La guerra lampo all’euro dei fratelli Salvini-Di Maio

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pentafelpatiIn poco più di 36 ore, tra il tardo pomeriggio di domenica scorsa e la mattina di martedì, la crisi politica italiana si è dapprima trasformata in crisi istituzionale e subito dopo in crisi finanziaria, con lo spread rapidamente cresciuto sino i 320 punti base.

Coloro che detengono attività finanziarie italiane e in primo luogo titoli pubblici hanno iniziato a portare in salvo i loro soldi dopo aver compreso, a torto o a ragione, che le due forze politiche che stavano per formare il nuovo governo avessero in programma una guerra lampo all’euro, sventata all’ultimo momento dal Presidente Mattarella.

Gli stranieri, abituati alla serietà, ci stanno prendendo sul serio, non avendo compreso di essere di fronte all’ennesima commedia all’italiana e forse non conoscendo il famoso detto di Ennio Flaiano che in Italia la situazione è tragica ma non è seria. Proviamo allora a riassumere questa commedia all’italiana con effetti potenzialmente tragici partendo dall’esito delle elezioni del 3 marzo. Esso rendeva possibili solo le seguenti maggioranze:

  • Tutti o quasi contro M5S. Un maggioranza dal PD a FI e Lega, impercorribile perché rischiava di far crescere a dismisura il consenso a M5S.
  • M5S più PD, la soluzione più affine ai sentimenti della maggioranza dei due elettorati.

Questa è stata però affossata dal brillante stratega Renzi, colui che ha bruciato almeno i 2/3 del suo consenso giocando al piccolo costituzionalista il 4 dicembre 2017 e non ha azzeccato più nulla dopo quella data. Il suo obiettivo era il seguente: lasciamo che questi vadano al governo e sfascino un po’ l’Italia così i nostri elettori che ci hanno tradito torneranno presto all’ovile. Nel conto economico di Renzi c’era tuttavia il consenso atteso per il PD dal lato dei ricavi ma i non i costi attesi per l’Italia dal governo sfascista a cui stava stendendo il tappeto rosso.

  • M5S più Lega, la combinazione più distante se si considera il punto di origine della maggioranza dei rispettivi elettori ma non necessariamente se si considera il punto di possibile destinazione. Essa mette assieme i no global e i no migranti, il sostegno ai più deboli e le ruspe, meno grandi opere inutili e più lavori pubblici, più soldi ai più poveri e meno tasse ai più ricchi. Quale poteva essere il collante tra i due soggetti politici se non l’opportunismo?

La lista di Babbo Natale

L’accordo M5S-Lega è la strada che è stata percorsa. Le due forze politiche hanno assemblato i due programmi, le rispettive liste di Babbo Natale, dato che non indicavano i mezzi di copertura, e hanno tirato via alcune cose difficilmente digeribili agli uni o agli altri. Sarebbero tuttavia saltate, se ho letto con attenzione, le maggiori tutele del lavoro dal lato M5S ma non il ruspismo rampante sui migranti dal lato opposto. Invece sul fronte economico sono rimasti sia il reddito di cittadinanza sia la flat tax (peraltro una flat tax a due aliquote garantirebbe sicura bocciatura a qualsiasi studente di Finanza Pubblica), in sostanza più soldi ai più poveri ma anche meno tasse ai più ricchi e chi se importa del pareggio di bilancio in Costituzione che, sempre se non ricordo male, fu a suo tempo approvato anche col sostegno della Lega.

Il problema è che i due provvedimenti sono diversamente sbagliati ma mentre quello di M5S è sbagliato nel nome e corretto nella sostanza, per quello della Lega accade il contrario. La flat tax è un’imposta diretta molto semplice: ha una sola aliquota percentuale che si applica a tutto l’imponibile ma l’imponibile non coincide col reddito dato che una sua parte, quella indispensabile per vivere, è esente. La flat tax è pienamente compatibile con la Costituzione dato che rispetta contemporaneamente sia il principio della capacità contributiva (ciò che serve per vivere non è capacità contributiva e pertanto non è tassato) sia quello della progressività (l’aliquota media parte da zero e inizia a salire oltre la soglia di esenzione sino ad avvicinarsi a quella marginale, che è il valore dell’aliquota unica).

Il problema principale della flat tax leghista consiste tuttavia nel fatto che l’aliquota unica deve essere necessariamente elevata, se si vuole non tassare ciò che serve per vivere a 60 milioni di italiani, e non può certo essere posta al 20% in una paese in cui il settore pubblico spende il 50% del Pil totale e il 60% del Pil emerso. Miei calcoli ormai di qualche anno fa mi avevano persuaso che in Italia essa non possa scendere sotto il 35%, peraltro con gradualità, e dunque almeno nella fase iniziale le aliquote devono essere almeno due, con quella più elevata non minore del 40%.

