo presero a frequentarsi con regolarità, sebbene in maniera saltuaria, più come buoni amici legati da molte affinità che come due persone reciprocamente attratte. All’incirca cinque anni più tardi, durante un fine settimana sulla neve a Ponte di Legno il sabato sera si ritrovarono avvinghiati sotto il medesimo lenzuolo e la dolce familiarità di quell’incontro li convinse che fosse ora di smettere di cercare altrove ciò che avevano sotto gli occhi da tanto tempo. Decisero di convivere con la benedizione delle rispettive famiglie, le quali tirarono un sospiro di sollievo nel vedere finalmente accasati i figli, egualmente unici: pazienza se non ci sarebbero stati confetti, fiori d’arancio e pranzo in pompa magna con parenti e amici (su quest’ultimo aspetto della questione tirarono anzi un ulteriore sospiro di sollievo, benché non lo dichiarassero apertamente).

Giorgio lasciò dunque il vecchio appartamento famigliare in Via Ripamonti e si trasferì insieme a Federica in un condominio all’inizio di viale Fulvio Testi. I genitori della compagna abitavano appena al di là di piazzale Istria, in viale Zara, dove si trovava anche l’agenzia immobiliare presso la quale era impiegata da quando aveva definitivamente assimilato che la laurea in architettura non implicava automaticamente né il talento né le opportunità di un Bottoni o di una Aulenti.

Secondo il calendario cinese, terminato in febbraio l’anno del Maiale era iniziato quello del Topo ed era difficile decidere se la notizia fosse buona, cattiva o così così. Invece i sussurri e le grida sulle inevitabili ricadute dello scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti acquisivano la forma e la sostanza di una grave recessione mondiale; anche l’annuncio del passaggio di un asteroide, che entro la fine dell’anno avrebbe sfiorato la Terra, non sembrava di buon augurio.

Tuttavia fu per ben altre ragioni che in una scialba domenica pomeriggio di aprile la vita di Giorgio Ravizza mutò bruscamente . Era dalla mattina che sembrava potesse piovere da un momento all’altro sopra una città improvvisamente svogliata. Il cielo di Milano è sovente così, tinto di un grigio pallido appena mosso da nubi color della cenere, annuncia acqua e ti lascia intristire in una giornata immobile, in un’indolente e vana attesa di un evento che poi non si realizza: giunge invece la sera e induce la frustrante cognizione di aver sprecato del tempo guardando fuori dalla finestra il medesimo, immutabile fotogramma.

Giorgio si era accorto che anche Federica minacciava tempesta sin dal primo mattino e faceva di tutto per mimetizzarsi con l’ambiente, preferendo defilarsi anziché indagare sulle cause dell’evidente ostilità della sua compagna. Per la verità non gli era sfuggito che un certo malumore permaneva già da qualche tempo: più che malumore era una sorta di distacco sempre più accentuato che a volte volgeva in manifesta insofferenza.

Ciò nonostante, non era preparato a fronteggiare un uragano di tale intensità:

“Senti, Giorgio, io non ce la faccio più. C’è qualcosa che non va, non so dirti cosa, non è colpa tua…insomma, io ho bisogno di riflettere sulla nostra storia, sul mio futuro, su tante cose e…devo stare un po’ da sola, capisci?”

No, non capiva. Quelle parole rimbalzavano e schizzavano nel suo cervello come la pallina di un flipper, lo colpivano senza che riuscisse ad afferrarne appieno il significato.

“Vado via subito, Giorgio, andrò a stare per un po’ da un’amica. Non cercarmi, per favore: mi farò viva io non appena avrò preso una decisione”.

Mentre lei faceva le valigie con frettolosa efficienza, egli tentò pervicacemente di acchiappare la pallina del flipper con le mani, sentendosi nel contempo come uno che sta guardando un film davvero brutto in televisione ma non può cambiar canale perché non trova il telecomando.

Trascorse i giorni immediatamente successivi in una sorta di apatica sospensione temporale. Si alzava, si prendeva approssimativamente cura della sua persona, si recava al lavoro, telefonava alla madre ormai vedova da qualche anno, si nutriva in maniera sufficiente perché a mezzogiorno pranzava in qualche trattoria con i colleghi; a cena si arrangiava con affettati e formaggi poiché la sua abilità culinaria si limitava all’impiego più o meno corretto dell’apriscatole. La sera si rincretiniva davanti al televisore e a una cert’ora si schiantava sul letto, precipitando in un sonno pietosamente pesante ma scarsamente ristoratore. Aspettava.

