Orgoglio africano cercasi

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Nella controversa relazione tra Cina e Africa finora ha prevalso l’olio lubrificante. Nel complesso meccanismo si scorgono tuttavia grumi di sabbia che ne impediscono lo scorrimento senza attriti. La recente visita del premier Li Ke Qiang ha confermato che nel continente la Cina può trovare sia i campi di petrolio che la sabbia del Sahara. Ha visitato 4 paesi grandi e nevralgici per Pechino – Etiopia, Nigeria, Angola e Kenya – e ha registrato sia successi che difficoltà.

La novità consiste nella presenza delle seconde, finora pressoché assenti in una storia di successo. La ripresa delle relazioni tra Cina e Africa, dopo la parentesi terzomondista di Zhou En Lai negli anni ‘60, è stata indubbiamente una win-win situation. Probabilmente i vantaggi di Pechino sono stati molto maggiori, ma anche le arretrate nazioni africane ne hanno beneficiato. I termini dello scambio sono noti e semplici: da Pechino arrivano investimenti che l’Africa ripaga con materie prime. L’ombrello politico è l’amicizia internazionale, la condanna del colonialismo, la rivincita sul sottosviluppo. Sono temi acquisiti, analizzati e affermati nella loro pragmatica sostanza.

I numeri tuttavia segnalano un raffreddamento della passione. Nonostante Li si sia impegnato per aumentare da 20 a 30 miliardi di dollari la linea di credito per l’intera Africa (e congiuntamente raddoppiare l’interscambio commerciale entro il 2020), il peso del continente sembra flettere per la Cina. Il Ministero delle Finanze ha fornito dati preoccupanti per gli investimenti delle aziende cinesi in Africa: 2,5 miliardi di dollari nel 2012, 3,2 nel 2011, 5,5 il massimo registrato nell’anno ancora precedente. I capitali si dirigono sempre di più verso i grandi affari nei paesi industrializzati, anch’essi dotati di minerali come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, piuttosto che in acquisti più piccoli da compensare con la costruzione di infrastrutture.

Si allunga la lista degli accordi sospesi e delle costruzioni interrotte, dalle infrastrutture in Nigeria e Libia, alle miniere in Congo, Gabon e Angola. Le nazioni industrializzate nel loro complesso sono ora raggiunte dal 15% degli investimenti cinesi, una cifra doppia rispetto a 10 anni fa. Si levano inoltre lamentele anche istituzionali. Pur con la prudenza inevitabile per non compromettere le relazioni con un partner indispensabile, ministri, banchieri, esponenti di organizzazioni multilaterali lamentano il disimpegno cinese, la lentezza nell’adempiere ai contratti, un relativo disinteresse rispetto all’inizio della collaborazione. Non rilevabile staticamente, ma più palpabile è la percezione sociale della Cina. Cresce il disagio verso un’operazione che viene giudicata rapace nelle sue valutazioni estreme e sbilanciata in quelle più ponderate.

È difficile conteggiare i vantaggi reciproci, non si sa effettivamente quanti posti di lavoro abbiano creato gli investimenti, se il fiorire degli istituti Confucio nel continente sia dovuto all’istruzione o alla propaganda culturale contro l’occidente. Il rallentamento è dovuto a molte cause. La principale è l’abbassamento dei prezzi delle materie prime che rende meno cogente la sicurezza degli approvvigionamenti. Se è oneroso investire nelle trivellazioni di nuovi terreni, allora il petrolio si può comprare sul mercato. Gli investiti cinesi sono divenuti più sofisticati e tendono quindi a operazioni più complesse e rischiose. È tuttavia probabile che un risveglio dell’ orgoglio africano, seppur tardivo, sia in atto, che la percezione di essere vittime oltreché partner stia affiorando. Il tempo ha dimostrato che gli accordi devono portare risultati anche immateriali, come la creazione di un modello, l’affermazione di valori, il rispetto tra nazioni che prescinda dalle loro dimensioni. La convenienza degli accordi con la Cina è innegabile, i miglioramenti sono evidenti, ma esiste oggi la forte sensazione che i soli risultati contabili non siano sufficienti per il riscatto delle nazioni africane.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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5 commenti su “Orgoglio africano cercasi

  1. claudia de sierra lepori il said:

    Un altro articolo stupendo per leggere e leggere più volte e rifflettere molto sul Africa, Cina e occidente. Africa la nuova frontiera tra Cina e Occidente? il sfrutamento dell’ Africa no come la riserva di schiavi come fu per la Comapnia d’Oriente, ne anche il continente dil colonialismo secolo 19, ma la terra dove dimostrare il potere della Cina contro occidente? Africa un altro chess board lontano dal pivot del Mare dil Sud, ma un altro chess board?

  2. Surfer il said:

    There is no question that Africa has become a more prominent issue for China in the past decade. Yet, overall, Africa’s strategic importance for Beijing remains low. While the political utility of the continent to Beijing has remained unchanged, Sino-African economic relations are at a historical high since 1949.

    Chinese economic activities in Africa are at an unprecedented level.

    But this trend has also produced new challenges for China’s Africa policy. These include rising security threats to Chinese citizens present in Africa, the negative impacts of the mercantilist policy of China over Sino-African relations, and the reputational risks generated by Chinese actors’ over-emphasizing economic benefits and neglecting Africa’s long-term needs.

    China’s Africa policy lacks a comprehensive, longterm, strategic vision.

    This gap complicates the conflicts between Beijing’s political agenda and its economic goals in Africa, and between short-term commercial gains and long-term national interests.

    Bureaucratic competition within the government apparatus and the diversification of Chinese actors further undermine the overall health of Sino-African relations.

    In addition, Beijing has yet to improve its bureaucratic mechanisms and procedures to adapt to the new reality China faces in Africa.

    It is not creating forward-looking political risk assessments nor effectively supervising Chinese entities.

    In the years to come, China’s engagement with Africa is expected to grow.

    The system will adapt and adopt easy fixes for some problems, for instance, by increasing spending on training African human resources or by enhancing corporate social responsibility programs for local African communities.

    However, given China’s priority of fueling domestic economic growth with African resources and market potential, a more profound reconsideration of China’s overall strategic engagement with Africa will be required to resolve the most fundamental problems in Sino-African relations.

    The inertia that currently characterizes China’s policy approaches to Africa will most likely remain unchanged in the near future.

    This situation deserves effective responses – from Africa and from the rest of the world.

    —–

    See to:

    1- Security interests: Pp. 9-11;

    2- Ideological interests: Pp. 11-12;

    3- China’s security policy in Africa: Pp. 23-25;

    with excellent original Chinese references, too – in speaking to those who know the 中国的,

    in

    Y. Sun (Thornton China Center and Africa Growth Initiative), “Africa in China’s foreign policy” – April 2014

    http://www.brookings.edu/~/media/research/files/papers/2014/04/africa%20china%20policy%20sun/africa%20in%20china%20web_cmg7.pdf

    —–

    Times … sìì proprio nù strunzill’. Per fortuna, che Ti conosco.

    Senza sentimento: “_ò munn’ è chin e fulminant’_” … si vede che sei YanKee!

    “D’altra parte”… http://www.youtube.com/watch?v=BlUfICjjkb8

    … alla fAcciA dei cataS-TR-of-ISTI – con l’ESTATE IN poppiSSima; coPERto, tran”QUI”llo – of coUrsE.

    ✍✓ _s-U-r-f-E-r_ ✍✓

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