Riguardo invece al reddito quale diritto per far parte del club dei cittadini, bisogna dire che quando si aderisce a un club bisogna pagare la quota associativa, essa non viene pagata a noi, inoltre si hanno precisi doveri in cambio dei benefici dell’appartenenza. Un reddito di cittadinanza nel mondo reale è un inganno intellettuale, un’esca per elettori sprovveduti. Esso esiste solo nel paradiso di Adamo ed Eva ove le risorse non sono scarse e ai bisogni provvede la manna.

Ma se le risorse non sono scarse non c’è l’economia e neppure la politica, dunque neppure Salvini e Di Maio.

Invece il sostegno economico a chi non è in grado di provvedere da solo è sia equo che efficiente e la proposta M5S, che ha nome sbagliato e sostanza corretta, risponde all’esigenza di una protezione generale dalla povertà, la libertà dal bisogno di rooseveltiana memoria, che l’Italia è uno dei pochi paesi sviluppati a non avere.

La formazione del non-governo più pazza del mondo

Sottoscritto il contratto/programma ai due leader non resta che accordarsi sul premier e sul governo. Questa fase inizia bene dato che sia Salvini che Di Maio rinunciano responsabilmente al ruolo di primo ministro e si accordano sul puntare a un nome terzo. In quanto maggior azionista della coalizione tocca a Di Maio proporlo, non prima tuttavia di aver sciolto un pesante dilemma: meglio una figura forte e autorevole oppure debole e influenzabile? La prima ha il vantaggio di essere meglio in grado di fronteggiare il leader dell’altra forza politica e di condurre con sicurezza la navigazione del governo, schivando gli scogli che si presenteranno e affrontando le sicure tempeste, la seconda ha il vantaggio di essere più disponibile a lasciarsi influenzare dal leader che lo ha nominato. Di Maio sceglie la seconda, provocando a catena tutti i guai successivi.

Il secondo guaio è la scelta del ministro dell’Economia, la seconda figura chiave del governo. Per essa i due leader potevano accordarsi su un tecnico indipendente oppure su una figura interna alla Lega, dato il premier scelto da M5S. Tutti si aspettavano nella seconda ipotesi che Salvini indicasse Giorgetti invece egli propone, e né Conte né Di Maio si accorgono che stanno contribuendo ad aprire il vaso di Pandora, Paolo Savona, economista dalla lunghissima carriera, già ministro dell’industria nel governo tecnico Ciampi del 1993 (nonostante abbia lui stesso dichiarato che di industria non sapeva proprio nulla). Savona è noto almeno da alcuni anni per aver adottato una sua ‘delenda Cartago’: l’euro, la moneta unica europea. Nominare lui all’economia significa comunicare all’Unione europea e ai mercati finanziari che l’obiettivo numero uno del nuovo governo è l’uscita dall’euro e non la realizzazione del contratto/programma.

Se ci teneva alla formazione del governo Di Maio avrebbe dovuto dire di no, se Conte fosse stato autorevole avrebbe detto che Savona era una figura incompatibile con le esigenze di un paese ad alto debito che deve ogni mese ricorrere ai mercati per farsi prestare in media più di 30 miliardi, oltre un miliardo al giorno. Invece non lo fa e porta il nome al Presidente Matterella come una sorta di mela avvelenata offerta a Biancaneve.

Savona oltretutto è un eccentrico complottista il quale sostiene da anni che la Germania a guida Merkel stia mettendo in pratica un piano nazista di asservimento dell’Europa elaborato dal ministro dell’economia del Terzo Reich Walter Funk. E’ una balla clamorosa, come ho dimostrato in un altro intervento, e Savona, evidentemente, non è la persona più adatta a trattare con la Germania e con l’Unione Europea. Nominare Savona all’Economia sostenendo che l’Italia non intende uscire dall’euro è come nominare Catone il censore ministro della difesa sostenendo che Roma non intende assolutamente distruggere Cartagine. Mattarella respinge giustamente il nome e il governo Conte salta.