Il venerdì nel tardo pomeriggio si appostò  in auto sul marciapiede di fronte all’agenzia nella quale lavorava Federica, furtivo come un investigatore privato di quarta categoria, senza nemmeno sapere cosa intendesse fare. Alle sei in punto la vide uscire e correre con passo lieve e felice nelle braccia di un giovanottino biondo che doveva avere come minimo una decina d’anni meno di lei; dopo un lungo bacio i due si allontanarono su una vetturetta sportiva rossa. L’esito delle riflessioni di Federica deflagrò nel suo cervello in un lampo di spietata chiarezza. Nel giro di pochi istanti gli tornarono alla mente gli innumerevoli dettagli che costituivano la trama del suo rassicurante quotidiano prima di quella tempesta primaverile, e si rese conto che era perduto per sempre.

Rientrato in casa fece un rapido controllo e si accorse che tutti gli effetti personali della sua compagna erano scomparsi: nei giorni precedenti doveva essere passata da casa durante la sua assenza. Allora aprì il cassetto dove conservava le fotografie scattate durante le vacanze, le tagliò in minutissimi pezzi senza nemmeno guardarle un’ultima volta, poi gettò tutto nella tazza del water in più riprese, azionando ogni volta lo sciacquone. Quattordici anni d’amore (o almeno così egli li aveva intesi) buttati simbolicamente nel cesso, che ebbe pena del suo dramma e fece del suo meglio per non intasarsi. Al termine di tale liberatorio rituale abbassò le tapparelle, spense tutte le luci, pose sullo stereo una musica adeguata e si dispose a lasciarsi scivolare in una sofferenza vischiosa alla quale si sarebbe abbandonato per l’intero fine settimana. Fu da allora che l’uomo, comprensibilmente, prese in antipatia la stagione primaverile.

Il lunedì dopo il lavoro passò dal supermercato e fece scorta di cibi (molti dei quali precotti) e di prodotti per le pulizie, poi si recò in un’agenzia immobiliare e mise in vendita l’appartamento di viale Fulvio Testi di cui era unico intestatario, avendolo acquistato con i suoi risparmi e con una generosa sovvenzione dei genitori.

Nel corso di una lunga telefonala raccontò alla madre ciò che era successo e per qualche momento accarezzò l’idea di tornare nell’appartamento di via Ripamonti: avrebbe così risolto l‘imbarazzante problema di accudire se stesso e una casa e si sarebbero fatti buona compagnia. Ma la signora Bice, settantenne in gran forma, a qualche anno dalla scomparsa del marito con la capacità di adattamento e lo spirito d’iniziativa che sorregge molte femmine viveva giornate gradevoli e piene tra faccende domestiche, circoli culturali e passeggiate con le amiche. Non intendeva certo ricominciare a prendersi cura di un uomo, ancorché carne della sua carne.

“Hai fatto bene a mettere in vendita quella casa, caro Giorgio, troppi ricordi. E’ ora di voltar pagina, a quarantacinque anni sei ancora giovane”.

E a scanso di ogni eventuale equivoco chiosò:

“Voglio dire, è ora che impari a essere davvero indipendente.  Dai retta a me: trovati un appartamentino facile da gestire, vedrai che arrangiarti ti darà persino soddisfazione e se proprio non ce la farai, guadagni abbastanza da permetterti una donna una volta la settimana, no? Poi, se hai bisogno di consigli, sai che puoi chiamarmi quando vuoi”.

Giorgio incassò il colpo e trascorse il resto della serata compiangendosi per il suo nuovo stato di derelitto e abbandonato. Non sapendo che altro fare, accettò il suggerimento materno e si mise a cercare un alloggio adeguato alle sue esigenze.

In virtù di una fortunata coincidenza, poche settimane dopo trovò un acquirente per l’appartamento (mobilia compresa) e l’agenzia gli propose un bilocale arredato in via Tofane, in un palazzo del ‘500 recentemente ristrutturato e suddiviso in piccoli alloggi. Era di dimensioni  ridotte ma arredato con mobili funzionali, le alte finestre del soggiorno e della camera da letto affacciavano sulla Martesana; sul lato opposto un terrazzo sproporzionato e parzialmente coperto guardava su un cortile interno al cui centro spiccava un’aiuola fiorita attorno a una magnolia. Il prezzo era spropositato e il progetto di permutare il vecchio appartamento con il nuovo andava a farsi benedire: occorreva accendere un mutuo, forse se la sarebbe cavata con un decennale. In compenso la fermata della metropolitana di Turro era molto vicina, dunque recarsi in Piazza Meda tutti i giorni sarebbe stato semplice e comodo, persino economico.  Osservando il placido fluire delle acque scure del Naviglio Piccolo nell’insolita quiete di un’altra Milano, quasi una città che si sottraeva a se stessa, per la prima volta nella sua vita seguì un impulso un poco irragionevole e disse di sì con l’emozione entusiasta di uno sposo dinanzi all’altare.

