Parlami d’amore

Un bel giorno (ed era davvero una bella giornata di primavera, il cielo tinto di quella particolare sfumatura di azzurro che si trova solo a Milano) la quercia che dominava il giardino della casa in fondo a via Lincoln cedette.

Il fatto che la pianta non si fosse ancora del tutto spogliata delle foglie secche, sostituendole con quelle nuove, era un segnale di sofferenza al quale Irma non aveva dato molto peso, confidando nella proverbiale resistenza dell’albero. Invece a metà pomeriggio, dopo una serie di secchi crepitii che avevano interrotto l’inconsapevole cinguettio di un piccolo stormo di pennuti, repentinamente levatisi in volo, la quercia si era schiantata adagiandosi sopra l’aiuola delle rose. Irma aveva udito il boato fragoroso, osservando dalla soglia di casa il crollo lento e persino elegante. Una morte maestosamente teatrale, in un certo senso. Si era avvicinata alla quercia dal lato opposto alla caduta e aveva constatato che il tronco all’interno era come spolpato, quasi del tutto vuoto. Ci era rimasta male, si era sentita irragionevolmente tradita poiché aveva d’un tratto compreso di aver creduto in una forza solo apparente, che con l’andar degli anni aveva infine rivelato il grande inganno.

“Io però mi sono rotta”,

aveva dichiarato Irma con voce ferma, forse appena un poco arrochita. L’inattesa esternazione aveva suscitato una certa perplessità nell’anziano farmacista e amico di gioventù, il quale si era prestato alla messa in scena di un insolito rito funebre: sotto l’albicocco, nel giardino della villetta dalle mura tinteggiate in un vivace color mandarino, erano state deposte le spoglie dell’amata gatta siamese della vecchia signora avvolte nella copertina preferita, azzurra come i suoi occhi. La donna aveva pianto per tutto il tempo, un pianto afono e come impietrito, il corpo minuto rattrappito in un dolore inconsolabile e il farmacista aveva considerato tra sé che l’amica non aveva pianto in quel modo nemmeno quando era morto l’Egidio.

Comunque, quando Irma aveva pronunciato quella breve frase aveva in mente il crollo della  quercia: era avvenuto poco più di un anno prima e lo aveva subito interpretato come un cattivo presagio. Ora, al pari dell’albero si era scoperta irrimediabilmente spezzata e vuota. Aveva compreso che, per quanto si fosse sforzata, non avrebbe saputo andare avanti: sarebbe rimasta ferma, intrappolata in una malinconia appiccicosa. E allora aveva pianto per ciò che si era smarrito, persone e affetti non rimpiazzabili, occasioni per dire parole mai pronunciate, infine per la gatta Alice, scorbutico animale fieramente indipendente che tanto le somigliava.

Il 2 agosto del 1980 la stazione Centrale di Bologna era affollata più del consueto per via del periodo di vacanze. Anche i genitori di Irma, Anna e Ferruccio Sacchi, di ritorno da una breve visita a certi amici di Bologna, si trovavano nella sala d’aspetto di seconda classe alle 10,25 della mattina. Era l’ora maledetta in cui esplose la bomba e l’orologio all’ingresso della stazione si fermò per sempre.

Non andavano quasi mai da nessuna parte, i Sacchi, per via dell’impegno con la salumeria in via Cesare Battisti, di cui erano proprietari e orgogliosi gestori. L’unica eccezione erano i viaggi quindicinali in furgone fino in Valtellina per rifornirsi da certi piccoli produttori locali ben conosciuti dalla signora Anna, i cui nonni paterni erano di Santa Caterina. Erano soliti trascorrere in quei luoghi anche la settimana di ferragosto, unico periodo annuale di chiusura del negozio. Avevano fatto dei sacrifici ma ne era valsa la pena e, come solevano spesso ripetere, con le fette di prosciutto crudo e di gorgonzola avevano potuto pagare il mutuo per la villetta in via Lincoln, acquistata negli anni in cui il quartiere non aveva ancora tante pretese e gli immobili avevano prezzi accessibili, e consentito all’unica figlia di conseguire la laurea in chimica.