Probabilmente non sapremo mai le vere ragioni per cui Salvini ha insistito tanto su Savona. Voleva davvero uscire dall’euro? O era solo l’ultima via d’uscita per non fare più il governo, andare alle elezioni e incamerare l’ottimo risultato che prevedono per lui i sondaggi? Può essere che un piccolo battito d’ali di una farfalla elettorale in via Bellerio abbia scatenato un uragano sui mercati e sulla politica dell’Europa? Se davvero voleva uscire dall’euro allora ciò vuol dire che Salvini si è presentato in piazza del Quirinale con Savona come cavallo di Troia ma il Presidente, memore di Omero, non gli ha aperto. Mattarella ha usato dapprima lo strumento della moral suasion, la ‘voice’ per chi ha letto Albert Hirshman, per indurre Conte a cambiare il cavallo di Troia con uno normale; quindi ha usato l’ ‘exit’, l’altro strumento di Hirshman (la cui traduzione nel più noto linguaggio di Grillo è Vaffa ), e ha detto no.

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Questo ha determinato una grande protesta contro il Presidente, accusato di aver attentato alla democrazia quando invece ha solo applicato la Costituzione. Il Presidente della Repubblica nomina infatti i ministri su proposta del Presidente del Consiglio non come mero compito notarile, del tutto superfluo dato che in questo caso si poteva affidare la nomina direttamente al Presidente del Consiglio, ma anche come filtro di fronte di fronte all’eventualità che vengano indicati ministri inaccettabili. Se avessero ragione i critici del Presidente, allora egli dovrebbe invece lasciar passare qualsiasi soluzione, dal ministro della difesa con intenti guerrafondai, al ministro dell’economia che intende distruggere i conti pubblici, all’igienista dentale del premier come ministro della sanità, a un analfabeta come ministro della cultura. Forse se qualcosa si può rimproverare ai presidenti che si sono succeduti nell’ultimo ventennio è di aver lasciato passare sin troppo, non troppo poco.

La danza dello spread

Caduto il progetto di governo si è impennato lo spread. Infatti l’insistenza sul nome di Savona, sino alla rinuncia a formare il governo, ha avuto l’effetto di informare platealmente i mercati che Roma intende davvero distruggere Cartagine. I mercati ne prendono atto e cercano di mettere in salvo i soldi allocati in Italia. In conseguenza lo spread si scatena sino a superare martedì mattina i 320 punti base. Bloomberg scriveva quel giorno:

“Here’s what U.S. investors returning to their seats from a long weekend need to know: Tuesday is the day that return of capital invested in Italy became more important than return on capital invested in Italy”

In sostanza se Roma attaccherà Cartagine bisognerà rimpatriare in tempo i capitali, molto più velocemente di quanto fece con le truppe britanniche W. Churchill a Dunkerque. Quella che dobbiamo attenderci è dunque un’evacuazione dei capitali dall’Italia quando emergeranno precisi segnali di attacco governativo alla moneta unica.

L’Italia dei due Papi e dei tre governi

Forse la danza dello spread ha insegnato qualcosa ai nostri politici? Fatto sta che di fronte all’idea di una campagna elettorale sulle montagne russe dei mercati e tra gli ombrelloni balneari, quando gli italiani hanno più tempo per informarsi e preoccuparsi di cosa sta succedendo, i due leader potrebbero ripensare il precedente grido ‘alle urne, alle urne’ e sostituirlo con ‘al governo, al governo’ o persino con ‘un governo, un governo’, qualunque esso sia, purché ci chiuda il vaso di Pandora che abbiamo aperto e ci ributti dentro le prime elezioni balneari della storia d’Italia e i rischi che ci farebbero correre. Dunque oggi l’incertezza è massima ma l’Italia può ben dire al mondo di avere contemporaneamente due Papi e tre governi: il governo Gentiloni, tuttora in carica, e ben due premier incaricati, Cottarelli e Conte, di cui uno scaricato ma ricaricabile, ognuno con la sua lista dei ministri bella pronta.

Un’incredibile abbondanza.

Possiamo allora chiudere con una breve lista delle dicotomie che delimitano l’attuale incertezza:
Governo sì, governo no
Conte sì, Conte no, Conte forse
Cottarelli sì, Cottarelli non si sa
Si vota, non si vota
Si vota a luglio, si vota a ottobre
Savona sì, Savona no, Savona sì ma un po’ più in là
Euro sì, euro no, euro sì ma forse no
Facevamo sul serio, abbiamo scherzato, facevamo diversamente sul serio.

Due soli fatti sono certi oggi:

  1. Il nostro è un paese incredibile
  2. L’incredibilità internazionale dell’Italia è, diversamente dallo spread, ai suoi massimi storici.
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Ugo Arrigo

Docente ordinario Università di Milano Bicocca, Scienza delle Finanze, Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l'Economia
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