Qualche giorno dopo ricevette una telefonata da Federica, la quale con finta titubanza gli annunciò la decisione di rompere la loro relazione.

“Mi piacerebbe che restassimo amici, Giorgio, anche se l’amore è finito”.

Allora egli ebbe un sussulto di orgoglio e anche un impeto di ribellione, forse il primo della sua vita.

“L’amicizia si regge su due fondamentali presupposti, rispetto e sincerità. Mi pare che siano venuti a mancare sia l’uno che l’altra, Federica: quindi no, grazie”,

e chiuse la comunicazione, per sempre.

Era ormai estate quando si trasferì in via Tofane. Al primo risveglio nella nuova casa l’assenza dei rumori del traffico gli causò un temporaneo spaesamento e udendo il lieve fruscio dell’acqua e delle biciclette in strada temette di avere dimenticato un rubinetto aperto. L’appartamento era talmente piccolo che imparò presto a prendersene cura; ci mise un po’ più tempo a prendere confidenza con la lavatrice e il ferro da stiro, ma in viale Monza vi era una piccola lavanderia dove per pochi euro lavavano e stiravano le camicie alla perfezione. Portando il bucato della settimana un venerdì pomeriggio gli capitò di passare davanti a un ambulatorio veterinario sulla cui porta campeggiava un cartello con tanto di foto che ritraeva una cucciolata di sei orsetti di vari colori dentro una cesta: “Si cedono gratuitamente in adozione cuccioli meticci”.

Un cane. Perché no? Per la seconda volta nella sua vita e nel giro di poco tempo seguì un impulso un poco avventato ed entrò. Il veterinario era un ometto anziano e severo che prima di mostrargli la cucciolata gli illustrò con puntigliosa pedanteria i doveri e le responsabilità ricadenti su chi decide di prendersi cura di un animale: lungi dallo scoraggiarsi, più lo ascoltava più Giorgio si convinceva che la presenza di un cane sarebbe stata il complemento perfetto della sua nuova vita. Andò a finire che si lasciò scegliere da un cagnetto più intraprendente degli altri che non appena si avvicinò alla gabbia gli ghermì una mano e non la mollò più: grassottello, di gamba corta, il mantello morbido e folto color nocciola, aveva un’espressione particolarmente buffa a causa di una macchia tonda  marrone scuro attorno all’occhio sinistro; delle orecchie piccole e appuntite, una era ritta e l’altra ripiegata, appiccicata alla testolina tonda. Seguì le istruzioni del veterinario e gli approntò un ambiente consono acquistando una grande cuccia in legno che pose nell’angolo più riparato del terrazzo; si procurò cibo, spazzole, antipulci, collare e guinzaglio e il giorno successivo Pitagora entrò ufficialmente nella sua esistenza: poiché i suoi natali non erano certamente nobili, che almeno il nome gli conferisse un certo prestigio.

A mano a mano che Pitagora cresceva, nel suo aspetto affioravano tracce dei diversi patrimoni genetici che componevano il suo DNA: l’impressione era che faticassero a mettersi d’accordo, ognuno geloso delle proprie peculiarità. Il risultato era un aspetto bizzarramente disarmonico: di taglia media, vi si intravvedeva un  pastore tedesco ma anche un corgi con un tocco di volpino e un’ombra di labrador. Intelligente ed educatissimo, il cane indossava la sua innegabile bruttezza con coraggiosa dignità, persino con una certa classe.

Grazie alla sua presenza e alle sue necessità, Giorgio scoprì il piacere di passeggiare a piedi per Milano nelle strade e nei momenti in cui è meno affollata e frettolosa, si stupì dinanzi alla sontuosa bellezza del Parco di Villa Finzi, a due passi da casa, e alla quiete mormorante della passeggiata lungo la Martesana nelle ore serali. Mentre il cane scorrazzava libero e felice, confortato dalla certezza del suo immancabile ritorno apprese le molteplici forme dell’ozio produttivo, leggendo o ascoltando musica, osservando la gente che passava o il paesaggio. Era solo leggermente in difficoltà quando qualcuno gli chiedeva di che razza fosse.

Più il tempo passava, più il ricordo di Federica e della loro convivenza sbiadiva, quasi perdeva d’importanza. In parte era merito della presenza di Pitagora, molto del suo nuovo stile di vita, della sua capacità di arrangiarsi della quale – doveva dar ragione alla signora Bice – andava assai fiero, ma certo erano aspetti indissolubilmente legati tra loro. Tuttavia anche dopo tre anni, come accadeva alle soglie di ogni maledetta primavera, Giorgio tornò a incupirsi e meno male che c’era Pitagora a rammentargli con la sua vigile compagnia di cercare di non farla tanto lunga, tanto poi arriva presto l’estate e tutto passa.