Tanto intelligente e anche piuttosto bella, quella figliola, minuta e mora come la mamma, il medesimo visetto appuntito dagli zigomi alti, gli occhi di un verde smeraldino come quelli del papà. Però un’originale dai modi sempre un poco bruschi, avara di sorrisi e incline a un sarcasmo sottile non sempre apprezzato. Indipendente e volitiva, fin troppo: una che gli uomini corteggiavano e frequentavano volentieri, ma finivano poi per sposarne un’altra meno impegnativa. Così a quarant’anni suonati, un ottimo impiego in una grande azienda che la spediva per lunghe trasferte negli Stati Uniti e una passione per i viaggi, ai quali si dedicava nei periodi di vacanza, Irma seguitava a vivere in famiglia. Non che i suoi ne fossero dispiaciuti ed erano senz’altro fieri del suo successo professionale, ma era stata una bella fatica adeguare le loro aspettative assai tradizionali allo stile di vita scelto dalla figlia, tant’è che talvolta, parlandone tra di loro, giungevano alla medesima conclusione:

“…se fosse stata un maschio saremmo contentissimi ma dato che è una femmina, insomma…”

Nello sbigottito clamore dei giorni successivi alla strage nella quale entrambi i genitori avevano perso la vita insieme a tanti altri poveretti, colpevoli solo del fatto di trovarsi nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato, Irma si occupò di tutto ciò di cui si doveva occupare con efficienza e senza cedimento alcuno, ancora troppo incredula e frastornata per avere coscienza del lutto. Dopo le esequie, rientrando a casa e trovandola svuotata di una presenza preziosa e scontata di cui permanevano oggetti e odori, percepì il dolore di una lacerazione e scorse la profondità di un vuoto che con il tempo avrebbe potuto guardare da lontano, ma certo non colmare. Da quel momento in poi soltanto Poldo, il gattone grigio che sua madre aveva trovato per la strada e subito adottato, sarebbe stato l’unico essere vivente ad accoglierla al suo ritorno. Lo fece fino a quando campò, scendendo con grazia dalla seggiola sulla quale sonnecchiava guardingo, strusciandosi sulle sue gambe e dirigendosi poi verso la porta d’ingresso, come cercando qualcun altro.

Irma meditò appena un paio di giorni su cosa fare della salumeria: avrebbe potuto vendere in fretta e bene, del resto non se ne era mai interessata. La dissuase un inatteso senso di responsabilità verso ciò che era stato tanto importante per i genitori e il desiderio di prendersene cura. Allora diede un’occhiata ai conti e realizzò che avrebbe avuto di che vivere con più larghezza che con il suo impiego, dunque decise di riporre nel cassetto la laurea in chimica per mettersi ad affettare salumi e formaggi. Non proprio, per la verità: per quello c’erano già la Cecilia e l’Aristide, coniugi esperti salumai da un ventennio dietro il banco della Salumeria Sacchi e ormai più amici che dipendenti. Irma prese il posto della mamma sull’alto sgabello dietro la cassa, posizione che le consentiva di ridurre al minimo le chiacchiere oziose, poco confacenti al suo carattere, lasciandole volentieri ai due collaboratori.

Durante uno dei giri periodici in Valtellina, mentre si trovava da un allevatore di mucche e pecore che aveva un piccolo caseificio, si imbatté in un veterinario. Scorgendolo saltare agilmente dal predellino di un rustico fuoristrada, pensò subito a Poldo e alla possente leggiadria con la quale scendeva dalla sedia. Bell’uomo dal fisico imponente senza essere corpulento, il viso dai tratti squadrati, il lungo naso sottile e il sorriso sghembo gli conferivano un’espressione vagamente scontrosa appena mitigata dagli occhi celesti e dallo scomposto ciuffo biondo paglia, ricadente sulla fronte alta. Aveva un aspetto disordinato ma non sciatto, semmai del tutto noncurante rispetto a certe convenzioni. Difficile dargli un’età, poiché la prestanza e la giovanile scioltezza dell’incedere contrastavano con l’aspetto sgualcito del volto.

