Pausa di riflessione

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“….e il lunedì nero di Wall Street, che ha rapidamente contagiato  tutte le Borse del mondo,  si è chiuso alle 16 allo scoccare del gong di chiusura con il grido disperato di uno sconosciuto operatore: “questa  è la fine del mondo!” In sette ore il Dow Jones è sceso del 23%…”

Martedì 20 ottobre 1987 Laura Magli uscì alle sei e mezza dall’Agenzia Viaggi Rinaldi, forse la più prestigiosa di tutta Milano, con il passo leggero e sicuro di chi è intimamente felice. Non era solo perché era una limpida e fresca serata ottobrina e il profumo di caldarroste aleggiava per Corso Venezia, animato dalle persone che uscivano dagli uffici e si godevano una mezz’ora di svago prima di rincasare: le era stata comunicata formalmente la nomina a Responsabile del Settore Aziende, con un congruo aumento di stipendio.

Camminando, Laura sbirciava compiaciuta la sua figura slanciata  riflessa nelle vetrine, con i lunghi capelli rossi che ondeggiavano sulle spalle in una massa fluente e compatta, e si sentiva bene.  Aveva trent’anni, viveva nel confortevole appartamento affacciato sul Parco Marinai d’Italia ereditato dalla nonna, lavorava in un ambiente caotico ma divertente e gratificante, viveva ormai da un anno con un compagno che amava e con il quale (dopo diverse storie infelici) si sentiva finalmente al sicuro, dunque aveva più di un motivo per essere soddisfatta.

Era ansiosa di condividere la notizia della sua promozione con Stefano, però prima voleva un momento per assaporare in solitudine quella  piacevole sensazione di completezza e così camminò spedita verso piazza San Babila, dove si sarebbe offerta un aperitivo al Gin Rosa mescolandosi ai giovani professionisti che normalmente affollavano il locale a quell’ora, perfetta rappresentazione della città ottimista, positiva ed efficiente di quegli anni. Ma quel martedì sera al Gin Rosa non v’era traccia del consueto brio ipertrofico: alcuni giovanotti in abito grigio o blu parlottavano tra loro con i volti dall’espressione tesa e preoccupata di chi incomincia a temere che la Milano da bere se la sia già bevuta tutta qualcun’altro.

L’Ingegner Stefano Fumagalli finì di mettere a punto con gli altri tecnici della sua squadra, esclusivamente dedicata agli interventi sui server e sui software in uso alla Borsa di Milano, la lista degli interventi straordinari che avrebbero dovuto effettuare l’indomani. Dato che tutto doveva essere pronto a funzionare perfettamente per l’apertura, l’appuntamento negli uffici di Piazza Affari fu fissato per la una di notte. Stefano e i suoi colleghi dovevano essere operativi, all’occorrenza, 24 ore su 24; il crollo di Wall Street di lunedì e delle altre Borse in rapida successione aveva reso necessario un importante ed impegnativo intervento di controllo e di ripristino  di tutto il sistema.

Uscì dall’ufficio che erano quasi le otto. Si sentiva stanco ed irritato, e decise che non poteva rimandare oltre, aveva riflettuto a sufficienza: arrivando a casa di Laura le avrebbe parlato.

Laura arrivò a casa, apparecchiò accuratamente la tavola, si cambiò e si pettinò, mise sul piatto dello stereo un LP dei Chicago, e aspettò l’arrivo di Stefano. Quando lo vide entrare con il volto buio dei momenti storti (non infrequenti, per la verità), si rassegnò ad una serata che non sarebbe certo andata come si era immaginata ma per quanto avesse drasticamente abbassato le sue aspettative, in realtà andò molto peggio:

“…ma no, non c’è niente che non va, Laura. Tu sei una donna deliziosa ma io ho quarantacinque anni, un lavoro impegnativo e stressante, una ex moglie che se un rubinetto perde chiama me invece dell’idraulico, un figlio di quattordici anni con il  quale non ho un rapporto facile…mi manca l’aria, ho bisogno di spazio, di silenzio, di tregua. Non voglio lasciarti – ma cosa dici?? – ho solo bisogno di una pausa, ecco”.

Laura cercava di rimanere concentrata e di ascoltare attentamente le parole ed i silenzi di Stefano, ma la sua mente saltava irrimediabilmente all’unica conclusione possibile:

“Mi stai dicendo che te ne vai, insomma?”

“Diciamo che torno a casa mia per un paio di mesi, ecco: ho bisogno di stare da solo, di fare chiarezza. Ti prometto che prima di Natale ci rivedremo e ne riparleremo”.

Un paio d’ore più tardi, a casa di Laura l’unica traccia residua della presenza di Stefano era lo spazzolino da denti nel bicchiere sul lavandino.

La ragazza era seduta sul divano con le mani in grembo e lo sguardo fisso sulla tavola apparecchiata. Si rigirava nella mente ciò che aveva appena dovuto ascoltare, come si sposta un boccone amaro da un lato all’altro della bocca solo per ritardare il momento di mandarlo giù.

