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Pensaci ma pensaci pochissimo

Arrivo in anticipo. Ci siamo dati un appuntamento un po’ così. “A una certa ora, da quelle parti”. Io se posso, di solito posso, arrivo in anticipo. È importante arrivare in anticipo, è la mia forma di comprensione preventiva. Capire, capisco sempre dopo. È bellissimo: non capisci niente e intanto sei lì. Lo ammetto: di tutte le cose che han fatto di me un uomo felice, non so, la mia felicità di ragazzo, la più bella, la più perfetta, sono state le decine di ore trascorse ad aspettarti.

Molto spesso non ti avevo detto che ti stavo aspettando. Se ci penso quasi mai. Ho dato un braccio per essere di fronte al tuo stupore nel primo istante in cui ti apparivo. Ne è valsa la pena. Quasi sempre la pena l’hai portata tu. Non ha alcuna importanza. In fondo non ci eravamo dati nemmeno appuntamento. Perché darsi disturbo? Non importa, non pensarci. Oppure pensaci, ma pensaci pochissimo. La prossima volta dimenticati, cerca di non fare presto.

Ho fatto cose che non avrei saputo non dico rifare ma nemmeno raccontare, come le ho fatte. Non fatelo a casa, ché non lo facevo a casa nemmeno io. Ieri per esempio ho provato a insegnare invano a mio figlio. Era in una poesia di Pascoli. Ho tracciato un sacco di esempi mentre lo intrattenevo con la voce. E alla fine, alla fine gliel’ho insegnato invano. Ma quando inizia?

Ho passato anni a viaggiare nei tempi morti. Tra un viaggio e l’altro ho aspettato te. Chi eri? Nel frattempo sono arrivate donne bellissime cui ho sorriso versando del vino, nei caffé. No, non versavo del vino nei caffé, non siamo mica a Bergamo. Ma Bergamo è bella, a Bergamo ti saresti innamorata di me. Io invece ero innamorato di quelle attese. Delle venute inattese. Di tutto l’impreveduto che è nel mondo e ci fa belli.

Facciamo così, facciamo che iniziamo ad associare sequenze numeriche ai nostri viaggi (ai nostri spostamenti, ai nostri comportamenti). Non importa quali. 1234 vi aprirà la maggior parte delle porte.
Quello che resta lo affondano i poeti. Per i nostri affondi, invece, puntiamo su una sequenza numerica. Se c’è una posta in palio, sarà la nostra via maestra all’incalcolabile. Scardanelli, Fibonacci e altre fanfaluche numeriche.

Una pagina bianca è il posto meno interessante dove confinare la nostra scrittura. Probabilmente anche il meno adatto.
Il trauma da pagina bianca sta lì a ricordarci che il punto non è dover iniziare a scrivere, il punto è smettere di confinare la nostra scrittura.
Portare in giro le pagine bianche è stato il modo di rendere permanente la malattia di scrivere. Ora basta.

Ismael, si chiamava. Ismael se ne stava interi pomeriggi fermo a guardare il punto esatto in cui il Tigri entra nell’Eufrate. Passavano i mesi, le stagioni. Poi come per incanto capì. Capì che tutto confluiva. Nei suoi pensieri.

Mangiare non ingrassa. Nemmeno il cibo preparato senza amore ingrassa: ammazza. (Ti dico che c’entra).

Facciamo così: vediamoci a Crespi d’Adda. Sarà un esercizio di spoliazione. Io non spoilero, tu vieni, vieni per imparare il deserto, l’abbandono. No, Heidegger non lo avremo letto, nessuno ha una lingua madre.

Non dobbiamo viaggiare, dobbiamo portare il viaggio nelle nostre vite. Tutto il resto lo lasciamo a casa, tanto la casa è il mondo.

 

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Pubblicato da Filippo Pretolani

Non tutto quello che esiste implicitamente ha bisogno di essere reso esplicito — Peter Sloterdijk. Fondatore di Gallizio editore e co-fondatore dell’Istituto Kaspar Hauser per gli Studi Economici.

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