Irma stava per accomiatarsi allorché lo vide in uno dei recinti. Era inginocchiato accanto a una vacca che aveva appena avuto un parto assai difficile, come le spiegò il suo ospite. Temevano che non sarebbe sopravvissuta: perciò l’avevano condotta fuori dalla stalla, dove eventualmente sarebbe stato più agevole rimuovere la carcassa. Invece la giovane bovina ce l’aveva fatta e sebbene fosse spossata tentava di rialzarsi, cercando ansiosamente il suo piccolo. Irma rimase a osservare il medico che asciugava il neonato frizionandolo delicatamente con della paglia per poi sospingerlo con determinata gentilezza di fronte alla mamma, affinché questa potesse terminare l’operazione leccandolo e suggellando così il primo legame tra madre e figlio. I gesti premurosi dell’uomo  la colpirono e si ritrovò a immaginare quanto sarebbe stato bello rifugiarsi almeno per un poco in un suo abbraccio e pretendere che, almeno per un poco, si prendesse cura di lei con il medesimo sollecito garbo.

Era una soleggiata mattina di aprile, il cielo terso che pareva dipinto con una mano di blu, l’aria prematuramente mite come capita talvolta in primavera. D’un tratto Irma non aveva più nessuna fretta di tornare a Milano; accettare la proposta del veterinario di fargli compagnia dividendo pane, salame e un fiasco di vinello rosso le parve la cosa più ragionevole del mondo.

Finì per rincasare il giorno dopo quando il sole era già alto, dopo avere trascorso la notte in compagnia di uno sconosciuto che le sembrava di conoscere da sempre. Si erano avvicinati con sorprendente familiarità, guidati  da una capacità di comprendersi primitiva e spogliata da qualsiasi pregiudizio, consapevoli del fatto che certe cose accadono perché è destino e quando succede lo si comprende prima con i sensi che con la mente.

Il dottor Egidio Marani abitava in una casupola appena fuori da Santa Caterina in mezzo a un prato attraversato da un ruscello, con le montagne alle spalle. Gli arredi erano ridotti al minimo ma il vasto locale che fungeva da cucina, da salotto e da tinello mostrava tre pareti tappezzate di libri fino al soffitto. Più che dalla quantità Irma fu incuriosita dalla varietà di quella raccolta: testi classici e di veterinaria, saggi, romanzi e fumetti, autori di ogni epoca e provenienza geografica. L’altro dettaglio che notò fu che i volumi recavano le tracce dell’usura, dunque era chiaro che facevano parte dell’uomo e non dell’arredamento.

Quando si incontrarono Irma ed Egidio avevano un’età in cui ci si è accomodati in una serie di consuetudini confacenti all’indole e legate ai propri interessi, dunque si è poco propensi ai cambi radicali. Lui cinquantenne, lei appena qualche anno di meno, ciascuno con qualche grosso dispiacere sulle spalle, entrambi poco inclini alla socievolezza. Era anche l’età nella quale la passione amorosa ha perduto molte delle sue attrattive e, nella migliore delle ipotesi, è relegata nei ricordi.

Non si preoccuparono mai di definire il loro rapporto, ma da quella notte di aprile non si lasciarono più. Non presero accordi, non fecero progetti. Trascorrevano insieme ogni fine settimana come i giorni di festa e i periodi più lunghi di convivenza coincidevano con i viaggi, nei periodi di vacanza. La prima volta in cui Egidio la raggiunse nel villino in via Lincoln, osservò  la sequenza di casette tinteggiate in colori vivaci, ciascuna con un giardino ben curato. Si accorse che per strada e nei negozi spesso le persone si salutavano con cordialità, come se si conoscessero da tempo.

“Non sembra nemmeno di essere a Milano”,

commentò. Irma ci pensò un momento, poi rispose:

“Saresti sorpreso, se ti mostrassi quanti altri luoghi non sembrino appartenere a Milano. In realtà sei incorso in un banale stereotipo: perché Milano è tutti questi luoghi messi assieme e non sarebbe Milano senza ognuno di essi”.