Pausa di riflessione. Ho sempre pensato che fosse un modo per dire “ti lascio ora ma te lo dirò poi” , pensò infine.

Stefano lavorò insieme ai colleghi per 48 ore consecutive, e quando lasciò Piazza Affari era esausto, gli facevano male gli occhi e la schiena e si sentiva incapace di formulare un qualsiasi pensiero di senso compiuto. Salendo in auto, ripensò al discorso che aveva fatto a Laura e provò un certo sollievo:  era così evidente che lei lo amasse più di quanto lui non fosse disposto ad amarla ed era stufo di sentirsi continuamente in difetto per questo. Non aveva avuto il coraggio di dirle che voleva rompere la loro relazione, ma lei era una ragazza intelligente e sicuramente con il passare dei giorni lo avrebbe capito. In ogni caso, si sarebbe espresso con chiarezza al termine del periodo di pausa.

Quando entrò nel suo piccolo appartamento a Lambrate colse tra quelle pareti un senso di assenza e di vuoto, che ristagnava insieme all’odore di chiuso. Una polvere grigiastra ricopriva i piani dei pochi, anonimi mobili; ricollegò le spine di televisore, frigorifero e stereo e pensò che avrebbe dovuto cercare di nuovo una donna che venisse a fare le pulizie. Domani, adesso aveva solo voglia di dormire, quindi si buttò sul letto senza nemmeno togliersi i vestiti e sprofondò immediatamente in un sonno buio e greve.

Nei giorni successivi, l’uragano che aveva devastato le Borse di tutto il mondo e sconvolto non pochi equilibri si ritirò con la stessa misteriosa subitaneità con la quale si era manifestato. A Milano i giovani e meno giovani professionisti rampanti ripresero a sorridere e proseguirono con rinnovato vigore la loro inarrestabile marcia verso la meta agognata e raggiungibile, ovvero il successo e l’affermazione personale, a qualunque prezzo.

L’assunzione del nuovo incarico in agenzia impegnò molto Laura, che comunque stava malissimo e alla fine della giornata doveva affrontare una casa vuota. Trascorsero tre settimane da quella che segretamente definiva “la sera dell’abbandono”, durante le quali era riuscita a resistere alla tentazione di telefonare a Stefano, il quale non si era mai fatto vivo. Pensò che fosse giunto il momento di fare il gesto simbolico di gettare nella spazzatura l’unico indizio tangibile della presenza dell’uomo in casa sua, e che ora restava a rappresentarne la mancanza: lo spazzolino da denti. E finalmente scoppiò in lacrime

Quella notte dormì bene e fu con una certa soddisfazione,  dapprima stupita e poi quasi colpevole, che il mattino dopo, quando suonò la sveglia,  si mise di traverso nel letto per godersi gli ultimi dieci minuti di tepore senza preoccuparsi di invadere lo spazio di colui che fino a pochi giorni prima aveva occupato l’altra metà del suo letto.

Il sabato successivo andò dal parrucchiere, fece un giro alla Rinascente dove si comprò un abitino nero, corto e un po’ scollato che le stava benissimo e quando calò la sera – una sera di novembre umida e nebbiosa, che conferiva agli alberi spogli del parco davanti a casa un aspetto vagamente sinistro – lo indossò sotto il cappotto nero, mise le scarpe col tacco che aveva relegato in un angolo della scarpiera da molto tempo, perché Stefano era bassino, e si diresse in auto verso piazza San Babila.

Non aveva più messo piede al Rose’s Club da quando era incominciata la loro storia, ma si stava convincendo di essere definitivamente ritornata alla condizione di single e non aveva nessuna voglia di passare un altro sabato sera in casa da sola a commiserarsi.

Il buttafuori che aveva il non facile compito di selezionare gli avventori all’ingresso del locale la riconobbe subito e la fece passare; Laura scese la lunga scalinata e lasciò cappotto e borsa al guardaroba. Anche il barman la riconobbe e la salutò con un sorriso e una stretta di mano:

“E così sei tornata. Una serata di libertà?”

“Non direi, Gianni. Penso piuttosto che torneremo a rivederci spesso.”

Il barman del Rose’s era un uomo intelligente e discreto, attento osservatore e grande ascoltatore, e non fece ulteriori domande.

Laura si guardò in giro e vide parecchie facce note. La salutarono come se si fossero visti appena qualche settimana prima: erano tutti abituati alla ricomparsa di quelli che provavano ad imbastire una relazione stabile, senza riuscirvi. Ciò che la stupì fu che tutto sommato passò una serata gradevole e alla fine salutò i compagni di strada ritrovati con un sincero “ci vediamo”.