Nemmeno la superba armonia del giardino all’inglese di Villa Finzi riusciva a riconciliarlo con la primavera. Seduto su una panchina nella luce dorata di un tardo pomeriggio di aprile, guardava senza vederlo il manufatto neoclassico a pianta circolare del Tempio dell’Innocenza, mugugnando tra sé che nessuno è davvero innocente. Si riscosse dal suo malmostoso rimuginare allorché vide Pitagora arrancare nella sua direzione trascinando le corte e robuste zampe sull’inghiaiato del vialetto. Si rammentò che quella mattina aveva rifiutato il cibo e che al suo ritorno gli era parso mogio, tant’è che aveva pensato che quel cane era talmente “suo” che condivideva persino l’insofferenza per quel periodo dell’anno. Pitagora si sdraiò ai suoi piedi con un indecifrabile borbottio: aveva lo sguardo spento, l’orecchio ripiegato più floscio del solito e anche l’altro ammosciato, un filo di bava schiumosa colava dalle fauci socchiuse.

Con l’amico in braccio Giorgio percorse a passo di marcia il breve tratto fino all’ambulatorio veterinario in viale Monza; erano appena le sei, l’anziano medico che gli aveva affidato l’animale e dal quale era solito portarlo per le vaccinazioni periodiche era certamente ancora presente. Pensò a un tratto che non sarebbe stato in grado di sopportare la perdita di quel buffo cane, ed ebbe paura della propria fragilità che stava sempre lì, sotto pelle.

Arrivò trafelato a destinazione; la piccola sala d’attesa era vuota e la porta del gabinetto medico spalancata, solo che al posto del vecchio dottor Bellomo sedeva una donna.

“Venga, si accomodi. Il dottor Bellomo è in crociera, lo sostituisco io. Laura Corsi”,

disse la donna tendendogli la mano, notando il suo smarrito sconcerto. Gli tolse delicatamente dalle braccia Pitagora il quale guaiva debolmente, lo adagiò sul lettino e iniziò a palparlo e auscultarlo con gesti veloci e gentili.

“E’ un’intossicazione. Se ha l’abitudine di lasciarlo libero deve avere mangiato qualche schifezza ma stia tranquillo, non è in pericolo di vita. Ora facciamo un’iniezione e per sicurezza eseguirò un prelievo di sangue; per l’esito ci vorrà qualche giorno”.

Ora che lo spavento stava passando, Giorgio prese a scrutare con discrezione la donna dal camice immacolato. Sulla quarantina, era alta e un poco ossuta, le mani lunghe ed eleganti prive di anelli, un viso intenso dagli zigomi pronunciati, gli occhi color nocciola segnati da qualche breve ruga e lunghi capelli castani raccolti in maniera gradevolmente disordinata sulla sommità della nuca. Parlava con un tono pacato, la voce limpida e ben modulata e la sua persona emanava un effluvio fiorito appena accennato.

“Gli dia queste pastiglie, una ogni otto ore e ci vediamo lunedì per un controllo. Per ogni evenienza, questo è il mio numero di cellulare, sono sempre reperibile”.

Giorgio uscì con il cuore leggero, il suo cagnetto tra le braccia e il biglietto da visita della dottoressa Laura Corsi in tasca. Non poteva certo augurarsi che Pitagora stesse male per poterla chiamare, ma se l’indomani avesse avuto qualche dubbio sulla somministrazione delle pastiglie, magari…

Dopo cena sedette sulla poltroncina in  midollino sul terrazzo, accanto alla cuccia del cane che dormiva, un poco rintronato per effetto dell’iniezione.

L’aria della sera era appena fresca, la magnolia al centro della corte esibiva la sua spettacolare fioritura bianco rosata, di tanto in tanto la brezza recava l’odore del Naviglio, che è l’indescrivibile odore dell’acqua del Naviglio, mutevole a seconda della stagione e percepibile soltanto da chi acquisisce una certa confidenza con le sue sponde. Dopotutto, pensò Giorgio, la primavera può essere bella persino a Milano.

Per chi leggendo si fosse affezionato al cane, si sappia che campò benone per un decennio, poi sul finire della primavera d’improvviso si ammalò. La dottoressa Laura Corsi, divenuta nel frattempo signora Ravizza, quando fu il momento provvide personalmente a garantirgli un trapasso dolce e partecipò insieme al marito Giorgio al rito funebre che si svolse, nottetempo e con la necessaria discrezione, nel prato prospiciente la baita che avevano acquistato a Brunate, meta di tanti fine settimana.

“Così, in un certo senso lo vedremo rinascere ogni primavera”.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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