Gli anni trascorsero così in fretta. Irma se ne rese conto quando infine cedette il negozio perché a sessantacinque anni si era stancata di quell’impegno. Tuttavia, l’evento che la turbò e la costrinse ad ammettere che stava invecchiando fu il trasloco di Ines, amica d’infanzia residente nella casa adiacente. Dopo un infarto aveva deciso di vendere per trasferirsi a Pisa, vicino alla figlia. Quando la casa di Ines rimase vuota e silenziosa, d’un tratto fu colta dall’ansia. Pensò che avrebbe dovuto al più presto far murare il varco che avevano aperto tanti anni prima fra i due giardini, per potersi recare ognuna a casa dell’altra senza passare dagli ingressi principali. Non ci sarebbe voluto molto tempo prima che qualcuno acquistasse la villetta; il quartiere nel tempo aveva mantenuto le sue peculiarità ed era stato ulteriormente valorizzato. Chissà chi le sarebbe toccato per vicino.

Erano trascorsi appena pochi mesi, in effetti, quando vide l’automezzo di un’impresa di traslochi parcheggiato davanti alla casa di Ines. Non fece caso al fatto che la ditta fosse di Bormio e quando vide Egidio insieme ai traslocatori ebbe un attimo di smarrimento. Era di nuovo primavera, i glicini erano in piena fioritura, le rose cariche di turgidi boccioli.

“Non sembra neanche di essere a Milano, qui. E poi mi sono stufato delle montagne”.

Sorrideva in quel suo modo sbilenco, lo sguardo chiaro appeso a un fitto reticolo di rughe.

Seguitarono a stare ognuno a casa propria. Sempre di meno, in realtà. Presto ciascuno prese a lasciare a casa dell’altro alcune tracce tangibili della propria permanente presenza: lo spazzolino da denti, le ciabatte, il pigiama. Un modo collaudato, discreto ma inequivocabile di invadere pacificamente lo spazio privato dell’altro.

Sostanzialmente fu la medesima tattica adottata dalla gatta Giacomina.  Era questa una  siamese che Egidio aveva curato molti anni prima, dopo che qualche disgraziato l’aveva investita e abbandonata in mezzo alla via. Immaginando che mai avrebbe potuto accettare il trasferimento a Milano, il giorno prima del trasloco Egidio l’aveva portata dall’amico che l’avrebbe adottata, distante diversi chilometri. La mattina dopo l’aveva ritrovata accoccolata davanti all’uscio e quando era arrivato il camion dei traslochi, non appena avevano caricato la poltroncina di vimini sulla quale amava trascorrere le giornate fredde, la gatta l’aveva seguita senza il minimo indugio. Giunta a Milano, da un angolo appartato del giardino aveva seguito attentamente le operazioni di scarico. Alla fine della giornata aveva perlustrato la casa aggirandosi tra gli scatoloni, ricolmi più di libri che di suppellettili, ed era parsa soddisfatta.

Un mese dopo fu del tutto evidente che era incinta. Poco prima del parto la osservarono esplorare minuziosamente la casa e il giardino di Irma.

“Sembra che la vecchia Giacomina abbia deciso di farti un regalo, Irma”.

La gatta partorì infine una notte, nella cesta che le avevano preparato nel garage di Irma; di due cuccioli ne sopravvisse solo uno. Il mattino seguente la donna guardò quel batuffolo candido e lo prese con cautela.  Era tiepido e morbido, brancolava miagolando piano con gli occhi serrati e appariva così vulnerabile. Si acquietò quando lo avvicinò al viso per annusarlo, come faceva sempre con qualsiasi stoffa nuova (singolare abitudine che aveva sin da bambina): odorava di lana con una gradevole nota acidula. Prima di allora non aveva mai tenuto tra le mani un animale appena nato; provò un’emozione struggente che era già un sentimento.  Lo posò non appena avvertì l’ansia della madre, evidentemente combattuta tra la fiducia e la preoccupazione.

“Non ho la minima idea di chi possa essere il padre ma di sicuro questa, perché è una femmina, è siamese come la mamma e altrettanto di sicuro è tua”.

Nel giro di qualche settimana le estremità delle zampe, della coda e delle orecchie incominciarono a scurirsi; poco dopo attorno agli occhi color fiordaliso apparve a poco a poco la caratteristica mascherina scura. Fu così che la gatta Giacomina e la figlia Alice si stabilirono definitivamente da Irma senza mancare di far visita regolarmente alla casa di Egidio, dimostrando la perfetta sintonia con quella coppia di originali.