Stefano si sentiva perennemente irrequieto. Non dormiva bene, gli capitava di svegliarsi nel cuore della notte fradicio di sudore e tuttavia senza alcun ricordo di sogni che potessero averlo turbato, poi rimaneva insonne fino all’alba e così era sempre più stanco e nervoso. Con gli orari che faceva, trovava faticoso organizzarsi e spesso doveva cenare nella trattoria sotto casa perché non aveva avuto tempo o voglia di fare la spesa. Incominciò a diventare ansioso all’approssimarsi di ogni fine settimana: se non doveva andare a prendere suo figlio, con il quale aveva problemi di comunicazione sempre più gravi, si sentiva perso. Gli capitò di ricordare che quando stava con Laura respingeva otto volte su dieci i suoi tentativi di organizzare gite in montagna o al mare o serate al cinema e a teatro perché era stanco, ma ora che poteva disporre del suo tempo libero come gli pareva riusciva solo ad annoiarsi. I pochi amici di vecchia data erano tutti sposati e li aveva persi di vista da molto tempo; gli impegni di lavoro ed il suo carattere introverso gli avevano impedito di coltivare rapporti che andassero oltre una superficiale conoscenza.  Stefano prese a sentirsi sempre più solo e  a ripensare con nostalgia a Laura, alla sua freschezza e alla sua vitalità, alle sue chiacchiere, alla sua pazienza e persino alle sue lentiggini. Insomma, forse aveva fatto una sciocchezza: meno male che aveva solo parlato di “pausa di riflessione”, poteva ancora ritornare sui suoi passi.

Laura aveva ripreso ad andare al cinema e a teatro con sua sorella e con le amiche di un tempo, con le quali era sempre rimasta in contatto, e a frequentare con regolarità il Rose’s. Stava scoprendo che ritornare in possesso del suo tempo non era poi così male, e soprattutto era un sollievo non doversi sforzare di compiacere un compagno tanto diverso da lei.  A poco a poco, colui che le era sembrato un uomo affascinante e tenebroso, maturo e rassicurante, incominciò ad apparirle come un quarantacinquenne apatico e noioso, egoista e prevedibile.

E arrivò Sant’Ambrogio, gli addobbi natalizi e la Fiera degli oh bej oh bej, che non era più quella di una volta ma i milanesi continuavano ad amarla e a portarci i bambini, perché era un rito prenatalizio al quale non avevano intenzione di sottrarsi.

Quel sabato sera Laura era appena arrivata al Rose’s e stava scambiando le solite quattro chiacchiere con il barman. Il ragazzo che si avvicinò al banco del bar ordinò un gin tonic e poi si girò ad osservarla senza fare nulla per nasconderlo. Laura si irrigidì ma il ragazzo aveva una bella faccia aperta e cordiale, i capelli castani corti e spettinati e vivaci occhi verdi da gatto, e quando le rivolse un sorriso e le porse la mano

“…ciao, Matteo”

trovò del tutto naturale affidargli la sua

“…Laura, ciao”.

Conversando, scoprì che Matteo era suo coetaneo, faceva il disegnatore grafico e viveva da poco da solo:

“…Laura, ma tu lo metti il pomodoro negli ossibuchi?”

“…assolutamente no: mia nonna li faceva senza e io ho imparato a farli così”.

La serata trascorse lieve, si scambiarono i numeri di telefono e Matteo la invitò ad andare a sciare con lui in Val Gardena:

“Partiamo a Santo Stefano e torniamo il giorno dell’Epifania. Pensaci e fammi sapere”.

Il Rose’s stava chiudendo, erano in Galleria e Stefano l’attirò velocemente a sé e le posò un bacio leggero sulla fronte, poi girò sui tacchi e se ne andò:

“Ciao, Laura. Chiamami presto”.

E lei rimase lì, le mani in mano e la punta del naso che si stava già congelando. Considerata l’evidente esuberanza del ragazzo, ad un certo punto aveva temuto che ci provasse subito, quella sera stessa. Ora che lo guardava sparire dietro l’angolo, si rese conto che lo aveva sperato.

Mancavano tre giorni a Natale, e Laura avrebbe cenato con Stefano, che l’aveva chiamata qualche giorno prima.

La porterò a cena al Boeucc, uno dei ristoranti più caratteristici di Milano, mi presenterò con un mazzo di rose rosse e le dirò che in questo periodo di separazione ho capito quanto sia profondo l’affetto che ci lega e quanto sia diventata imprescindibile la sua presenza nella mia vita.

Stefano indirizzò un sorriso complice alla sua immagine nello specchio del guardaroba e andò incontro alla serata che – ne era certo – avrebbe cambiato la sua vita, e in meglio.

Laura aveva apprezzato il fatto che Stefano volesse mettere fine alla loro storia guardandola in faccia, e a questo punto anche lei voleva chiudere esplicitamente e definitivamente un legame che ormai era irrimediabilmente spezzato, dimostrando così di essersi  logorato già da un po’.

Prima di uscire, chiamò Matteo con la scusa di fargli gli auguri per Natale e gli disse quel che avrebbe voluto dirgli già la sera del loro primo incontro:

“…e sì, ho deciso che verrò con te in montagna a sciare…certo, chiamami domani – chiamami quando vuoi – allora…a presto”.

Sorrise tra sé, si infilò il cappotto sospirando e pensò:

“Speriamo che questa serata passi in fretta, ho voglia che arrivi domani”.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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