Pechino e Tapei: amiche per il rilancio

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Pechino Taipei

In un apparente paradosso, cresce la temperatura politica nel Pacifico asiatico e diminuisce la tensione tra Cina e Taiwan. La madre di tutte le dispute arretra e sbiadisce di fronte alle rivendicazioni che pongono la Cina in aperto contrasto con gli stati costieri. Spariscono dalle cronache i missili puntati su Taipei dal Fujian, i calcoli delle navi da guerra dell’isola, le clausole sempre più controverse del patto di difesa con gli Stati Uniti. Il contrasto militare più importante – insieme a quello coreano – cede il palcoscenico ai pescherecci vietnamiti, alle basi filippine, agli isolotti contesi al Giappone. Sembra che le scaramucce siano diventate più importanti dei pericoli di guerra. Le due sponde dello stretto di Taiwan continuano a fronteggiarsi armate fino ai denti, ma la retorica è annacquata dal pragmatismo. Pechino e Taipei danno prova di realismo e di responsabilità. Nessuno incendia più gli animi e gli accordi proliferano. Quello sullo scambio dei servizi ha causato proteste nell’isola, il Parlamento è stato addirittura occupato dagli oppositori, ma è stato poi sgomberato senza incidenti. La democrazia politica è ormai consolidata a Taiwan, ma si accoppia con la lungimiranza di un accordo che favorirà la crescita economica.

Insieme causa ed effetto del nuovo clima, le posizioni di Cina e Taiwan coincidono nelle dispute territoriali che attraversano il Mar Cinese Meridionale. Con piccole distinzioni soprattutto formali, l’isola sostiene le rivendicazioni della Cina. È un alleato utile, non per questo imprevisto. Quando flette l’appartenenza ideologica, torna forte il richiamo della Grande Madre Cina. Se i reciproci interessi economici proibiscono avventure militari, il nazionalismo emerge con forza. Chi era il nemico in prima linea, diventa ora un sostenitore de facto e de jure. Divisi dalla Guerra Fredda, con il ricordo esacerbato dalla guerra civile, ora il Guo Min Dang (di nuovo al potere a Taiwan) e il Pcc riscoprono la resistenza antigiapponese, le radici culturali, i vincoli familiari. Crescono gli scambi di studenti, le visite ai congiunti, i viaggi d’affari. A fari spenti continua l’integrazione tra la prima e la ventesima economia al mondo (Pil a parità di potere d’acquisto). L’economia non potrà tuttavia risolvere le differenze sostanziali. Taiwan ha evoluto il suo sistema politico, i suoi cittadini godono diritti tra i più democratici, lo standard di vita è ancora più elevato della Cina popolare. È inimmaginabile un suo rientro nell’alveo di Pechino che chiuda una parentesi di oltre 65 anni.

Inoltre, un’eventuale riunificazione andrebbe negoziata con tempi lunghi, garanzie internazionali, tutela della vigente Pax Americana nel Pacifico. Ironicamente, il percorso è ora più difficile, perché si è passati dalla propaganda alla gestione, dallo schieramento all’analisi. Mostrare i muscoli non sarà più sufficiente, bisognerà esporre capacità negoziali nell’affrontare situazioni complesse. La novità è nel carattere sempre più nazionale dei colloqui. Le 2 parti si parlano senza intermediari, con l’ombra vigile ma lontana di Washington. Interloquiscono in cinese perché sono ormai consapevoli che il loro destino è sempre più legato alla prosperità del Regno di Mezzo. Per questo lo schieramento sulle isole del Pacifico è comune. Qualunque sia l’evoluzione politica di Pechino, per Taipei è dunque sempre meglio far parte di una Cina più potente ed estesa nei mari caldi del sud.

Questo articolo è stato pubblicato anche su AGI-China24
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Romeo Orlandi

Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia. Professore di Economia della Cina e dell'Asia. Esperto di globalizzazione. Autore, editorialista, relatore a convegni.
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