Gli anni filarono via così velocemente, troppo velocemente. Furono anni sereni, sebbene Irma ed Egidio fossero coscienti che stava capitando ciò che succede a tutti i vecchi: i loro orizzonti si andavano restringendo, si erano appartati in un microcosmo felice ma fragile.

La gatta Giacomina una mattina di maggio non si svegliò; se ne era andata con la medesima discrezione con la quale aveva vissuto. La seppellirono all’ombra dell’albicocco e sulla terra smossa piantarono una rosa di una rara sfumatura di arancio.  Il carattere schivo della gatta Alice, ormai adulta, si era perfettamente definito. A differenza della madre, socievole e affettuosa, era timida e non amava troppi complimenti, ai quali si sottraeva con infastidito sdegno. Forse per questo suo sfuggire, ma anche per evidenti similitudini caratteriali, Irma provava per lei un affetto che qualcuno, uno di quelli che non capiscono, avrebbe potuto considerare esagerato.

Irma avrebbe dovuto intuire qualcosa il giorno che dalla finestra vide Egidio immobile in mezzo al giardino. Un brusco fermo immagine, il movimento improvvisamente sospeso: appariva smarrito, come se non sapesse più dove stava andando o addirittura dove si trovasse. Nei mesi successivi si accorse di quanto fosse invecchiato: i gesti rallentati, il sonno sempre troppo leggero, la facilità con la quale dimenticava certe piccole incombenze quotidiane. Anche lei non era più efficiente come una volta, che diamine, invecchiava anche la gatta Alice che era finalmente divenuta affettuosa, addirittura appiccicosa e loquace come solo i siamesi sanno essere.

Poi un giorno Egidio le fece uno strano regalo: in una grande cornice di legno aveva racchiuso molte fotografie che li ritraevano durante qualche viaggio, nella sua vecchia casa a Santa Caterina, a Milano.

“Così non ti scorderai mai”.

Ecco, a quel punto aveva incominciato a capire.

Egidio appariva a tratti svagato, perso in qualche malinconia che non aveva voglia di raccontare, oppure si dilungava al telefono con amici che non vedeva da tempo e con i quali aveva recentemente ristabilito un contatto.

Fu nel medesimo periodo che la gatta Alice, ormai quindicenne, si ammalò di un male cattivo e corrosivo. Irma ebbe a un tratto consapevolezza del fatto che stava solo attendendo il compimento di due eventi infausti, senza nessuna possibilità di poterli evitare. Mentre si prodigava in mille piccole attenzioni nei confronti dell’amata micia, paventando quei segnali di sofferenza che l’avrebbero indotta a porvi prontamente fine, meditava sul singolare legame che la univa a Egidio da trentacinque anni. Che altro era, se non amore? Era stata una storia d’amore lunga e felice, eppure non se lo erano mai detti. Mancava una definizione di cui non vi era alcun bisogno, eppure ne sentì l’urgenza.

Non fece in tempo a dire alcunché: Egidio spirò una mattina d’aprile con la medesima discrezione della gatta Giacomina, mentre toglieva le erbacce dall’aiuola delle rose, nel giardino di Irma.

Quante cose non ti ho detto, quante cose avrei dovuto dirti.

 Cinque giorni dopo una giovane veterinaria fermò il cuore della gatta Alice. Un piccolo rantolo e lei non c’era più. Tutto finito, niente più legava Irma a quella casa.

Via, via da qui, lontano da tutto l’amore che c’era e non ci sarà mai più.

Come se la malinconia non t’inseguisse e non ti scovasse, ovunque tu vada.

Era un bel posto: una ventina di piccoli alloggi a un piano, immersi in un ampio parco digradante fino a un bacino artificiale che ospitava superbe ninfee e buffi anatroccoli. Sullo sfondo, le Alpi Svizzere.

Un ospizio di lusso camuffato da villaggio vacanze, dove ognuno dei ricchi ospiti disponeva di un appartamento e di una serie di servizi, come la possibilità di ordinare i pasti in uno dei due ristoranti, oppure consumarli serviti a un tavolo. Chi aveva voglia di cucinare aveva a disposizione un mercato coperto per la spesa; vi erano persino una sala cinematografica e un teatro che ospitava anche dei concerti. Sebbene mancassero quegli orribili spazi comuni che costringono a una convivenza forzata, la presenza costante di personale medico e di assistenza ricordava anche ai più distratti che chi si trovava in quel paradiso artificiale era in lista d’attesa privilegiata per una prossima dipartita.

