Passaggi generazionali e mobilità sociale. Preoccupazioni cinesi

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Se la demografia può essere una minaccia per la Cina, un suo effetto collaterale sarà la gestione degli affari secondo la linea generazionale. Il family business presenta in Cina novità importanti, dimostrate da ricerche diverse che convergono su un aspetto inedito: non sempre i figli vogliono raccogliere il timone aziendale dei padri. La Cina rimane comunque una società conservatrice, per molti versi patriarcale, dove i vincoli di appartenenza svolgono un ruolo nettamente superiore a quello dei paesi industrializzati, soprattutto gli Stati Uniti. Il dinamismo sociale era ridotto e il destino dei figli era quasi sempre indirizzato dalle attività dei genitori. Pur confermando dunque un tessuto sociale ancora peculiare, la Cina mostra però delle novità. L’indipendenza dei figli è imprevista, molto maggiore che in passato. È uno degli effetti collaterali del cambio epocale del paese. La nuova classe imprenditoriale tra poco andrà in pensione. Nata con la riforma di Deng Xiao Ping negli anni ‘80 guarda al figlio – stavolta unico – per la successione. Glielo impongono la tradizione e la convenienza. Tuttavia i discendenti non appartengono allo stesso paese dei genitori. Spesso hanno studiato all’estero (proprio su obbligo familiare per rilevare l’azienda), ma lì hanno appreso o comunque sono venuti in contatto con altri stili di vita. Sono cresciuti nell’agiatezza e stanno sperimentando un diverso uso della liberta. Conoscono la mobilità in una società storicamente stanziale; non hanno in definitiva un destino segnato, seppure dal benessere. Questa novità non colpisce solo la famiglia. Il valore economico delle aziende private è infatti enorme, capace di generare il 60% del Pil cinese. Delle 762 aziende quotate nelle Borse di Shanghai e Shenzhen (le A shares) quasi il 40% sono a conduzione familiare. Appare chiaramente il rischio di una flessione economica generale se la transizione non avviene secondo criteri ragionati. Fino a qualche anno fa non esistevano dubbi sulla continuità; ora la mancanza di una preparazione manageriale specifica – che affondi le radici nelle Università – acuisce le defezioni generazionali. Ovviamente la politica del figlio unico non aiuta la successione. È uno dei numerosi effetti collaterali di questa legge draconiana che ha sconfitto il sottosviluppo ma ha posto serie ipoteche per il futuro. Ora le responsabilità si addensano sul singolo discendente, sottoposto a pressioni familiare più forti in una società già altamente competitiva. Lo stesso problema non si è posto per le aziende della diaspora cinese. La numerosità della prole aveva lasciato libero il patriarca aziendale di scegliere il suo successore. Contemporaneamente il modello di business è mantenuto tra costanti successi. Il controllo risiede sempre all’interno della famiglia e il Consiglio di Amministrazione è incapace di prendere decisioni cruciali. La struttura organizzativa rimane semplice, con scarso accesso alle informazioni. Le decisioni importanti sono spesso prese informalmente, senza i crismi dei verbali delle riunioni. Prevale infine l’autofinanziamento, in una cornice di amministrazione che riporta direttamente al fondatore. Questo stile di condurre gli affari si è rivelato valido nel sud-est asiatico, dove minori erano le costrizioni e l’imprenditoria cinese poteva far valere le proprie qualità in un terreno sostanzialmente libero. È proprio la rimozioni di alcuni vincoli che la Cina dovrà immaginare, per evitare che anche un problema generazionale possa diventare l’ennesimo bastone in una ruota che finora ha macinato crescita e sviluppo.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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