Già solo con la somma che aveva percepito dalla vendita delle due case in via Lincoln, poiché Egidio le aveva lasciato in eredità la sua, Irma sapeva che avrebbe potuto trattenersi in quella costosa residenza per più anni di quelli che aveva a disposizione. Era persuasa che Egidio, dopo tanti anni di intima frequentazione degli animali, ne avesse acquisito la sensibilità particolare che consente di fiutare la propria fine poco prima del suo arrivo; o forse, come aveva sentenziato allorché mancò il gatto Poldo alla veneranda età di ventidue anni,

“…alla fine, uno se ne va per noia”.

Successe sul finire di luglio, quando verso sera il laghetto espirava un alito di umidità che rimaneva sospeso sul pelo dell’acqua, colorandosi di un arancio polveroso a mano a mano che il sole tramontava. Irma contemplava una scena già nota ma sempre suggestiva da una comoda poltroncina, nel piccolo patio davanti a casa. Ebbe la straniante impressione di scorgere la gatta Alice fra le piante, dove il parco finiva e iniziava la breve spiaggia ghiaiosa. Non era infrequente la sensazione di percepirne la presenza, ma quella volta era differente. Si alzò e si guardò attorno: non c’era in giro anima viva. La gatta era sempre là, immobile in una posizione elegantemente ieratica, in attesa.

Irma camminava lentamente e l’agitazione che sentiva nel petto le rammentò il battito furioso del cuore della gatta, che negli ultimi anni aveva preso l’abitudine di dormire appoggiata alla sua testa: dapprima se ne era allarmata, poi Egidio le aveva spiegato che i gatti hanno una frequenza cardiaca assai elevata. Un gatto siamese, non sono poi così rari, pensò Irma. Ma l’animale a un certo punto si mosse, le andò incontro miagolando e quando la raggiunse le posò la fronte su una gamba, in quel suo bizzarro modo di stabilire un contatto e prese a fare le fusa. Sulla punta dell’orecchio sinistro aveva una minuscola frastagliatura, ricordo di quando da piccola era rimasta incastrata in una rete metallica. Aveva il pelo lucente e gli occhi limpidi, sul suo corpo non vi era traccia del male che lo aveva rosicchiato fino a consumarlo.

“Hai visto? Ora sta bene”.

Egidio era apparso all’improvviso da chissà dove. Sembrava ringiovanito, nuovamente dritto e vigoroso; aveva il consueto aspetto trascurato di uno che è appena sceso dal letto e si è infilato la prima cosa che ha trovato, dimenticando di pettinarsi. La guardava con un sorriso storto che gli faceva strizzare gli occhi. Ecco, ora poteva dirgli tutto quello che non aveva mai detto, dare finalmente il nome adeguato alle cose.

“Egidio, devo dirti…”

“Non mi devi dire proprio niente, Irma. È stato amore, che altro? Non c’è mai stato bisogno di parlarne. Adesso vieni, andiamo via, che questo non è posto per te”.

Il sole si era ritirato in qualche luogo dietro l’orizzonte e il piccolo specchio d’acqua appariva scuro e lucente.

Della scomparsa della signora Irma Sacchi si accorse l’assistente che faceva il giro intorno alle ventidue, notando che l’uscio di casa era aperto. La cercarono in tutto il parco; chiesero agli altri ospiti ma nessuno sapeva nulla. Il mattino dopo dragarono il bacino, certi che fosse caduta in acqua o vi si fosse buttata: ma non era nemmeno lì.

Nessuno si avvide che nel grande quadro che racchiudeva molte sue istantanee insieme a un uomo, unico oggetto personale che aveva portato con sé da Milano, era comparsa una nuova foto. Ritraeva la vecchia signora, di aspetto assai più giovane, insieme al medesimo uomo e a uno statuario gatto siamese, in posa sulla riva del laghetto.

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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